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DISCORSO DEL SANTO PADRE PAOLO VI
AL CLERO DELLA DIOCESI DI ROMA
Lunedì, 25 febbraio 1974
Signor Cardinale!
Venerati Fratelli, e carissimi Figli,
questo incontro segna un momento importante, tanto per la nostra vita
spirituale, quanto per quella ecclesiale. Deve essere vissuto in pienezza, di
coscienza, di propositi, di preghiera.
Esso è l’unico che durante l’anno ci raccoglie tutti, vescovi, parroci e
sacerdoti diocesani, religiosi, professori, studenti ed ospiti; un tempo, come
sapete, esso riuniva i predicatori per la prossima Quaresima; poi, diminuito il
numero di questi qualificati ministri della parola di Dio, si sono aggiunti per
dignità e affinità di ministero, i pastori ed i loro coadiutori; e finalmente
ora tutto il clero romano, che lo voglia e che lo possa, è invitato a questa
religiosa riunione. La quale conserva il suo carattere di semplicità, spoglio
d’ogni cerimonia; conserva la sua intenzione ascetica in ordine alla nostra
preparazione pasquale; e conserva a noi ed a voi un’occasione unica di trovarci
tutti insieme, e di avere l’impressione interiore ed esteriore d’essere
comunità, anzi comunione, d’essere Chiesa, et quidem «Chiesa Romana». E ciò,
almeno per noi, fa di questo momento, per breve e semplice che sia, un istante
di felicità spirituale. Ci ricorda l’accorata e umile similitudine del Signore:
«quante volte ho cercato di raccogliere i tuoi figli (Egli rivolgeva a
Gerusalemme la sua dolorosa apostrofe), come la gallina raduna i suoi pulcini
sotto le ali, e Tu non hai voluto!» (Matth. 23, 37); e ci dà
un’esperienza contraria, altrettanto per noi consolante quanto fu amara e
drammatica quella di Gesù, Messia rifiutato, Messia misconosciuto.
Un’altra immagine evangelica, bellissima, felicissima si dipinge invece
davanti al nostro spirito, quella dell’ovile, che si stringe intorno al suo
pastore, che così lo conosce e così lo guida e lo difende, pronto a dare per
esso la sua vita.
E perciò questo, com’è per voi, noi pensiamo, un momento pieno di altissimo
significato, di adesione, di affezione per il vostro Vescovo, così è per noi un
momento di effusione nella fiducia e nella carità per ciascuna delle vostre
persone, e per tutto il ceto ministeriale, che voi componete e rappresentate, in
questa santa, umana e ancora pellegrina Chiesa locale, nostra e vostra, che Roma
si chiama. Noi vorremmo salutarvi tutti, ad uno ad uno, di tutti onorare e
confortare la singola vocazione, a tutti esprimere la nostra riconoscenza per il
ministero sacro che esercitate, e fare a ciascuno il dono del carisma di
certezza, che conferito da Cristo a Pietro, da lui è venuto fino alla nostra
infima persona, conservandosi però intatto, potente, sempre e oggi più che mai,
tempestivo: confirma fratres tuos (Luc. 22, 32). E
che ciascuno di voi senta come a sé rivolto questo nostro tonificante saluto.
Ma detto questo, sorge nei nostri animi la domanda: quale sarà il tema del
breve discorso per questa occasione?
Rispondiamo subito, con intenzione riassuntiva. Tema è il binomio : unione ed
azione. Sì, unione ed azione. Come vedete, esso non enuncia alcun che di nuovo e
di originale; non è questo il programma ordinario e tradizionale del sacerdozio
ministeriale? Sì, ma fate attenzione all’intensità che noi vogliamo infondere in
questo binomio, la quale intensità deriva dall’urgenza di carità (Cfr. 2 Cor.
5, 14), oggi specificamente necessaria, sia per la grande meditazione teologica,
che il Concilio ha dispiegato davanti a noi, parlando del mistero della Chiesa e
della nostra salvezza; e sia per la situazione critica, ambivalente, negativa e
positiva, dell’umanità ai nostri giorni. Il ministero della Chiesa non può
svolgersi col ritmo, relativamente uniforme e tranquillo del tempo passato; dev’essere
intenso, ripetiamo, se vuol essere efficace, assiduo, forte, sofferto, pieno di
quel senso pastorale, che Gesù radicalmente compenetra d’immanente spirito di
sacrificio: «il buon pastore dà la sua vita per il proprio gregge» (Io.
10, 11).
Unione ed azione, sotto l’impulso d’una duplice forza concorrente, la grazia
del Signore, della quale dobbiamo essere sempre gelosi e fiduciosi cultori (Cfr.
Phil 1, 20), e la nostra povera e modesta, ma vigile e nuova buona
volontà.
Unione. Ci asteniamo ora di dare uno sguardo retrospettivo alle condizioni
della vita pastorale romana: era unita, organica, fraterna? Diamo piuttosto uno
sguardo al nuovo programma diocesano, dando particolare attenzione ai nuovi
organi istituzionali, ma tanto carichi di virtù spirituali, che si sono aggiunti
a quelli esistenti, per meglio compaginare l’unione, la collaborazione, la
corresponsabilità (in certa misura), della vita diocesana; vogliamo dire il
Consiglio presbiterale e l’Ufficio pastorale.
Voi avete poi due altri organismi, il Collegio dei Parroci, e le Prefetture,
che hanno già il collaudo d’una lunga e felice esperienza, e che possono
ottimamente integrare la rete unificatrice della comunità ecclesiale. Esistono
molte altre istituzioni per l’assistenza organizzata a particolari settori,
tutte rivolte al perfezionamento della comunione unitaria della Chiesa Romana;
tra queste esiste tuttora quell’Azione Cattolica, tanto raccomandata e promossa
dai nostri venerati e sapienti Predecessori, alla quale fu affidata la missione
(ante litteram, ma più che mai attuale), di chiamare il Laicato
cattolico, uomini e donne, d’ogni età e condizione, alla cooperazione diretta e
responsabile con la missione pastorale, propria della Gerarchia, per il Popolo
di Dio. Noi speriamo che questa qualificata, ma libera forma di apostolato
cattolico possa riprendere il suo sviluppo organizzativo e il suo vigore
operativo.
Unione. Ma la menzione di questo caposaldo della vita ecclesiale, tutti lo
sappiamo, esige una virtù che non è oggi da tutti apprezzata quanto si dovrebbe,
mentre essa è e rimane nei canoni costituzionali della sequela e della
imitazione di Cristo, e della consistenza indispensabile, storica e sociale, del
Corpo mistico, che è la Chiesa, durante il suo pellegrinaggio nel tempo;
vogliamo dire l’obbedienza, alla cui pratica, improntata dallo spirito del
Concilio e del Vangelo, e giustificata, nell’esercizio della potestà che la
esige, non da spirito di dominio, ma di servizio, noi dovremo tutti, umilmente e
fedelmente ritornare, se davvero amiamo l’autenticità della vita cristiana, e la
possibilità di tendere a quell’aspirazione suprema, che Cristo, con parola
testamentaria, lasciò ai suoi discepoli prima di congedarsi da loro con la
passione e la sua morte: «siano tutti uno» (Io. 17, 21). E supplisca
questo semplice accenno all’apologia, ad un tempo liberatrice e direttrice, che
tale virtù esigerebbe da noi.
E con l’unione, l’azione. Che l’azione costituisca uno dei capitoli
fondamentali circa la «summa» dei doveri del clero nell’ora presente, è noto a
tutti.
Il recente Convegno diocesano circa la responsabilità dei cristiani in ordine
alla promozione della giustizia e della carità ha messo in evidenza la necessità
che il ministero pastorale integri la sua attività cultuale e culturale con
nuove forme di assistenza caritativa e sociale. Ne vediamo l’urgenza, ne
apprezziamo gli sforzi. La carità dev’essere premurosa e inventiva, la giustizia
coraggiosa e conclusiva.
I bisogni ancora sono molti, e noi, che vogliamo vedere nel prossimo
sofferente il Cristo, che attende da noi d’essere riconosciuto e servito,
dobbiamo moltiplicare la nostra dedizione e la nostra abilità per non fallire
all’istanza moderna del nostro generoso e efficace interessamento.
Ma proprio a questo fine umano e cristiano consentiteci alcune osservazioni,
che consideriamo importanti ed attuali.
Prima osservazione: che il nostro interessamento caritativo e sociale non sia
a scapito della nostra attività propriamente religiosa, tanto nella nostra vita
personale, che in quella comunitaria. L’annuncio della Parola di Dio e il
ministero della Grazia abbiano sempre la prevalenza, sia per la realtà dei loro
valori religiosi, e sia per evitare il pericolo che la loro mancanza inaridisca
l’aspirazione vera e l’indefessa energia morale, di cui l’attività sociale
cristiana non può essere priva.
Seconda osservazione. Questo «primato dello spirituale» è necessario per noi
per contenerci nei limiti della nostra competenza religiosa (ricordate: date a
Dio, date a Cesare) (Cfr. Matth. 22, 21; Rom. 13, 7), per
rispetto all’ordine temporale costituito, al quale dobbiamo appoggio e
collaborazione, ma non dobbiamo pretendere di sostituirlo, quando il bisogno del
prossimo non reclamasse il nostro samaritano intervento.
Né dobbiamo consentire che l’attività religiosa sia strumentalizzata a fini
temporali, o a scopi utilitari.
Lasciateci proseguire, e presentare alla vostra coscienza sacerdotale una
duplice raccomandazione, alla cui testuale osservanza è oggi legata, in alcuni
casi la vostra autentica fedeltà a Cristo e alla Chiesa: sappiate essere davvero
distaccati dal denaro e dai vantaggi economici, risultanti per abili e indebite
manovre, dall’attività religiosa a vostro profitto; e sappiate essere con voi
stessi severi per mantenere trasparente la purità del vostro costume, sia
interiore che esteriore (Cfr. Matth. 5, 28), non cedendo nel vostro
comportamento alla incoerente e forse fatale permissività, di cui oggi pur
troppo tanto si parla.
E poi dovremmo parlare dello spirito di contestazione, ch’è diventato quasi
una forma epidemica, antiecclesiale, di critica acida e spesso preconcetta,
ormai convenzionale, che favorisce un opportunismo demolitore, non rivolto né
alla verità, né alla carità. Come può svilupparsi un’azione positiva, concorde,
cristiana da un pluralismo ideologico, che sa di libero esame, e perciò
disgregatore della coesione della comunione di fede, di amore, di servizio, di
unità evangelica? Non disperdiamo le forze della Chiesa, non facciamo modello di
rinnovato cristianesimo i principii pseudo liberatori, che hanno tentato di
lacerare l’«inconsutile veste di Cristo», e che un difficile ecumenismo tenta di
ricomporre. Veritas liberabit vos (Io. 8, 22), dice il
Signore: la verità, quale la Chiesa custodisce ed insegna, non le profanae
vocum novitates (1 Tim. 6, 20), le opinioni correnti,
spesso di provenienza ostile, punto liberatrici, alle quali alcuni, piuttosto
che alla fede genuina, prestano servile ossequio.
Vorremmo che l’Anno Santo, nel cui cono di luce siamo oramai entrati, ci
aiutasse a superare questa situazione psicologica e morale, che rattrista la
Chiesa e ci facesse dono di quel rinnovamento e di quella riconciliazione, che
anche a riguardo di questo fenomeno doloroso, è tanto auspicabile. Noi
confidiamo nel Signore, che vorrà ridare il gaudio d’un senso univoco, fraterno,
solidale, alla nostra comunione ecclesiale. E abbiamo fiducia, tanta fiducia,
che voi tutti ci aiuterete a questo veramente profetico scopo.
L’unione e l’azione, cioè il Vangelo vivente ed operante nella Chiesa di Dio,
nella nostra Chiesa di Roma ne avrebbe grande esultanza e si rinfrancherebbe
nella coscienza della sua missione di servizio e di esemplarità verso tutta la
Chiesa cattolica, verso quelle Chiese e comunità cristiane che ancora da noi
separate sono sulle soglie dell’unico ovile di Cristo, e verso il mondo
contemporaneo, che, lo sappia o no, attende da noi questa orientatrice
testimonianza.
Così sia; con la nostra Apostolica Benedizione.
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