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DISCORSO DEL SANTO PADRE
PAOLO VI ALLE EX-ALUNNE DELLE CASE D’ITALIA DELL’ISTITUTO
DELL’ASSUNZIONE
Sabato, 21 marzo 1970
Un secondo gruppo, anche questo, per altri titoli, elettissimo e da Noi
accolto con particolare considerazione, è quello delle Ex-Alunne delle Case
dell’«Assunzione» d’Italia. Lo salutiamo di cuore. Esso ci documenta lo sforzo
tenace e sapiente d’un Istituto religioso, quale è quello dell’«Assunzione»,
nella missione, che le è propria, dell’educazione cristiana della gioventù
femminile, secondo le esigenze della società moderna e della cultura
contemporanea; e quali siano i suoi metodi ed i suoi criteri pedagogici ci è
attestato dal fatto che l’«Assunzione» continua la sua opera formativa e
informativa oltre il periodo scolastico, riuscendo a interessare le persone, che
furono già allieve delle sue scuole, anche negli anni successivi, a riunirle e a
proporre al loro libero studio problemi vitali di grande attualità e di pubblica
utilità. Diamo subito lode a questo indirizzo realistico e moderno impresso alla
propria attività educativa dalla «Assunzione», e auguriamo un esito largo e
confortante, sia sotto l’aspetto umanista che sotto quello cristiano, al suo
saggio e rinnovato programma educativo.
Ma la Nostra lode ed il Nostro incoraggiamento vanno a voi direttamente,
ottime Ex-Alunne dell’«Assunzione», che dimostrate con i fatti la validità della
formazione ricevuta, entrate, come siete, nella vita adulta non disposte a quel
salto indifferente e incoerente dallo stile severo e sereno degli anni di scuola
a quello subito conformista all’ambiente profano e mondano, nel quale si svolge
oggi la comune esistenza. Voi avvertite che la vostra scuola vi ha dato qualche
cosa di più che una ricca e accurata istruzione e un titolo di studi compiuti
secondo la vigente cultura; vi ha dato dei principi; dei principi chiari, forti
e vitali; vi ha dato la sensibilità delle condizioni effettive della società
umana; vi ha dato la coscienza di doveri, che vanno oltre quelli personali e
familiari e professionali, e che impegnano ad uno studio e ad una solidarietà
delle grandi e nuove cause della giustizia e della convivenza sociale; vi ha
dato l’esaltante sicurezza della vostra vocazione cristiana, che accresce, sì,
il peso delle responsabilità, ma conferisce simultaneamente l’energia, il gusto,
il merito di sapervi coraggiosamente rispondere. Molto bene. Abbiamo preso
visione del tema ponderoso, che in cotesto annuale convegno avete proposto alla
vostra riflessione e alle vostre discussioni; enunciamolo a vostro onore: «Crisi
della socializzazione e nuove forme di vita comunitaria»; soggetto di grande
attualità, di grande complessità e di grande importanza. Ecco la prova del
vostro sano e positivo realismo.
Noi vogliamo credere che la esplorazione e il dibattito d’un tema sociologico
di tale ampiezza vi avranno edotte circa le vere condizioni storiche e sociali
nelle quali tutti ci troviamo, e dalle quali siamo, per un verso, trascinati a
nuove e inattese forme di convivenza, e, per un altro verso, stimolati a
esercitare i nostri diritti e i nostri doveri, ad affermare la nostra concezione
dei rapporti umani, ad imprimervi il senso ed il valore propri della vita
cristiana. Avrete forse provato un senso di fatalità e di sgomento: si tratta,
come dice il tema, di crisi. Ma poi, vogliamo ancora credere, avrete anche
notato che, dovunque si tratta delle sorti della comunità sociale; una corrente
umanissima e misteriosa scaturisce nell’interno stesso del tema, come esigenza o
come urgenza, e tende a diffondersi nei fenomeni della vita collettiva; una
corrente, di cui tutti conosciamo il nome, senza forse supporre che le sue
applicazioni possano essere universali e estendersi a tali fenomeni; ed è la
corrente che si chiama carità, proveniente da Cristo, e premente verso una
originale unità della moltitudine umana, in cui, per di più, ogni componente
acquista e conserva la sua singolare dignità di persona.
E con questo fugace rilievo Noi vi auguriamo di ravvisare nei dati e negli
avvenimenti sociologici, anche in quelli che sono insensibili e ribelli alla
concezione superiore dell’umanità affratellata e redenta, una insita e spesso
soffocata aspirazione a tramutarsi in rapporto spirituale e cristiano. Questo vi
aiuterà a comprendere e a vivere con sempre spirito nuovo le espressioni
comunitarie, che la Chiesa cattolica, comunione per eccellenza, nella preghiera
liturgica, nell’apostolato, nella promozione della giustizia sociale,
nell’azione per la pace, nella presente svolta della sua storia, offre ai suoi
figli. Quante e quali visioni! e non sono sogni utopistici! e quanti e quali
doveri! e non sono incomportabile giogo! Coraggio! Continuate a studiare, a
comprendere, ad operare. Codesta è via buona. Con la Nostra Benedizione.
Un altro gruppo, che merita un Nostro saluto speciale, è quello dei
Parrocchiani di Bedizzole, buona Parrocchia in diocesi di Brescia, i quali sono
guidati dal loro zelante Arciprete don Giovanni Miristice: vengono a Roma per
ricordare il settantacinquesimo anniversario d’un’istituzione sociale, che ha
bene operato e prosperato localmente, la Cassa rurale e artigiana; e vogliono
così ringraziare il Signore, rinfrancare i loro propositi di collaborazione e di
sviluppo sociale, e presagire sempre laborioso, onesto, concorde l’avvenire
della loro comunità parrocchiale. Siamo lieti di questa visita, e confermiamo
con i Nostri voti e la Nostra Benedizione i loro buoni sentimenti, E siamo
inoltre riconoscenti che il loro pellegrinaggio intenda ricordare il Nostro
giubileo sacerdotale; ci terremo pertanto sicuri delle loro preghiere per i
bisogni del Nostro ministero apostolico, e ricambieremo l’omaggio filiale con le
Nostre, per le loro persone, per le loro famiglie e per l’intera Parrocchia di
S. Stefano di Bedizzole.
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