 |
MESSAGGIO DI PAOLO VI A TUTTI I SACERDOTI
DELLA CHIESA CATTOLICA
Il primo posto nel cuore del Padre
A Voi sacerdoti della santa Chiesa cattolica, a voi Figli
carissimi fra tutti, che l'Ordine sacro rende Nostri Fratelli e Nostri
collaboratori nel ministero della Salvezza, come lo siete dei vostri rispettivi
Pastori; a voi vogliamo oggi rivolgere direttamente una parola, nel momento in
cui si conclude l'Anno della Fede, commemorativo del XIX centenario del martirio
dei due Apostoli Pietro e Paolo. Una parola breve e semplice, ma proprio per
voi. Da tanto tempo Noi l'abbiamo nel cuore; come vostro Confratello, da sempre,
da quando cioè a Noi pure toccò la sorte misteriosa d'essere ordinato prete e
di sentire la nuova, profonda solidarietà con tutti i colleghi, eletti a
personificare Cristo nel nostro dono alla volontà del Padre, alla
santificazione, alla guida, al servizio dei Fedeli, al rapporto di salvezza col
mondo. Non è mai mancata in Noi la comunione di riverenza, di simpatia, di
fraternità con voi Sacerdoti. Poi, quando la santa Chiesa Ci chiamò
all'esercizio di funzioni pastorali, dapprima come Vescovo, poi come Papa, il
pensiero del Clero divenne in Noi un'istanza interiore continua, piena di stima,
di sollecitudine, di carità. Ci siamo rammaricati con Noi stessi di non avervi
parlato abbastanza, di non aver testimoniato con maggiore frequenza, con
migliori segni il sentimento, che lo Spirito del Signore metteva e mette tuttora
nel Nostro cuore per voi; un sentimento che sale dal cuore e trascina con sé
quanti altri pensieri e sentimenti il Nostro ministero fa sorgere nella Nostra
coscienza: sopra ogni cosa, con ogni cosa, nell'ordine della carità, siete voi,
Sacerdoti, con i vostri Vescovi e Nostri Fratelli, che occupate il primo posto.
Saluto ai dispensatori diretti dei misteri di Dio
Per questo oggi vi parliamo. Non è un'enciclica che vi
rivolgiamo, non è un'istruzione, non è un atto dispositivo canonico; è una
semplice effusione di cuore. "Os nostrum patet ad vos ... cor nostrum
dilatatum est" (2 Cor 6,11). Questa ricorrenza centenaria della
memoria degli Apostoli, che col messaggio evangelico e col proprio sangue hanno
posto le basi di questa Chiesa romana, Ci obbliga ad aprirvi un istante il
Nostro animo.
Con grande ammirazione, con grande affezione. Conosciamo la
vostra fedeltà a Cristo, alla Chiesa. Conosciamo il vostro impegno, la vostra
fatica. Conosciamo la dedizione al vostro ministero, l'ansia del vostro
apostolato. Conosciamo anche il rispetto e la riconoscenza che suscitano in
tanti fedeli il vostro evangelico disinteresse, la vostra carità apostolica.
Anche i tesori della vostra vita spirituale, del vostro colloquio con Dio e del
vostro sacrificio con Cristo, il vostro anelito di contemplazione simultanea
all'attività, Noi conosciamo. Di ciascuno di voi siamo portati a ripetere le
parole del Signore nell'Apocalisse: "Scio opera tua, et laborem, et
patientiam tuam" (Ap 2,2). Quanta commozione, quanta letizia Ci
procura questo spettacolo! Quanta riconoscenza! Noi vi ringraziamo e vi
benediciamo, nel nome di Cristo, per quello che siete, per quello che fate nella
Chiesa di Dio. Voi ne siete, con i vostri Vescovi, gli operai più validi, voi
le colonne, voi i maestri e gli amici, voi i dispensatori diretti dei misteri di
Dio (cf 1 Cor 4,1; 2 Cor 6,4). Volevamo dirvi questa pienezza del
Nostro cuore, affinché ciascuno di voi si sappia e si senta apprezzato ed
amato; e ciascuno di voi goda d'essere in comunione con Noi nel grande disegno e
nel duro sforzo dell'apostolato.
Un servizio che partecipa alla potestà del Sacerdozio di
Cristo
Non è questa una visione miope ed irenica. Accanto a tanti
Sacerdoti che trovano nel loro ministero la serenità e la gioia, la cui voce
non si fa sentire così clamorosamente come altre voci, sappiamo che vi sono non
poche situazioni dolorose. Vi è, in una parte del clero, una inquietudine, una
incertezza sulla propria condizione ecclesiastica. Pensa d'essere stato buttato
in disparte dalla moderna evoluzione sociale.
Certo, i Sacerdoti non sono al riparo delle ripercussioni della
crisi di trasformazione che scuote oggi il mondo. Come tutti i loro fratelli
nella fede, essi conoscono anche delle ore di oscurità nel loro cammino verso
Dio. In più essi soffrono per il modo spesso parziale con cui certi fatti della
vita sacerdotale sono interpretati ed ingiustamente generalizzati. Domandiamo
dunque ai Sacerdoti di ricordarsi che la situazione di ogni cristiano ed in
particolare del Sacerdote sarà sempre una situazione paradossale e
incomprensibile agli occhi di chi non ha la fede. E' dunque ad un
approfondimento della propria fede che la situazione attuale deve invitare il
Sacerdote, cioè ad una coscienza sempre più chiara di chi egli è e di quali
poteri è insignito, di quale missione incaricato. Cari Figli e Fratelli, Noi
chiediamo al Signore di farCi abili e degni di porgere a voi qualche luce,
qualche conforto.
A tutti i Sacerdoti, dunque diciamo: non dubitate mai della
natura del vostro sacerdozio ministeriale, il quale non è un ufficio o un
servizio qualsiasi da esercitarsi per la comunità ecclesiale, ma un servizio
che partecipa in modo tutto particolare, mediante il Sacramento dell'Ordine, con
carattere indelebile, alla potestà del Sacerdozio di Cristo.
Testimonianza di amore che arriva sino alla Croce
Possiamo quindi mettere in evidenza alcune dimensioni proprie
del sacerdozio cattolico. E dapprima, la dimensione sacra. Il Sacerdote è
l'uomo di Dio, è il ministro del Signore; egli può compiere atti trascendenti
l'efficacia naturale, perché agisce "in persona Christi"; passa
attraverso di lui una virtù superiore, della quale egli, umile e glorioso, in
dati momenti è fatto valido strumento; è veicolo dello Spirito Santo. Un
rapporto unico, una delega, una fiducia divina intercorre fra lui ed il mondo
divino.
Tuttavia questo dono il Sacerdote non lo riceve per sé, ma per
gli altri: la dimensione sacra è tutta quanta ordinata alla dimensione
apostolica, cioè alla missione e al ministero sacerdotale.
Lo sappiamo bene: il Sacerdote è uomo che vive non per sé, ma
per gli altri. E' l'uomo della comunità. E' questo l'aspetto della vita
sacerdotale oggi meglio compreso. Vi è chi trova in esso la risposta alle
aggressive questioni circa la sopravvivenza del sacerdozio nel mondo moderno,
fino a chiedersi se il prete abbia ancora una ragion d'essere. Il servizio
ch'egli rende alla società, a quella ecclesiale specialmente, giustifica
ampiamente l'esistenza del sacerdozio. Il mondo ne ha bisogno. La Chiesa ne ha
bisogno. E dicendo questo tutta la fila dei bisogni umani passa davanti al
nostro spirito: chi non ha bisogno dell'annuncio cristiano? Della fede e della
grazia? Di qualcuno che si dedichi a lui con disinteresse e con amore? Dove non
arrivano i confini della carità pastorale? E dove minore si manifesta il
desiderio di questa carità non è forse maggiore il bisogno? Ecco: le missioni,
la gioventù, la scuola, i malati, e con più pressante chiamata, oggi, il mondo
del lavoro costituiscono un'urgenza continua sul cuore sacerdotale. Dubiteremo
noi ancora di mancare d'un posto, d'una funzione, d'una missione nella vita
moderna? Diremo piuttosto: come rispondere a quanto hanno bisogno di noi? Come
pareggiare col nostro sacrificio personale la crescita dei nostri doveri
pastorali e apostolici? Non mai forse come ora la Chiesa ha avuto coscienza
d'essere tramite indispensabile di salvezza, né grande come ora è stato in
passato il dinamismo della sua "dispensatio"; e noi ci illuderemo di
ipotizzare un mondo senza la Chiesa, e una Chiesa senza ministri preparati,
specializzati, consacrati? Il prete è di per sé il segno dell'amore di Cristo
verso l'umanità, ed il testimonio della misura totale con cui la Chiesa cerca
di realizzare quell'amore, che arriva fino alla croce.
Dimensione mistico-ascetica della perfetta unione con lo
Spirito Santo
Dalla coscienza viva della sua vocazione, della sua
consacrazione come strumento di Cristo per il servizio degli uomini, nasce nel
Sacerdote la coscienza di un'altra dimensione, quella mistico-ascetica che
qualifica la sua persona. Se ogni cristiano è tempio dello Spirito Santo, quale
sarà la conversazione interiore dell'anima sacerdotale con l'inabitante
Presenza, che lo trasfigura, lo tormenta, lo inebria? Sono per noi Sacerdoti
queste parole apostoliche: "Habemus ... thesaurum istum in vasis fictibus,
ut sublimitas sit virtutis Dei et non ex nobis" (2 Cor 4,7). Figli
e Fratelli Sacerdoti: come si afferma, come si alimenta in noi questa coscienza?
Come arde in noi la lampada della contemplazione? Come ci lasciamo attrarre da
questo intimo punto focale della nostra personalità, e distrarre perciò per
qualche pausa, per qualche interiore conversazione, dall'assillo dell'impegno
esteriore? Abbiamo conservato il gusto della orazione personale, della
meditazione? Del Breviario? Come possiamo sperare di dare alla nostra attività
il suo massimo rendimento, se non sappiamo attingere dalla fonte interiore del
colloquio con Dio le energie migliori, ch'Egli solo può dare? E dove trovare la
ragione prima e la forza sufficiente del celibato ecclesiastico, se non nella
esigenza e nella pienezza della carità diffusa nei nostri cuori consacrati
all'unico amore e al totale servizio di Dio e del suo disegno di salvezza?
Dedizione alla Chiesa nella memoria degli Apostoli
Ma le strutture, si dice da alcuni, non sono oggi tali da
realizzare effettivamente questa dedizione feconda ed esaltante. Qui è la
quarta dimensione del sacerdozio: quella ecclesiale. Il Sacerdote non è un
solitario, è membro di un corpo organizzato, la Chiesa universale, la diocesi,
e, nel caso tipico, e diremmo superlativo, la sua parrocchia. Ed è tutta la
Chiesa che deve adattarsi ai nuovi bisogni del mondo: la Chiesa, celebrato il
Concilio, è tutta impegnata a questo rinnovamento spirituale ed organizzativo.
Aiutiamola con la nostra collaborazione, con la nostra adesione, con la nostra
pazienza. Fratelli e Figli carissimi, abbiate fiducia nella Chiesa. Amatela
assai. E' il termine diretto dell'amore di Cristo: "dilexit Ecclesiam" (Ef 5,25). Amatela anche nei suoi limiti e con i suoi difetti. Non
certo per ragione dei limiti e dei difetti, e forse anche delle sue colpe; ma
perché solo amandola potremo guarirla e far risplendere la sua bellezza di
Sposa di Cristo. E' la Chiesa che salverà il mondo, la Chiesa che è la stessa
oggi come lo era ieri, come lo sarà domani, ma che trova sempre, guidata dallo
Spirito e con la collaborazione di tutti i suoi figli, la forza di rinnovarsi,
di ringiovanire, di dare una risposta nuova ai bisogni sempre nuovi.
Pensiamo dunque a tanti Sacerdoti tesi in uno sforzo metodico
d'accrescimento spirituale nello studio della Parola di Dio, nella fedele e
retta applicazione della riforma liturgica, nell'ampliamento del servizio
pastorale verso gli umili e gli affamati di giustizia sociale, nell'educazione
del popolo alla pace e alla libertà, nell'accostamento ecumenico dei Fratelli
cristiani da noi separati, nell'umile e quotidiano compimento dei doveri loro
assegnati, e soprattutto nell'amore irradiante a nostro Signore Gesù Cristo,
alla Madonna, alla Chiesa, a tutti gli uomini. E siamo Noi stessi consolati e
edificati.
Ed è con questi sentimenti nel cuore, Sacerdoti carissimi,
siate voi vicini ovvero lontani, che, nella memoria dei Santi Apostoli e martiri
Pietro e Paolo, Noi vi salutiamo e tutti vi benediciamo.
Dalla Basilica Vaticana, 30 giugno 1968.
PAULUS PP. VI
|