 |
DISCORSO DI PAOLO VI
AI MEMBRI DELL'UNIONE ROMANA INGEGNERI E ARCHITETTI
Sabato, 26 febbraio 1966
Diletti Figli.
La Vostra odierna visita Ci procura viva soddisfazione per diversi motivi.
Anzitutto perché siete romani, appartenenti a questa Città o per nascita o per
lunga consuetudine di cittadinanza e quindi particolarmente cari e legati a Noi,
a cui l’universale sollecitudine del Supremo Pontificato non fa dimenticare, ma
rende bensì più intimi e sentiti i vincoli che Ci uniscono alla Nostra diocesi
di Roma: e non potrebbe essere altrimenti, se è proprio la formidabile
destinazione alla successione di Pietro come Vescovo di Roma che stabilisce e
giustifica il Primato su tutta la Chiesa dell’umile ma autentico Vicario di
Nostro Signore.
Siete ingegneri ed architetti: Noi non possiamo mai profferire questa vostra
qualifica senza che l’immagine della vostra professione: la costruzione,
l’edificio, Ci ricordi come Cristo l’ha fatta propria, a Sé riferendola ed a
colui che ne doveva in terra fare le veci: «Costruirò la mia Chiesa» (Matth.
16, 18), riconoscendo così nell’arte vostra il simbolo dell’arte propria, e
chiamandola in tal modo all’esercizio di virtù e di abilità umane che fossero
degne d’essere tipo, quasi sacramento - segno sacro - del misterioso disegno in
via di esecuzione, secondo il quale si costruisce la «domus Dei», la casa di Dio
per l’eternità, l’umanità assunta al piano soprannaturale. San Paolo farà
propria la parlante metafora quando, scrivendo ai Corinti, dirà: «Come sapiente
architetto io ho posto il fondamento» (1 Cor. 3, 10).
Siete dunque ingegneri e architetti: che è quanto dire professionisti tra i
più qualificati e preparati, che formano l’élite di ogni società civile, con un
compito nobilissimo da svolgere, caratterizzato da una competenza e versatilità
di studi rigorosi, in tutti i campi della tecnica moderna: la quale competenza
raggiunge poi i confini della libera e ardita genialità artistica, nella sintesi
feconda tra la rigorosa applicazione dei principi tecnici e architettonici e la
ricchezza creativa dell’arte; in ogni caso, si tratta della mirabile capacità
dello spirito umano, creato a immagine e somiglianza divina, che dalla propria
immortale vitalità trae motivi sempre nuovi di conquista e di affermazione, e
lascia una impronta sempre più profonda nella storia e nella convivenza umana.
La vostra presenza Ci è poi cara anche perché, sia come romani sia come
ingegneri e architetti, appartenete alla più antica organizzazione professionale
dell’Urbe, perché la Società, da cui trae continuazione la vostra presente
Unione, risale a quasi un secolo fa. Ci avete informati sull’attività e gli
scopi della vostra Associazione, che spaziano signorilmente dagli interessi
culturali, scientifici e tecnici all’attenzione per i più importanti problemi
cittadini, dalla pubblicistica intelligente alla fraterna assistenza e guida
prestata ai neo-laureati, dalla difesa del proprio prestigio sociale e dei
giusti diritti economici alla formazione di aperti collaboratori tecnici,
trascelti fra le maestranze edili più volonterose, per mezzo della vostra attiva
Scuola serale per Assistenti Edili e Stradali, che compie quest’anno il
sessantesimo anniversario di vita.
Per tutte queste ragioni Ci siete molto cari, e Ci fa piacere cogliere la
presente occasione per attestarvi la Nostra stima, la Nostra ammirazione, la
Nostra benevolenza. Queste stesse ragioni offrono a Noi argomento di augurio
cordialissimo, e a voi motivo di incoraggiamento, di stimolo, di salutare
inquietudine: vogliamo dire che grandi sono gli impegni che la vostra
condizione, così piena di prestigio e di fatica al tempo stesso, ogni giorno vi
impone:
come Romani, la fedeltà vissuta e consapevole alla fede cattolica, l’adesione
gioiosa alla Chiesa, la quadratura virile e forte e delicata, diciamo dunque la
romanità, delle proprie convinzioni, della propria volontà, del proprio spirito,
con l’invito ad una collaborazione libera, franca e aperta con la Sacra
Gerarchia, secondo le consegne che ai laici dei tempi nostri ha affidato la
Chiesa del Concilio Ecumenico Vaticano II;
come architetti e ingegneri, la profonda onestà, la competenza conquistata
con lo studio e con la applicazione continua, l’esempio dell’armonia costante
tra le convinzioni religiose e le esigenze della professione e della vita
civile;
come appartenenti alla gloriosa Unione romana, la mutua solidarietà, la
collaborazione generosa, l’aiuto disinteressato, a chi vi guarda con ammirazione
ed aspetta da voi le alte lezioni dell’arte ma, prima di tutto, della vita;
quanto avremmo da dire, a questo proposito, dell’incidenza sociale della vostra
professione, sia nel rapporto di lavoro con le maestranze e con il mondo del
lavoro, abituato a vedere davvero in voi il capo, il maestro, l’esempio, l’uomo
giusto, saggio e forte, a cui è onore assomigliare e obbedire; e sia nel
rapporto della pianificazione urbanistica, estremamente importante, specialmente
per quanto riguarda l’abitazione popolare, per le condizioni morali e civili
della popolazione; e vorremmo anche dire, se il tema a Noi carissimo ed urgente
non Ci portasse troppo lontano, l’impegno collegiale, da ritenere anche da voi
come un punto d’onore, a far sì che una grande città come Roma abbia in tutti i
suoi immensi, nuovi quartieri, chiese belle, chiese degne, chiese adatte alle
esigenze liturgiche, chiese comode e ben ubicate, che rispondano alle necessità
della popolazione crescente.
Ecco i Nostri voti, che del resto sappiamo condivisi da ciascuno di voi,
perché vi parlano di cose vostre, di ideali vostri, che conoscete e dei quali
vivete. Accoglieteli come espressione della stima e dell’affetto, che per voi
nutriamo, e di cui vuol essere pegno la Nostra Apostolica Benedizione, per voi e
per le vostre dilette famiglie.
|