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 DISCORSO DI PAOLO VI 
ALL’UNIONE CRISTIANA IMPRENDITORI E DIRIGENTI

Lunedì, 7 febbraio 1966    

 

Illustri e cari Signori!

Da più di vent’anni la vostra Rivista, dal titolo lapidario «Operare», offre ai Soci dell’Unione Cristiana degli Imprenditori e dei Dirigenti pagine d’informazione sociale, ricche di pensieri, di notizie, di immagini, splendidamente presentate. Si deve al Gruppo Lombardo la sua origine, al compianto e valoroso Pio Bondioli la sua prima pubblicazione, al vostro Presidente nazionale Commendatore Lorenzo Valerio Bona da non pochi anni la sua presente direzione, condivisa e di fatto esercitata dal bravo Condirettore responsabile, il Dottor Vittorio Vaccari, Segretario Generale dell’Unione medesima. 

Codesta pubblicazione rappresenta un successo notevole nel campo editoriale, se da più di quattro lustri si offre ai suoi lettori in così degna forma e in ritmo così regolare e perseverante. Ma nel campo ideale la Rivista «Operare» a maggior ragione si distingue, e merita che, come voi ne segnalate con giusta compiacenza la non breve, non facile e non vana esistenza, così Noi plaudiamo a codesta intelligente e generosa fatica, e le riconosciamo la insigne benemerenza di tener accesa fra i soci della Unione Cristiana degli Imprenditori e dei Dirigenti non solo la coscienza religiosa e morale delle loro singole persone, ma quella altresì che deve rischiarare di luce cristiana la sfera immensa, complessa ed agitata, della vita economico-sociale del nostro tempo.

Si direbbe facile il suo compito, tanto è oggi esuberante la vegetazione editoriale, sperimentale, culturale nel campo dell’economia e in quello della sociologia; i fattori, che sono alle sorgenti di codesti fenomeni tipici della vita contemporanea, e cioè la conquista scientifica della natura e l’applicazione utilitaria della conquista scientifica ai bisogni e ai desideri dell’uomo, cioè la tecnica, cioè l’industria, riempiono talmente di sé le scuole, i giornali, le riviste, i libri, i laboratori, da concedersi alla conoscenza di tutti, e da assorbire l’attenzione dell’uomo moderno in tal modo da non lasciargli quasi possibilità per altri interessi e per altri pensieri, fossero pur quelli incombenti e, alla fine, inevitabili del suo vero essere e del suo supremo destino. Tutto è ridotto in termini scientifici; poi tutto è studiato in ordine al dominio e all’impiego che la scoperta scientifica consente di fare a vantaggio dell’uomo; e delineata questa signoria tecnica sulle cose e le leggi scoperte, ecco l’organizzazione industriale, sistematica, strutturata, calcolata in ordine ad una prima e naturale finalità, la produzione; donde la prima grande trasformazione del quadro tradizionale della vita, la trasformazione economica, cioè la disponibilità di ricchezze nuove che invadono la circolazione economica preesistente, quasi dappertutto modesta, stentata e caratterizzata da grandi disuguaglianze di distribuzione; donde ancora l’altra trasformazione, che ancora ci assale e ci conturba, quella sociale; voi la conoscete, perché ne siete stati i promotori principali; avete messo in azione le macchine; queste hanno cambiato non solo le forme abituali del lavoro, rurali e manuali principalmente, ma la mentalità del lavoratore, il suo genere di vita, la sua modesta, ma formidabile psicologia, la sua coscienza di membro d’una società regolata fino allora da schemi immobili e destinata ad evolversi non tanto secondo le antiche categorie ereditarie del censo e della cultura, ma secondo quelle, in via di formazione, delle funzioni da ciascuno assunte nel complesso ciclo dell’economia sociale.

Queste elementari nozioni sono alla conoscenza di tutti. Esse poi si arricchiscono e si complicano con una serie di altre informazioni complementari: storiche, statistiche, comparative, organizzative, amministrative, commerciali, politiche, che dànno pascolo a studi, a discussioni, a pubblicazioni, senza fine. Ecco perché dicevamo non sembrare difficile interloquire, con una bella Rivista, nel concerto, nel frastuono, delle tante voci che parlano di economia e di sociologia.

Ma voi subito osservate che facile non è. Ed avete ragione: parlare bene di fatti, sì, alla portata di tutti, ma in se stessi e nelle loro conseguenze complicatissimi, non è facile; possiamo anzi dire ch’è più difficile dire cose esatte, semplici, utili, decisive in un campo intricato e arruffato da mille opinioni e da mille fenomeni, che non in un altro più tranquillo, già esplorato e classificato. La serietà della vostra Rivista ha degnamente superato questa prima difficoltà: l’ha superata con la competenza dei suoi collaboratori, con la pazienza della sua ricerca in ogni aspetto della realtà considerata, con la sincerità delle sue opinioni, con la moderazione delle sue affermazioni, con l’ampiezza delle sue visuali. Non saremo Noi soli a farvi l’elogio per codesti pregi qualitativi della vostra Rivista, ma potrete avere facilmente, Noi pensiamo, quello del mondo della cultura e quello del vostro ambiente specifico, quello imprenditoriale.

Ma ben altra costante difficoltà si presenta alla vostra Rivista, e possiamo pur dire alla vostra Unione, alla vostra attività, alla vostra affermazione di Imprenditori e di Dirigenti Cristiani; la difficoltà di porre in evidenza cotesto carattere morale e religioso del vostro pensiero e della vostra azione, in un campo, come il vostro, che sembra di natura sua refrattario a qualificazioni etiche e spirituali: che cosa c’entrano, pare doversi dire, la moralità e la religione con l’organizzazione industriale e aziendale? E a questo riguardo voi avete tenuto fede alla vostra concezione cristiana della vita, concezione che può dirsi estranea alla sfera delle cose temporali, ma che non è mai estranea a qualsiasi sfera dove l’uomo viva, lavori, pensi, soffra e speri. È anzi cotesto l’aspetto originale della vostra affermazione sia organizzativa, che culturale. È il titolo della vostra saggezza, meritevole di riconoscimento non solo da chi, come Noi, guarda la scena della vostra attività con occhio pastorale, ma altresì da chi lo osserva oggettivamente nelle sue lineari manifestazioni. Nota acutamente, in Francia, uno dei vostri: «Il disorientamento attuale dei capi di impresa riflette una omissione di carattere “strategico” nella categoria, che data dall’inizio dello sviluppo industriale: la rinuncia ad elaborare idee fondamentali e premesse ideologiche capaci di giustificare il proprio comportamento nella vita sociale... Gli imprenditori non si sono resi conto del fatto che le idee hanno un peso politico ed economico, sia per se stesse, sia in quanto, in regime di suffragio universale, condizionano gli atteggiamenti delle masse e diventano uno dei fattori dominanti dell’organizzazione economica . . .» (L. de Rosen). Non così voi: in virtù della vostra adesione alla concezione cristiana della vita e agli insegnamenti, che i Nostri Predecessori hanno largamente prodigato circa gli sviluppi della società moderna, voi avete compreso come un’attività generatrice di nuovi rapporti umani e di nuovi fenomeni sociali, qual è quella dell’impresa industriale, doveva essere illuminata da una sicura dottrina su l’uomo e sulla società, la dottrina sociale cristiana, e doveva in essa trovare le ragioni atte a giustificare e a promuovere quell’ordine nuovo della società moderna, che né il solo automatismo del gioco economico, né la sola lotta degli interessi di classe valgono a fondare.

Avete perciò osato affrontare un compito altrettanto nobile, quanto ingrato: quello di iniziare la formazione della categoria dirigente delle imprese produttive secondo la dottrina sociale cristiana; nobile, diciamo, perché tale compito tende a fornire alla società i capi, di cui essa oggi ha bisogno, capi che alla preparazione professionale sappiano congiungere quella rettitudine morale, quella sensibilità umana, quella speranza spirituale, che facciano della loro attività un esempio, della loro funzione un servizio, del loro successo un contributo al bene comune; e ingrato, diciamo, perché il richiamo alla necessità ed al primato dei valori dello spirito richiede tanto maggiore sforzo quanto più immediata e più forte è la suggestione dei valori temporali, estremamente fecondi e attraenti nel regno dell’economia, in cui la vostra professione vi colloca. Ma avete osato; e tanto basta perché Noi incoraggiamo cotesto generoso tentativo, e auspichiamo ch’esso sia coraggiosamente diretto verso le giovani leve della dirigenza imprenditoriale. Dovete suscitare e formare una nuova generazione di capi di aziende e di imprese, ai quali si possa riconoscere con piena ragione il titolo di cristiani, titolo che Noi crediamo equipollente, a livello terreno, a quello di ottimi capi.

Forse il momento è favorevole a questa fioritura di giovani dirigenti, ai quali l’essere cristiani non sia né peso, né rimprovero, ma sia impegno ed energia interiore ad una pienezza di integrità morale, di competenza, di dedizione, di apertura sociale, e sia fierezza di nuova e incomparabile testimonianza di fede, di carattere, di umanità. Favorevole perché a Noi sembra che di tali giovani, disponibili alla vocazione cristiana di capi nel mondo del lavoro organizzato moderno, vi sia buon numero oggi quando da ogni parte si vanno reclutando i migliori alunni della scuola superiore a ciò predisposti e quando lo smarrimento delle ideologie fino a ieri direttrici di tanta parte della pubblica opinione si fa maggiormente sentire.

Ed è favorevole anche per un altro motivo, che meriterebbe da solo un lungo discorso: la Chiesa è vicina anche a voi, Imprenditori e Dirigenti, non già per far scudo a se stessa della vostra potenza e della vostra ricchezza (ché anzi sapete come non sia mutato il suo linguaggio a tale proposito), ma per riconoscere nel suo complesso come buona, come avente valore in se stessa, come derivata da un disegno di Dio e a quello riferibile, la civiltà del lavoro, che anche per il vostro apporto si va sviluppando e perfezionando, e per confortare con parole, non già di adulazione, ma di incitamento la funzione indispensabile e, sotto certi aspetti, incomparabile, che a voi spetta in seno a detta civiltà, come ideatori del continuo rinnovamento di cui essa si alimenta, come propulsori delle forze economiche, come organizzatori dei complessi industriali, dove strumenti meccanici e braccia umane si coordinano e si potenziano a vicenda, e come consultori qualificati della vita sociale e politica, come promotori e mecenati delle moderne opere della cultura e della pubblica assistenza, e come testimoni di quanto di realizzare sia capace la libertà d’iniziativa, di rischio, d’amministrazione, equilibrata e integrata dall’attività dello Stato, guidata dai principii superiori d’un cristianesimo vivo.

È la dottrina del Concilio ecumenico che suggerisce apprezzamenti e voti come questi. E Noi siamo lieti di farvene saggio in questo incontro, nella fiducia che esso rinvigorisca a nuova fecondità di pensiero e di azione la vostra Unione, che ora nelle vostre persone siamo lieti di tutta salutare e benedire.

                                                           

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