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DISCORSO DEL SANTO PADRE PAOLO VI Mercoledì, 28 ottobre 1970
Abbiamo accolto con piacere l’invito del Nostro venerato Cardinale Vicario ad assistere alla conclusione di questo Convegno pastorale innanzi tutto per l’occasione che ci è offerta di essere tra voi, Sacerdoti e Religiosi Romani, addetti alla cura d’anime, d’incontrarmi con voi, di sentire e di dimostrare che sono vostro Vescovo (che cosa può maggiormente corrispondere ai desideri ed ai sentimenti d’un Vescovo che l’essere in mezzo ai suoi Sacerdoti, che il saperli a sé vicini, e di far loro sapere anche sensibilmente che essi non sono privi dell’interesse, dell’assistenza, della comunione vissuta col loro Vescovo?). È poi la prima volta che ci è dato d’incontrare e di salutare il Clero Romano costituito in Presbiterio, secondo le recenti prescrizioni conciliari (Cfr. Christus Dominus. 28), e godiamo sinceramente vedendo subito impegnata in temi di alto e comune interesse questa nuova istituzione. Possiamo così esprimere di presenza e a voce la Nostra compiacenza per questo genere di iniziative, destinate a provare e a promuovere quella maggiore comunione di sentimenti e di opere nel Clero d’una diocesi, della quale comunione il Concilio ci è maestro. Questa circolazione di studi e di idee, questa accelerazione di attività pastorali, questo confronto e questo scambio di esperienze, questa comune ed emulatrice formulazione di nuovi programmi Noi crediamo essere uno dei migliori risultati del Concilio; non è un’ostentazione di parole vane a scapito di un’operosità effettiva; ma è uno sforzo meditato e condiviso per superare la pratica consuetudinaria, resa col tempo pigra e superficiale, e per infondere nella carità pastorale, cioè nel ministero, la vivacità che le compete, per risalire alle ragioni e alle esigenze teologiche del ministero stesso, per applicare con fiduciosa ed unanime puntualità le nuove norme, che l’autorità ecclesiastica viene emanando, e per profittare con talento apostolico del margine di libertà discrezionale, lasciato dalla legge allo zelo del pastore d’anime, allo scopo di adattare l’esercizio del ministero alle necessità, alle aspirazioni e alle circostanze locali. Dunque, eccovi il Nostro saluto, il Nostro incoraggiamento e la Nostra
benedizione. Voi forse ci interrogate: e una parola sul tema non ce la dice? Doveroso quando si riferisce alla nostra mentalità, la quale, è detto, dev’essere nuova. Dire a uomini di Chiesa che devono rinnovare la loro mentalità sembra, a prima vista, offensivo, quasi che essi fossero fuori strada, o fossero curvi sotto il peso di una morale senilità; e sembra anche pericoloso, quasi che il rinnovamento auspicato della loro mentalità autorizzasse a denunciare come invalida la formazione ricevuta, e ad abbandonarsi a capricciosi pensamenti ed esperimenti. No. Il rinnovamento di mentalità, di cui qui si parla, è quello che scuote l’abitudine inerte di attenersi a formule comode e viete di pensiero e di condotta, di evitare lo sforzo della riflessione sia delle verità teologiche le quali, per la densità e per la profondità del loro contenuto non dovrebbero dare mai pace alla contemplazione, alla ricerca, alla celebrazione di chi le ha fatte luce della propria vita spirituale; e sia della realtà esteriore, cioè dei bisogni pastorali e delle condizioni del mondo, realtà che, come tutti sappiamo, sono in un processo di continuo e profondo mutamento. Per mentalità nuova intendiamo l’intelligenza sveglia ed aperta; intendiamo l’ossequio al ripetuto precetto di Cristo circa l’obbligo della vigilanza; intendiamo quel conservarsi giovani, di cui parla San Paolo, quando ci esorta «a non perderci mai di coraggio; ma se anche il nostro uomo esterno si invecchia, l’interno nostro si rinnova tuttavia di giorno in giorno» (Cfr. 2 Cor. 4, 16); e precisa, quasi testualmente per il caso nostro, che dobbiamo «rinnovarci nello spirito della nostra mente» (Cfr. Eph. 4, 23). Ora a Noi piacerebbe davvero che il Clero Romano, dopo il Concilio di cui forse non abbiamo ancora misurato l’importanza sua e la responsabilità per noi, assumesse una mentalità proporzionata all’ora presente: non si tratta di affrancarci spavaldamente dal patrimonio di buoni pensieri e di usi locali, che abbiamo ereditato dalla nostra educazione, né di accogliere a occhi chiusi con servile adesione le idee e le innovazioni di provenienza forestiera e di tendenze discutibili; ma si tratta di derivare dalla nostra romanità una spiritualità nuova ed autentica, dove la fede, con la sua certezza ed il suo invito a perenne meditazione, e dove la carità, con la sua urgenza e la sua universalità, infondono nell’anima sacerdotale, del Prete, di quello specialmente in cura d’anime, un modo di pensare, una mentalità, che potremmo chiamare caratteristica, per il fatto d’essere plasmata sulla «matrice e sulla radice, come dice S. Cipriano, della Chiesa cattolica» (S. CIPR., 48, 3), ch’è appunto questa Chiesa romana, su cui riposa misticamente e storicamente un disegno divino, e che, lungi dall’ispirare orgoglio o vanità, egoismi banali e interessi terreni, deve renderci sempre più consapevoli, noi del Clero Romano, circa il nostro dovere di esemplarità, di servizio, di zelo e d’incomparabile amore a Cristo Signore, e alla sua Chiesa. Sì, vediamo se ci riesce a dare una profonda e interiore spiritualità a questa nostra condizione di vita. che ci innesta nel mistero di Roma cattolica. Persuasi di questo, ci è facile riflettere sull’altra novità, enunciata dal
vostro tema: quella della nuova pastorale dei Sacramenti. La novità, a questo
riguardo, è imposta principalmente dalla riforma liturgica. Voi conoscete qual
è. Ma due osservazioni la giustificano oltre la semplice applicazione rituale, e
riguarda l’una la sua coerenza teologica, l’altra la sua fecondità pastorale.
Che sia opportuno, anzi necessario, un ripensamento teologico è evidente,
innanzi tutto per il concetto stesso del Sacramento, ch’è azione divina compiuta
da una azione umana, causa principale la prima della grazia, strumento e
condizione la seconda (Cfr. A. CIAPPI OP., De sacramentis in
communi, Berruti, 1957). Pensate al battesimo; S. Paolo ci esorta a questo passaggio dall’esperienza
esteriore del segno sensibile alla comprensione del suo significato, significato
che si realizza in una specifica comunicazione di grazia, cioè di misteriosa
Vita divina nella nostra umile vita umana: «Ignorate voi forse - egli scrive ai
Romani - che chiunque di noi è battezzato in Cristo Gesù, è battezzato nella
morte di Lui? Noi siamo, mediante il battesimo, sepolti con Lui nella morte,
affinché come Cristo risuscitò dai morti per la gloria del Padre, così anche noi
possiamo condurre una vita nuova» (Rom. 6, 3-4). L’efficacia causante la grazia è tutta e principalmente di Dio, operante
nell’atto stesso sacramentale (ex opere operato, come
dicono i Teologi ) ; ma l’efficacia strumentale e condizionante questa
misteriosa azione divina dipende dall’uomo (ex opere operantis); dal
ministro del sacramento e da colui che lo riceve, non che dalla comunità
ecclesiale, che partecipa alla celebrazione e al conferimento dei sacramenti (Cfr.
Presbyterorum ordinis, 13).
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