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DISCORSO DI PAOLO VI AL PELLEGRINAGGIO DELL'UNIONE ITALIANA DEI PARRUCCHIERI
Lunedì, 21 novembre 1966
Diletti Figli,
Siamo assai lieti di accogliere il vostro pellegrinaggio, così numeroso, così
caratteristico, così vario, e di darvi il Nostro benvenuto: Vi diciamo subito
che siamo grati a Voi, e ai solerti organizzatori di questo incontro, per il
pensiero che avete avuto per Noi, con un gesto di squisita cortesia, che Ci
allieta e Ci commuove: siete infatti venuti a Roma per dirci, con la sola vostra
presenza, quanto grande sia stata la vostra soddisfazione per il Breve
Apostolico «Tonsoriam artem», del 20 luglio scorso, con cui abbiamo
proclamato San Martino de Porres, Patrono dei Parrucchieri «per uomo e per
signora», dei Barbieri e delle Categorie affini in Italia. Siete venuti per
dirCi grazie, e dirCelo con la forza del vostro numero, con la schiettezza dei
vostri sentimenti, con la spontaneità delle vostre parole. Un grazie che Ci ha
fatto particolare piacere, non solo perché il sacrificio, che avete dovuto
affrontare per gli assillanti impegni delle vostre giornate lavorative, lo rende
più meritorio, ma perché esso riveste il significato di un atto di fede: la
vostra contentezza nell’avere un Patrono tutto vostro Ci dice infatti lo spirito
con cui compite il vostro lavoro, e l’intento, che avete, di avvalorarlo a
contatto dell’esempio luminoso di un Santo.
Ve ne lodiamo di cuore; e,
nell’accogliervi, il Nostro pensiero ritorna con immutato affetto ai parecchi
incontri che abbiamo avuto, negli anni del Nostro pastorale ministero a Milano,
con i vostri colleghi della Società Mutua dei Parrucchieri ed Affini, e
soprattutto in occasione della celebrazione a S. Maria delle Grazie, in onore di
Martino de Porres. E Ci piace dare atto qui, pubblicamente, alla benemerita
Presidenza di quella Società, e agli ottimi Padri del Convento Domenicano delle
Grazie, dello zelo encomiabile che essi hanno impiegato nel diffondere la
devozione al Santo presso tutta la Categoria dei Parrucchieri e Barbieri, prima, e per ottenerne, poi, la proclamazione che
voi, oggi, festeggiate.
Vorremmo avere più tempo a Nostra disposizione per
effonderci a Nostro agio in una conversazione familiare, quale talora avviene
con tono disteso e cordiale nei luoghi di lavoro, mentre attendete alla vostra
quotidiana attività. Ma anche il pur brevissimo incontro di oggi Ci permette di
dirvi cose, che Ci stanno particolarmente a cuore, e che vi affidiamo con
paterna benevolenza, a ricordo del vostro bel pellegrinaggio.
1. Vogliamo dirvi
anzitutto che vi ammiriamo. Non crediamo, diletti Figli, che vi dobbiate
meravigliare di questa parola; forse, in fondo, ve l’aspettavate, in premio
della vostra fedeltà. Sì, vi ammiriamo: perché siete al servizio degli altri, e
a totale servizio, anche in ore e in giorni in cui si potrebbe esigere quel
maggior agio e quel doveroso riposo, di cui gli altri pur godono. La vostra
fisionomia, è questa: servire, essere utili; e sempre col sorriso sulle labbra,
sempre con i modi più compiti, diventati perfino proverbiali, sempre con
rispetto e buon garbo, interessandovi ai discorsi e ai problemi degli altri,
anche quando i vostri problemi, o affanni personali, o dolori familiari
tumultuano in cuore, e non permetterebbero diversioni o evasioni. Eppure, in
ogni circostanza, voi siete là, dimentichi dei vostri interessi per far piacere
agli altri, servirli, essere ai loro ordini.
Non è un atteggiamento, questo, che
merita non solo ammirazione, ma gratitudine? Non è una benemerenza che possiamo
dire sociale, oltre che un intimo acquisto personale, che può fare di voi degli
uomini sempre più coscienti della bellezza, della grandezza, del merito della
vita umana, quando è spesa con un ideale generoso? Stimate la vostra professione
anzitutto per questo: perché oltre la bravura, che richiede, oltre il contributo
personale di buon gusto, che la rende anch’essa un’arte, è un ministero, un
servizio: e tutto ciò che corrisponde a questo ideale, merita da Dio il premio,
nella pace della coscienza per il dovere compiuto, qui in terra, e nella
ricompensa della vita eterna, lassù in Cielo.
2. Vi diciamo di più. La vostra professione, per le ricche esperienze,
ch’essa dischiude, per gli straordinari contatti umani, ch’essa facilita, per le
innegabili correnti di simpatia, ch’essa stabilisce, può essere un singolare strumento di apostolato. Intendiamoci bene: non c’è
bisogno di atteggiarsi a predicatori, a banditori di messaggi alti e sonori. Le
pose, da qualunque parte vengano, in quanto sono pose, cioè forzate, artefatte,
insincere, non ottengono risultato, sono anche controproducenti. Ma qui non si
tratta di pose: si tratta di essere cristiani sinceri, coerenti, consapevoli. Si
tratta di vivere il proprio battesimo, che, secondo l’insegnamento del Concilio
ai laici, a tutti i laici, dà a ciascuno una missione «profetica», quella cioè
di essere testimoni, di Gesù Cristo nel mondo, «perché la forza del Vangelo
risplenda nella vita quotidiana, familiare e sociale», come ha detto la
Costituzione dogmatica sulla Chiesa (n. 33), e perché gli uomini «siano resi
capaci di ben indirizzare tutto l’ordine temporale e di ordinarlo a Dio per
mezzo di Cristo», come ha sottolineato il Decreto sull’apostolato dei laici (n.
7). Secondo il pensiero genuino del Concilio Ecumenico Vaticano II, i laici, per
il fatto stesso che fanno parte della Chiesa, hanno di per sé il dovere di farle
onore, edificando cristianamente il mondo circostante - con l’esempio, sempre,
con la parola, quando è necessario -, perché scompaiano gli stridenti dissidi
che talora si fanno avvertire tra la fede cristiana e le opere, che non le
corrispondono, tra il pensiero e l’azione, tra l’ideale e la vita. Il già citato
Decreto ha detto anche che il vero apostolo laico «cerca le occasioni per
annunziare Cristo» (ibid. n. 6): e quali occasioni, le più impensate, le più
adatte, le più efficaci, non sono offerte anche a voi, purché sappiate ricordarvi
sempre - come certamente è in realtà - della vostra vocazione cristiana, che
deve permeare anche il vostro lavoro, e renderlo utile per il Regno di Dio?
Anche a questo vi incoraggiamo, certi di trovare in voi una risposta generosa,
che vi orienti per tutta la vita.
3. In una parola, abbiate fede. Non si può
dare un orientamento sicuro alla propria esistenza individuale, familiare,
professionale, senza la fede; non si può mantenere integra la propria solidità
interiore di uomini, specialmente di fronte alle crisi e alle tentazioni della
vita, se non c’è una visione cristiana del mondo e degli avvenimenti, se non c’è
un metro sicuro di giudizio sul perché ultimo e segreto di tutte le cose: e
questo lo può dare solo la fede.
Abbiamo detto che questo vostro pellegrinaggio in onore al Santo vostro Patrono riveste un significato di fede: che lo sia oggi, che lo sia
sempre! In questo vi sarà di aiuto la devozione, tenera e profonda, che nutrite
per San Martino de Porres, per questo grande e umile Domenicano, lieto e
sacrificato, generoso e ardente, che il Signore ha voluto porre tanto più in
alto sul candelabro, quanto più grande fu il suo studio di abbassarsi, di
nascondersi, di servire.
Egli vi insegnerà a unire la serenità dell’animo all’impegno quotidiano,
arduo e pesante; a trovare il senso della vita nello spenderla per gli altri; vi
insegnerà ad amare il prossimo, ma soprattutto ad amare Dio con tutte le forze
dell’anima, e a restare a Lui fedeli nella pratica generosa della virtù
cristiana, nella adesione costante alla Chiesa e al suo insegnamento, nella
osservanza fedele dei doveri della vita liturgica e sacramentale, anche se
questo vi può costare un qualche sacrificio.
Noi vi
affidiamo alla sua intercessione: gli raccomandiamo il vostro lavoro, le vostre
famiglie, le vostre gioie e le vostre pene, affinché vi ottenga la continua
protezione del Signore. E a conferma di questi voti, e in pegno della Nostra
benevolenza, di cuore impartiamo a voi, qui presenti, ai vostri Colleghi
lontani, e a tutti i vostri cari, la propiziatrice Benedizione Apostolica.
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