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DISCORSO DI PAOLO VI
AGLI ABATI E AI PRIORI DELLE CONGREGAZIONI MONASTICHE
DELL'ORDINE BENEDETTINO

Venerdì, 30 settembre 1966

 

Venerati Fratelli e Figli carissimi!

Godiamo di questo incontro! Ecco d’intorno a Noi gli Abati della grande, della storica, della religiosa Famiglia di San Benedetto, radunati a Congresso nel caro e mistico Collegio di S. Anselmo di Roma, e convenuti da ogni parte del mondo, per celebrare e rinsaldare i vincoli della loro monastica fraternità, per rianimare e perfezionare la loro vita religiosa secondo le norme del Concilio Ecumenico Vaticano Secondo, e per trarre conforto dalla benedizione che il Capo visibile della Chiesa e il Vicario terreno di Cristo suole riservare per i figli migliori, più devoti, più esemplari, quali voi siete. Gaudemus omnes in Domino! Siate i benvenuti, e siate assicurati fin d’ora della Nostra venerazione, della Nostra stima, della Nostra benevolenza. All’Abate Primate, a Noi tanto caro, ai singoli Abati e a tutta codesta assemblea il Nostro paterno e cordiale saluto in Cristo, Nostro Signore.

Vi riceviamo volentieri! Ma piuttosto ch’essere Noi a parlarvi, Noi preferiamo ascoltarvi.

ECCELLENZA DELLA VOCAZIONE ALLA VITA CONTEMPLATIVA

Voi siete Monaci; siete cioé uomini singolari, che uscendo, in qualche modo, dal consorzio della profana conversazione, vi siete rifugiati nella solitudine, non solo esteriore, ma interiore altresì, nel raccoglimento; siete uomini del silenzio e della preghiera; e ognuno di voi, come il vostro Patriarca e Fondatore, «soli Deo piacere desiderans» (S. Greg. Dial. II, 1), si è ripiegato su se stesso, pago soltanto delle ricchezze dello spirito; siete i cercatori di Dio; e a questa scelta è stata provata la vostra vocazione, come dice la vostra regola: «si reveva Deum quaerit» (c. 58). Siete perciò consacrati allo studio della divina presenza e all’arte dell’ineffabile conversazione con Cristo e con Dio; siete esperti delle cose invisibili, che sono le più vere, le più reali. Per questo vorremmo ascoltarvi, voi, vigilanti nel crepuscolo della vita presente, e profeti dell’aurora, che attende i fedeli.

Ma se non è possibile, in questo momento, a Noi tacere e a voi parlare, vi basti questo Nostro riconoscimento della vostra specifica professione di Religiosi contemplativi per assicurarvi del credito, della considerazione, della fiducia, che voi godete presso di Noi, che volentieri a voi rivolgiamo le parole, che il Concilio riserva, in primo luogo, ai Sacerdoti, quali pure voi siete: «Quorum laus est in Ecclesia Dei. Pro plebe sua et toto Populo Dei ex officio precantes et sacrificium offerentes, ignoscendo quod agunt et imitando quod tractant, . . . ex abundantia contemplationis actionem suam nutriendo et fovendo, in oblectamentum totius Ecclesiae Dei» (Lumen Gentium, 41). E a voi ripetiamo l’elogio, che il «Decretum de accommodata renovatione vitae religiosae» tributa ai seguaci silenziosi e ascoltatori di Cristo. Dice il Concilio: «Instituta quae integre ad contemplationem ordinantur, ita ut eorum sodales in solitudine ac silentio, in assidua prece et alacri paenitentia soli Deo vacent, in corpore Christi mystico, in quo omnia membra non eundem actum habent (Rom. 12, 4), . . . praeclaram partem semper retinent. Deo enim eximium laudis sacrificium offerunt, populum Dei sanctitatis uberrimis fructibus collustrant atque exemplo movent, necnon arcana fecunditate apostolica dilatant. Ita Ecclesiae decus extant et caelestium scatebra gratiarum . . .» (c. 7).

L'«ARS ORANDI»
NELLA PIENEZZA E NEGLI SPLENDORI DELLA LITURGIA

Vogliamo con questo confermare la bontà, anzi l’eccellenza della vostra vocazione, e conseguentemente la funzione, ch’essa ha, sia nella vita religiosa delle singole anime, sia nella spiritualità della comunità cristiana, e sia nel disegno complesso ed armonico della vitalità, onde è animata dallo Spirito Santo la Chiesa di Dio.

Contemplare, cioè tendere a Dio col pensiero e col cuore, è, in certa misura, di tutti, in quanto tutti devono impegnare le facoltà più alte dello spirito, la speculazione e l’amore, nella preghiera. Non si concepisce un atto di culto che non tragga il suo elemento essenziale dallo sforzo personale dell’orante; e a torto si vorrebbe da alcuni esonerato da questo sforzo personale, che possiamo dire rivolto alla contemplazione, colui che partecipa all’azione liturgica, quasi che l’azione liturgica, perché comunitaria, possa dispensare il fedele dal concorso individuale, come se partecipare ad un coro dispensi il singolo artista dall’unirvi la sua voce. Voi ben sapete quanto la liturgia esiga e produca quella tensione personale dell’orante verso la contemplazione, e ricordate le parole, sempre degne di memoria, dell'Enciclica «Mediator Dei»: «Tantum abest ut sacra Liturgia intimos singulorum christianorum sensus reprimat, ut eos potius idcirco refoveat atque instimulet» (A.A.S. 1947, p. 567). E ciò che dev’essere di ogni autentico fedele voi realizzate in forma piena ed esemplare, in modo che da voi si irradi quella bellezza della vita contemplativa (cfr. S. Th. II-IIæ, 180, 2, ad 3) che stimola e conforta tutto il Popolo di Dio a cercare «quae sursum sunt» (Col. 3, 2) ed a subire il fascino benefico della vostra «ars orandi».

Ecco rivendicata così la vostra missione apostolica, risultante, oltre che dall’esercizio di qualche funzione pastorale, o culturale adatta all’indole della vostra vocazione, (pensiamo specialmente al motto dei Benedettini «Ora et Labora», nonché alle scuole da voi dirette, alle missioni da voi assistite) risultante, diciamo, dalla vostra esclusiva, o prevalente, consacrazione alla preghiera e alla ascetica.

UNA PRESENZA
CHE MANIFESTA ED ANNUNZIA QUELLA DEL SIGNORE

In un mondo, com’è per più d’un verso il nostro, dimentico di Dio, lontano da Dio, indifferente a Dio, negatore di Dio, voi vi attestate, tranquilli, austeri e gentili, e raccolti nei vostri monasteri quasi per compiere una specie d’incantesimo religioso. Vi sorregge la vostra regola: «ubique credimus divinam esse praesentiam». La vostra presenza diventa segno della presenza di Dio fra gli uomini. Voi cantate; chi ascolta? voi celebrate; chi vi osserva? Sembra che l’incomprensione vi circondi, la solitudine vi mortifichi. Ma non è così. Qualcuno avverte che voi avete acceso un fuoco; qualcuno s’accorge che dal vostro chiostro luce e calore si effondono; qualcuno si ferma, guarda, pensa. Voi siete per il mondo d’oggi un richiamo. Un principio di riflessione, che spesso è salutare e rigeneratore. Ad una condizione: che la vostra vita monastica sia perfetta. Perfetta di stile, quale l’antica regola benedettina ha saputo delineare; perfetta di virtù morali; di gravità specialmente (cfr. Herwegen), di bontà (cfr. Ryelandt), quali sembrano caratterizzare il vostro austero ed umano grande padre Benedetto; perfetta di religiosità soprattutto (cfr. Marmion), che fa anteporre a tutto l’amore a Cristo; così ripete la regola: «nihil amori Christi praeponere» (cc. 4 e 72); perfetta infine nell’adesione alla santa Chiesa (cfr. Schuster).

Perciò da veri figli e seguaci di San Benedetto continuate con fiducia e con energia il vostro cammino, Ne conoscete egregiamente la direzione, la difficoltà, la bellezza. La vostra Regola è sapienza che non svanisce per passare di secoli. Al lume dei decreti conciliari, e al confronto della vostra esperienza e dei bisogni dei tempi, riordinate le norme della vostra vita religiosa; ma soprattutto rinvigorite la coscienza della vostra vocazione, vivetene lo spirito. Non vi sia grave la fedeltà alla vostra tradizione, ma vi dia piuttosto il senso della perennità storica della Chiesa; e della fecondità inesauribile delle cose viventi del suo spirito.

MOLTEPLICE APOSTOLATO NELLA CHIESA E PER IL REGNO DI DIO

Dedicatevi sempre con mistica passione alla sacra liturgia, e siate voi, dopo il Concilio, i primi a restaurarne i riti e il fervore nell’osservanza uniforme alle prescrizioni stabilite; non vi dispiaccia se richiamiamo alla vostra memoria che le norme da Noi impartite anche recentemente, con la Nostra Lettera «Sacrificium laudis» , non quasi imponendo un nuovo onere, ma piuttosto difendendo una vostra secolare tradizione e tutelando un vostro umano e spirituale tesoro, circa l’uso della lingua latina nella recitazione del divino ufficio, riguardano anche i monaci. Coltivate gli studî, quelli biblici e storici specialmente; e fate conoscere qualche risultato delle vostre esperienze religiose, pubblicando qualche bel libro di vera spiritualità cattolica; curate l’ospitalità dei vostri monasteri: è questa una forma squisita ed efficace di apostolato a voi consentita; studiate il colloquio con i Fratelli separati; voi potete, meglio di altri, avvicinarli e mostrare loro quale sia la nostra verità vissuta. Diciamo ancora: facilitate la costituzione delle Congregazioni nazionali: forse può essere questa la buona soluzione di tante vostre questioni; procurate di aiutarvi scambievolmente e di tenervi uniti nella carità e nell’obbedienza: forse rafforzare qualche po’ l’autorità dell’Abate Primate (parliamo di Nostra iniziativa!) darà alla grande vostra famiglia benedettina aumento interno di carità e maggiore capacità di attendere ad opere nuove: nelle missioni, negli studi, nel servizio della Chiesa di Dio. E anche l’autorità degli Abati dei singoli monasteri, alla quale è massimamente congiunto anche il sicuro profitto spirituale dei Monaci, nei vincoli dell’obbedienza e dell’amore, sia restituita a quella pienezza, che è nello spirito austero della Regola Benedettina. E amate finalmente questa Chiesa di Dio, voi «coenobitarum fortissimuum genus» (Reg. 1), difendetela, sostenetela, santificatela. Questa Chiesa romana, diremo pure; nella quale voi non potete non ravvisate una madre amorosissima, e la quale ravvisa in voi figli eletti e prediletti.

Con questi sentimenti, con questi voti, con queste esortazioni, in nome di quel Cristo, che Noi umilmente rappresentiamo, di gran cuore tutti vi benediciamo.

                                               

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