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DISCORSO DI PAOLO VI
AI CARDINALI, ARCIVESCOVI E VESCOVI D’ITALIA


Lunedì, 6 dicembre 1965

     

Signori Cardinali! Venerati Fratelli dell’Episcopato Italiano!

Il Concilio è, si può dire, finito; ma non vogliamo ch’esso si sciolga senza che Ci incontriamo un momento con i Vescovi Italiani, come Ci siamo incontrati con quelli degli altri Paesi. Non sono i Vescovi Italiani quelli a Noi più vicini, localmente, canonicamente, spiritualmente? L’incontro, al termine di questo grande avvenimento, Ci sembra un dovere del Nostro ufficio apostolico, come è un bisogno del cuore. E se volessimo assecondare i sentimenti ed i pensieri, che tale incontro fa sorgere nell’animo, troppo avremmo da dire, mentre il tempo a Noi concesso è breve, né questa sarebbe forse l’occasione più propizia.

Rinunciamo ai commenti. Quale sia stato lo svolgimento del Concilio, i suoi problemi e le sue conclusioni, quale sia stata la partecipazione dell’Episcopato Italiano al Concilio stesso, quali le relazioni vostre con Noi in questa straordinaria circostanza, quali quelle da voi avute con i Vescovi d’altri Paesi, qual eco in Italia e fuori della posizione effettiva, o supposta, dei Padri conciliari Italiani nel Sinodo ecumenico, e quali possano essere i frutti di tale singolare e importante esperienza, ora non diciamo.

Rinunciamo anche alla sintesi dei fatti, dei lavori compiuti, delle impressioni e dei giudizi sull’avvenimento storico della vita della Chiesa, il quale ora si chiude; ciascuno è certamente attratto a farla da sé questa sintesi; il tempo, decantando i ricordi, gioverà alla sua chiarezza, e la riflessione, lo scambio delle idee, l’attenzione alle voci della cronaca e della critica aiuteranno a meglio valutare il significato polivalente del nostro Concilio.

Rinunciamo perfino ai saluti; alle:forme almeno che in questa circostanza essi dovrebbero assumere, ornandosi di ringraziamenti, di rievocazioni, di valutazioni, di voti e di cordiali effusioni. vi sia tuttavia assicurata la Nostra devota e affettuosa benevolenza, particolarmente sincera in quest’ora di commiato e di ritorno alla rispettiva normale posizione. E Ci sarà consentito, al termine di questa udienza, rinsaldare la comunione degli animi, che ora più che mai deve collegarci, con la recita d’una preghiera al Signore, dalla cui bontà tutti invochiamo d’essere assistiti e benedetti.

Piuttosto, cioè, che al passato, anche se tanto meritevole di valutazione e di meditazione, guardiamo un istante all’avvenire, a ciò che ci aspetta, ai comuni e nuovi doveri.

Poche cose, fra le moltissime, che anche questa sola prospettiva ci presenta, danno materia ora alle Nostre brevi parole. La prima cosa, sembra a Noi, si è la «coscienza postconciliare». Dobbiamo noi stessi a noi predicarla, dal momento che tutti dovremo cercare d’infonderla negli altri, nel Clero e nei fedeli. Finito il Concilio, tutto ritorna come prima? Le apparenze e le abitudini risponderanno che sì. Lo spirito del Concilio risponderà che no. Qualche cosa, e non piccola, dovrà essere anche per noi - per noi anzi soprattutto - nuova. I cambiamenti di tante forme esteriori? Sì, ma non a questi ora facciamo allusione. Alludiamo al nostro modo di considerare la Chiesa; modo, che il Concilio ha così caricato di pensieri, di temi teologici, spirituali e pratici, di doveri e di conforti, da esigere da noi un nuovo fervore, un nuovo amore, quasi un nuovo spirito. Dicendo questo, non vogliamo insinuare che in Pastori ottimi, zelanti e santi, quali voi siete, sia deficienza di consapevolezza e di fervore: sappiamo bene quanto voi amiate e siate fedeli alla Chiesa; ma crediamo che il Concilio possa e debba arricchire di concetti e di energie nuove il nostro servizio alla Chiesa. Si leggano principalmente e si rileggano la «Constitutio dogmatica de Ecclesia» e il «Decretum de pastorali Episcoporum munere in Ecclesia»: ne risulterà per noi una più viva coscienza della natura e della missione della Chiesa, e un più stimolante concetto del ministero pastorale, non solo per quanto riguarda le disposizioni canoniche, ma altresì per la spiritualità che lo deve animare.

In ogni modo, venerati Fratelli, non è un periodo di ordinaria amministrazione quello che segue il Concilio, né tanto meno di riposo o di facile ministero; ma un periodo di più intenso lavoro, se possibile; certamente di più assillante fatica: che il Signore ci aiuti!

Perché si tratta di dare applicazione ai decreti conciliari. È ovvio. Ma noi ne dobbiamo avere persuasione e proposito. L’efficacia pastorale d’un Concilio non dipende soltanto dalla saggezza e dall’autorità delle sue leggi; dipende anche, e soprattutto, dalla docilità e dalla alacrità con cui quelle leggi sono applicate. San Carlo c’insegni. E a questo proposito ricordiamo che dall’accettazione nostra, ormai umile e leale, senza postumo senno e senza tacite o palesi riserve, delle norme conciliari dipenderà l’accettazione del Clero e dei Fedeli. Se siamo devoti di quel magistero ecclesiastico, che in noi si personifica e da noi si esercita, dobbiamo noi per primi aderire docilmente a ciò che il Concilio ha stabilito, e modellare mente ed azione alla sua ispirata e indiscutibile autorità.

Non è Nostra intenzione di passare in rassegna le norme conciliari a nostro riguardo, e nemmeno di elencare le questioni pratiche attinenti al nostro ministero. Ci permettiamo, a tale proposito, di richiamare quanto avevamo occasione di prospettare alla vostra considerazione nel Nostro discorso del 14 aprile dello scorso anno. In questo momento Ci limitiamo a poche osservazioni d’altro genere, che riguardano maggiormente l’animo nostro, che le cose di fuori.

Eccone una; circa la nostra autorità episcopale, dopo il Concilio. Fatti, tendenze, parole, teorie, che hanno il timbro dell’attualità, mettono in questione non solo questa o quella autorità, ma il principio stesso dell’autorità. Sappiamo tutti come quest’aura di sfavore verso l’autorità, per sacra e legittima che sia, è penetrata, qua e là, anche nell’ambiente ecclesiastico. Ebbene, a Noi sembra che l’autorità episcopale esca dal Concilio rivendicata nella sua divina istituzione, confermata nella sua insostituibile funzione, avvalorata nelle sue pastorali potestà di magistero, di santificazione e di governo, onorata nella sua estensione alla Chiesa universale per via della comunione collegiale, precisata nella sua collocazione gerarchica, confortata nella corresponsabilità fraterna con gli altri Vescovi verso i bisogni universali e particolari della Chiesa e maggiormente associata in spirito di subordinata unione e solidale collaborazione col capo della Chiesa, centro costitutivo del Collegio episcopale. Occorrerà una descrizione dottrinale organica della figura del Vescovo, quale il Concilio, riassumendo e sviluppando gli elementi teologici e canonici tradizionali, ha delineata; avremo motivo di ringraziare umilmente il Signori per la nostra elezione, e di ripensare continuamente la natura e la gravità dei nostri doveri: ripresa e approfondita nelle lunghe e laboriose sedute nell’aula conciliare, questa meditazione dovrà continuare ed alimentare sempre la nostra coscienza episcopale; e non è dubbio che l’autorità, di cui siamo insigniti, caratterizzerà tale coscienza e darà al nostro ministero dignità e vigore.

Ma quale lo stile di tale autorità? Gli aspetti umani, di cui essa si riveste: aristocratico, democratico? Non sono questi termini adatti alla figura del Vescovo; li pronunciamo per agevolare lo studio di ciò che stiamo indagando. Più corrispondente alla questione è invece il confronto fra le espressioni differenti storiche dell’autorità episcopale : chi non vede, ad esempio, come un tempo, specialmente quando l’autorità pastorale era associata a quella temporale (il pastorale e la spada: chi non ricorda?) i segni del Vescovo erano quelli della superiorità, dell’esteriorità, dell’onore, e talvolta quelli del privilegio, dell’arbitrio e della sontuosità? E allora tali segni non provocavano scandalo; anzi il popolo gradiva di ammirare il suo Vescovo ornato di grandezza, di potenza, di fasto, e di maestà. Ma oggi non è così, e non può essere così. Il popolo, lungi dall’ammirare, si meraviglia e si scandalizza, se il Vescovo appare insignito da soverchi di: stintivi anacronistici della sua dignità, e si appella al Vangelo. E per fortuna oggi nessuno di noi sarebbe in grado di procurarseli quei soverchi distintivi e di sfoggiarli: i Vescovi sono poveri; lo sappiamo benissimo: hanno difficoltà a condurre con un minimo di decoro la vita più modesta. Resti, sì, possibilmente un sobrio e dignitoso decoro, l’ufficio lo esige; ma per quanto abbiamo lasciato di esteriore e di mondano, ringraziamo Iddio! (cfr. Luc. 22, 35).

Che cosa allora qualifica oggi l’esercizio dell’autorità episcopale? Venerati Fratelli: è il senso della responsabilità! Una responsabilità sempre più chiara e tremenda. Il senso delle famose parole di San Paolo: «qui episcopatum desiderat», eccetera (1 Tim. 3, 1) sembra denotare piuttosto il sacrificio, che non la soddisfazione di chi assume il gravissimo ufficio. E che così debba essere lo dice, oltre che la voce del divino Maestro, la voce del tempo, in cui viviamo ed in cui fare il Vescovo è la cosa più impegnativa, più ardua, e, umanamente parlando, talora più ingrata e pericolosa. Se il senso di responsabilità caratterizza oggi l’autorità del Vescovo, un secondo senso la riveste, ora tanto conclamato: quello di servizio. Anche questo ci è predicato da Gesù Maestro: «Filius hominis non venit ministrari, sed ministrare»! (Matth. 20, 28; Luc. 22, 27; Phil. 2, 7). E se così è, un sentimento che sempre ha pervaso il sacro ministero da interiore si fa palese nell’esercizio che oggi al Vescovo è demandato; un sentimento, meglio dire una virtù, uno spirito, che tutto penetra e vivifica l’opera del Pastore, ed è, come sapete, l’amore. L’amore deve oggi trasparire. Il rapporto canonico tra Vescovo e Clero e Fedeli dev’essere vivificato dalla carità, in modo, dicevamo, trasparente. Il Vescovo deve apparire Padre, maestro, educatore, correttore, consolatore, amico, consigliere: Pastore, in una parola.

E ancora: se così è, un’altro carattere della vita ecclesiastica viene in evidenza: la comunione; che vuol dire il contatto umano, diretto, pieno di gravità e di bontà, con la comunità. Con quella dei Sacerdoti specialmente. Con i sacerdoti: oh, voi, Fratelli ottimi e venerati, subito intuite, e forse già avete intuito, che l’avvicinare i Sacerdoti diventa stile dell’esercizio dell’autorità Vescovile, oggi; un tempo si diceva: maiestas a longe! Oggi, il contrario! Non per diminuire il prestigio ed il vigore dell’autorità, si bene per riporla nel cuore delle sue funzioni. E il cuore sono i nostri Sacerdoti: ascoltarli, informarli, consultarli, esortarli; ecco forme elementari, ma feconde di quella conversazione, che un accresciuto senso comunitario deve stabilire fra il Vescovo e i suoi Sacerdoti. Poi la cura per loro! Specialmente se poveri, se malati, se vacillanti, se caduti! E fra tutti, lasciate che vi raccomandiamo il giovane Clero. Conosciamo le provvidenze già in atto a questo proposito; le elogiamo e le raccomandiamo vivissimamente.

Questo a Noi sembra stile nuovo, spirito del Concilio.

Vi sono certamente molti altri punti, che meriterebbero menzione e riflessione: ma il tempo è breve e il discorso si fa lungo. Accenniamo appena, e al punto che Ci sembra principale: la formazione propriamente religiosa sia del Clero, che dei Fedeli. Il Concilio ci ha dato una magnifica e ricchissima costituzione sulla sacra Liturgia. Superfluo ora descriverla. Ricordiamo solo una cosa: essa non mira soltanto alla riforma dei riti sacri; essa mira a condurre all’essenziale la nostra educazione e la nostra espressione religiosa: alla parola divina, al dogma, al sacramento, al corpo mistico, alla preghiera compresa ed espressa da tutta la comunità, a Cristo, a Dio, alla SS.ma Trinità. Ciò che è primo nella realtà obbiettiva della rivelazione deve ritornare primo nella devozione soggettiva della vita religiosa. Specialmente nella formazione degli Alunni dei Seminari. Temi questi ormai noti; ma che esigeranno commenti e sviluppi non pochi. Il Concilio ci apre questa strada: essa conduce al rinnovamento religioso del nostro tempo, alla conservazione della fede e della pratica religiosa del nostro popolo, alla efficacia positiva e costruttiva del nostro ministero, alla apologia della nostra santa Chiesa, alla gloria di Cristo e di Dio.

Qui Ci fermeremo. Forse con vostro piacere! Ma con Nostro dispiacere, perché avremmo molti temi e gravissimi da trattare con voi: l’istruzione religiosa del popolo e specialmente quella nelle Scuole, l’Azione cattolica e l’allenamento dei fedeli alla testimonianza cristiana e all’apostolato, il problema sempre ricorrente della stampa cattolica, la moralità degli spettacoli, della letteratura, della vita pubblica e privata; eccetera. Su ogni punto il Concilio avrebbe non poco da dire.

E gli altri punti, interessanti direttamente l’Episcopato Italiano? La Conferenza Episcopale: sappiamo che è stato preparato il nuovo Statuto, e Noi saremo lieti di prenderne visione, e certamente di darvi la Nostra approvazione. L’ordinamento delle Diocesi: sapete che sono in corso studi, inchieste, progetti di grande importanza! Ma di tutto dovremo parlare, a Dio piacendo, e come si deve, in altra futura occasione.

In questa felicissima ed unica occasione della conclusione del Concilio ecumenico, sia ora sufficiente che Noi vi esprimiamo la Nostra devota affezione, i Nostri fraterni voti, l’assicurazione della Nostra spirituale comunione (questa mattina abbiamo celebrato la Santa Messa per voi e per le vostre rispettive Diocesi), la domanda della vostra benevola adesione e collaborazione, ed in fine, con tutto il cuore, e in nome di quel Cristo che rappresentiamo, invocando la protezione di Maria Santissima, la Nostra Apostolica Benedizione.

     

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