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DISCORSO DI PAOLO VI
ALLA GIUNTA CAPITOLINA

Sabato, 26 novembre 1966

 

Signor Sindaco! Signori Assessori della Giunta municipale di Roma!

Accogliamo la vostra visita con grande piacere e con grande rispetto. Essa rinnova in Noi il grato ricordo degli incontri precedenti, che Ci hanno offerto l’opportunità di conoscere e di apprezzare i Cittadini dell’Urbe, chiamati dalla fiducia dei loro Concittadini, a rappresentare e ad amministrare gli interessi del Popolo Romano nella magistratura capitolina; quello specialmente, sempre vivo nella Nostra memoria e nel Nostro cuore, della Nostra visita nella superba e fatidica sede del Comune di Roma. Questo nuovo incontro Ci consente di salutare Lei, Signor Sindaco, con le Nostre felicitazioni per la riconfermata fiducia, con cui Ella è stato chiamato a continuare con nuovo mandato nell’arduo e onorifico ufficio di presiedere all’amministrazione civica della Città; e La salutiamo con i Nostri voti affinché pari all’altezza dell’incarico sia la virtù che lo assolve, sia il consenso e la collaborazione di cui ha bisogno, e sia il merito e l’esito, che, per il bene di tutta la cittadinanza, tutti desiderano. Così siamo lieti di porgere il Nostro riverente e cordiale saluto ai Signori Assessori, ch’Ella qui Ci presenta, godendo della precedente conoscenza con alcuni di essi e della nuova che questa visita Ci consente di fare con gli altri: a tutti il Nostro grazie per questo cortese atto di deferenza e di omaggio, a tutti il Nostro augurio di buon lavoro e di buona fortuna. Vogliamo estendere, in questo momento, il Nostro paterno e beneaugurante pensiero a tutti i membri del Consiglio Comunale, anzi a tutti i Cittadini di Roma, che Ci piace vedere nelle persone di visitatori così specificamente qualificati degnamente rappresentati.

E grazie, Signor Sindaco, delle parole nobili e concrete che Ella Ci ha testé rivolte. Ascoltiamo in esse l’espressione di sentimenti che fanno altrettanto piacere a Noi, che li accogliamo, quanto onore a chi li alimenta e li proferisce. Ascoltiamo in esse la voce di propositi molto buoni e molto coscienti; oltre che l’onesta e virile volontà di dare al servizio della Città ogni sapiente riflessione, ogni generoso impegno. Ci pare di sentire in codesta voce una vibrazione cordiale, quella della appassionata affezione per questa Roma unica e misteriosa.

Ascoltiamo; e comprendiamo quale cumulo di problemi grava su di chi deve attendere all’amministrazione, alla conservazione e al progresso d’una Città come la nostra; quali cure, quali fatiche sono a voi richieste! Lasciate che Noi incoraggiamo, Signori, l’opera vostra. Essa è ardua: ma non impari al vostro talento; essa Ci sembra da voi studiata e promossa con i sussidi della moderna scienza urbanistica; essa Ci sembra rivolta ai bisogni primari della popolazione, all’abitazione, al lavoro, alla scuola, all’assistenza sanitaria e sociale; essa Ci sembra compresa delle urgenti questioni sia del centro storico della Città, sia delle borgate che la circondano. Noi non sappiamo misurare, ma immaginiamo l’opprimente gravità e complessità dei vostri doveri; elogiamo la forza d’animo, con cui li affrontate; la competenza, con cui li studiate e li compite; la dirittura, con cui li considerate; lo sforzo di concordia e di mutua collaborazione, con cui cercate di appianare gli ostacoli e di accrescere le comuni energie. Virtù civili codeste, che Ci piace vedere da voi professate e che auspichiamo sempre e fortemente lo siano ad esempio dei Concittadini ed a conforto delle vostre stesse coscienze.

Alle quali anche un altro conforto vogliamo augurare, e che può essere caratteristico d’un amministratore romano: quello della inesauribile meditazione su Roma. Sì, su Roma. Voi certamente siete fieri d’essere al servizio di questa Città; domandate a voi stessi perché. A tutte le buone ragioni che suffragano cotesto alto sentimento civico, voi avvertirete che un’altra si aggiunge, e che si esprime con modesto, ma espressivo linguaggio, così: perché Roma è Roma. Cioè perché a tutti i pregi di una metropoli, questa Città aggiunge suoi incomparabili valori spirituali: Roma è storia, è diritto, è arte, è religione . . . Non vi pare che qui tutto parli? che qui il rapporto col tempo e con l’umanità acquisti caratteri nuovi e profondi? che venga all’animo di chi serve ed ama la Città un invito a servire ed amare di più; un monito a non stancarsi mai, uno stimolo a capire di più, una spinta continua verso livelli-vertice, verso espressioni assolute? Vi è una parola del Signore, a Lui stesso riferita, che possiamo adattare alla voce misteriosa che emana da Roma: «Lapides clamabunt» (Luc. 19, 40), le pietre grideranno. Sì, qui le pietre, a chi le sa intendere, gridano, parlano. Non è romanticismo, non è mistificazione; è espressione d’una realtà spirituale, che non bisogna essere sordi a cogliere e a comprendere. Vengono da lontano visitatori e pellegrini per ascoltare qualche accento di questa voce romana. Qui tra le altre pietre, voi lo sapete, v’è Pietro che parla. Voi ben sapete ciò che diciamo; e la vostra visita Ci dice appunto che anche questa voce voi, Romani, sapete ascoltare. Ebbene sì; ascoltate questa voce; essa vuol dare fede e coraggio ai vostri spiriti; essa vuol mantenere svegli i vostri sensi alla vocazione di umanità e di cristianità propria di Roma; essa vuole rendere buono e fraterno il vostro lavoro; essa vuol ristorare le vostre stanchezze e le vostre ferite; essa vuol tenere accesa la speranza che non muore negli animi vostri, come in quelli dei vostri Concittadini e Fedeli della Nostra Diocesi.

Ascoltatela, illustri Signori e Figli diletti: è oggi per voi, per i vostri Colleghi e collaboratori, per tutte le vostre Famiglie, per tutto il Popolo di Roma, voce amica e paterna di benedizione.

                                              

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