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VIAGGIO APOSTOLICO A BOGOTÀ

DISCORSO DI SUA SANTITÀ PAOLO VI
AL CORPO DIPLOMATICO A BOGOTÀ*

Venerdì, 23 agosto 1968

 

Ci riesce sempre piacevole, nel corso dei viaggi che la Provvidenza Ci permette di intraprendere, di incontrare il distinto Uditorio costituito dai Membri del Corpo Diplomatico accreditato nei Paesi dove Noi Ci rechiamo.

Nelle vostre persone, Signori, Noi onoriamo i Capi di Stato che vi hanno conferito il mandato e le Nazioni che voi rappresentate, la cui varietà rievoca davanti ai Nostri occhi innumerevoli popolazioni dell’antico e del nuovo mondo.

Visione veramente universale, veramente «cattolica», nel senso etimologico della parola, e che Ci sembra, nel caso presente, particolarmente in armonia con la circostanza che ci aduna.

Che cosa è, in effetti, che Ci ha condotti a Bogotà? Voi lo sapete: in primo luogo è la celebrazione di un Congresso Eucaristico. Ora, che cosa è l’Eucaristia, agli occhi dei cristiani, se non una misteriosa e divina Presenza che li attira e li unisce, un possente legame di amore, una sorgente inesauribile di unità? Unità che sembra, a prima vista, riguardare soltanto il popolo credente, ma che, in realtà, irraggia e diffonde la sua forza di attrazione ben al di là della sfera religiosa e si rivela benefica per l’intera società. Il grande spettacolo che noi abbiamo davanti agli occhi questi giorni ne è la prova. Ciò che noi vediamo – voi ne siete come Noi i testimoni, e testimoni ben qualificati e un ammirabile e commovente spettacolo di unione tra i popoli più diversi. Tutti i Continenti, Ci sembra, sono rappresentati qui, tutte le razze, tutte le classi sociali. Le barriere cadono, le divergenze si dileguano, tutti si riconoscono figli di uno stesso Dio, fratelli di uno stesso Cristo, che ha riscattato a mondo intero, e che continua, sotto i veli del Mistero Eucaristico, la sua grande opera di raccolta dell’umanità in una totale e perfetta fraternità (cfr Io 11, 52).

Una tale celebrazione Ci sembra comportare, tra le altre note caratteristiche, un riferimento del tutto particolare alle vostre persone e alla vostra Missione. Sta di fatto che voi, Signori, in virtù della vostra carica, siete esattamente quelli che lavorano – sul piano temporale qual è il vostro – per l’unione tra i popoli. Voi siete gli specialisti del negoziato per il raggiungimento dell’intesa, i tecnici dei buoni rapporti, dell’avvicinamento degli uomini e dei popoli in una felice e feconda collaborazione.

Compito difficile l’esperienza ce lo insegna tutti i giorni. Compito che bisogna perseguire senza stancarsi, senza mai perdere la fiducia nell’uomo e in ciò che egli può attuare con la grazia di Dio. Compito che riveste, nel nostro mondo di oggi, non più uno, ma due aspetti ugualmente importanti, complementari, e che in qualche modo si condizionano vicendevolmente la pace e lo sviluppo.

Su l’uno e l’altro punto, la Chiesa Cattolica lavora con voi, sul piano spirituale che è il suo Non stiamo a ricordarvi qui le recenti iniziative della Santa Sede volte a favorire la pace l’opinione pubblica del mondo vi ha sufficientemente fatta larga eco. Noi vi diremo piuttosto che al di fuori di questi interventi più appariscenti, e in realtà, con tutto il suo insegnamento, con tutta la sua pedagogia e la sua pastorale, che la Chiesa lavora per la Pace. Essa mira a piegare il cuore dell’uomo da cui può uscire il bene e il male (cfr Matth 15, 19), a piegarlo verso il bene, e di conseguenza verso la pace: pace dell’uomo con Dio, pace con se stesso, pace con i suoi simili. Essa offre a tutti la rigenerazione in Cristo (cfr l Cor 6, 11, l Petr 1, 3) e quindi li rende capaci di vincere le loro cattive inclinazioni e di divenire i «miti» e «pacifici» proclamati felici dal Vangelo. La Chiesa pensa di servire così molto utilmente – benché questo non sia il suo unico e il suo principale fine: la causa della pace. È troppo evidente, infatti, che senza questa intima conversione delle anime, il camino dell’umanità, verso l’unione e la pace sarà sempre vacillante ed incerto.

Per quel che concerne lo sviluppo dei popoli, che a giustissima ragione è stato chiamato con una formula che Noi abbiamo fatta Nostra, il «nuovo nome della pace», l’Enciclica Populorum progressio e l’istituzione della Commissione Pontificia «Iustitia et Pax» dimostrano a sufficienza quale posto esso occupa nelle presenti preoccupazioni della Santa Sede. Qui, in America Latina, questa parola risuona come un grido di allarme, con un accento supplichevole e pieno di angoscia. E nel mondo intero, i popoli meno favoriti avvertono, con una acutezza finora mai raggiunta, che essi hanno diritto ad accedere al proprio sviluppo. E poiché nessuno di loro può giungervi da solo, il loro grido d’implorazione echeggia come un grande e possente richiamo alla solidarietà internazionale e mondiale.

Tocca a noi, Signori, di ascoltare questo richiamo e di affrettarci a rispondere ad esso. Noi vi diremo volentieri: aiutiamoci reciprocamente! Voi, delegati del potere temporale, Noi, rappresentanti del potere spirituale, collaboriamo, in questo campo, ad uno stesso compito. Lo scopo è identico, i mezzi sono differenti. Dalla loro armonia dovranno scaturire, senza indugio, le soluzioni pratiche ed efficaci che il mondo attende. Noi vi confidiamo, Signori, questi voti e queste speranze. E di gran cuore invochiamo sulle vostre persone, sulle vostre famiglie e sulle vostre Patrie, l’abbondanza delle divine benedizioni.


*L’Osservatore Romano, 25.8.1968, p.2.

 

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