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DISCORSO DI PAOLO VI
ALL'AMMINISTRAZIONE PROVINCIALE DI ROMA

Giovedì, 17 novembre 1966

 

Illustri Signori!

Per il fatto che voi siete rivestiti di particolare autorità ed esercitate una funzione pubblica per via di legittimo mandato; per il fatto altresì che l’opera vostra è rivolta a questioni molto gravi e molto complesse: tali infatti sono quelle d’una vasta e moderna amministrazione provinciale; per il fatto infine che il vostro pubblico servizio è svolto in questa vostra e Nostra Roma, nel suo vasto e vario territorio provinciale, che fa corona all’Urbe e che dell’Urbe riceve non solo il nome ed il prestigio, ma altresì - e quali! - i bisogni ed i doveri, ai quali, sotto differente aspetto, Noi pure siamo interessati ed impegnati, la vostra visita Ci è molto cara e significativa.

Cara come quella di magistrati e di figli a Noi tanto vicini e tutti intenti ad un’opera che non possiamo non osservare ed apprezzare; significativa per voler in certo senso segnare l’inizio della vostra gestione con l’incontro col vostro Vescovo e Pontefice Romano, con la professione della vostra lealtà e della vostra devozione, e con la domanda, che dice la vostra fede ed onora il vostro carattere di Romani, di Italiani e di Cattolici, della Nostra benedizione.

Vi ringraziamo perciò cordialmente d’averCi offerta occasione di conoscere le vostre persone, d’accogliere il vostro deferente omaggio, e di manifestarvi, a Nostra volta, la stima, la benevolenza, l’augurio, che meritate.

Ci piace, anche in questa occasione, riferirci col Nostro pensiero e col Nostro voto al sempre ricorrente problema dei rapporti fra il vostro ufficio ed il Nostro, o, come si dice, fra lo spirituale ed il temporale, pensosi Noi stessi della sua complessità e della sua difficoltà, ma lieti che non manchino ormai le formule della sua equilibrata e provvida soluzione. Ecco: Ci è facile e doveroso rendere omaggio alla vostra autonomia e alla vostra libertà, alla norma ragionevole che regge con criteri propri la vostra attività. Nello stesso tempo corre l’obbligo, per tutti salutare, di affermare la necessaria armonia di codesta sfera delle cose e delle azioni temporali con la sfera superiore della coscienza religiosa e delle finalità superiori ed estreme della vita umana. Il Concilio ecumenico, diventato ormai lampada consueta al nostro passo fra le presenti vicende, ci ricorda questa distinzione di fini e di competenze, non già come una dicotomia dell’uomo, ma come un’armonia, che potremmo dire dialettica, e che cercata e realizzata con sempre vigile saggezza, conferisce alla vita, tanto interiore che esteriore dell’uomo moderno la sua migliore pienezza, e la promessa, Noi crediamo, d’un sempre dinamico e progressivo svolgimento, che si chiamerà ad un tempo storia civile e storia cristiana. Dice infatti il Concilio: «Al nostro tempo è sommamente necessario che questa distinzione (fra il temporale e lo spirituale) e questa armonia risplendano nel modo più chiaro possibile nella maniera d’agire dei fedeli (il Concilio a loro si rivolge), affinché la missione della Chiesa possa più pienamente rispondere alle particolari condizioni del mondo moderno. Come infatti si deve riconoscere che la città terrena, a ragione dedicata alle cure secolari, è retta da propri principi, così a ragione è rigettata l’infausta dottrina, che si sforza di costruire la società senza tenere conto alcuno della religione . . .» (Lumen Gentium, n. 36).

Teorie, dottrine, principii, che non ora vogliamo esplorare, ma che appena ricordiamo per crescere la Nostra e, Noi speriamo, la vostra soddisfazione di questo incontro, come una nota appunto di quell’armonia che a Noi fa promettere di prestare a voi, nell’esercizio della vostra missione, il Nostro rispetto, il Nostro appoggio ed il Nostro plauso, e che Ci lascia sperare che voi, nella considerazione globale dei vostri doveri e dei vostri programmi, vorrete sentire la forza che deriva alla vostra coscienza dal lume della religione e vorrete avere per gli interessi morali e religiosi, quando la loro istanza affiora nel vostro campo d’azione, il culto e l’aiuto loro dovuto.

Sappiamo che incombono su di voi grandi questioni e grandi fatiche. E sappiamo che a fare onore all’ufficio che vi è affidato sono preparati i vostri animi e sono valide le vostre forze. La Nostra compiacenza vuol essere suffragata dall’invocazione, che rivolgiamo a Dio, affinché appunto pari ai doveri sia la capacità di assolverli; ed a questo fine con particolare considerazione ed affezione diamo a voi tutti, ai vostri collaboratori ed a quanti, uomini ed interessi, incontrate nel vostro civile cammino, la Nostra Apostolica Benedizione.

                                              

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