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DISCORSO DEL SANTO PADRE PAOLO VI
IN OCCASIONE DELLA XXXII CONGREGAZIONE GENERALE
DELLA COMPAGNIA DI GESÙ

Martedì, 3 dicembre 1974

 

Venerati e carissimi Padri della Compagnia di Gesù!

Nel ricevervi oggi, si rinnova per Noi la gioia e la trepidazione del 7 maggio 1965, quando iniziava la XXXI Congregazione Generale della vostra Compagnia, e del 15 novembre dell’anno successivo, alla sua conclusione: gioia grande, per l’effusione di paterna e sincera carità che non può non suscitare ogni incontro tra il Papa e i figli di Sant’Ignazio, soprattutto perché vediamo le testimonianze di apostolato e di fedeltà che ci date, e delle quali ci rallegriamo; ma anche trepidazione per i motivi dei quali vi parleremo oltre. Noi diamo perciò grande importanza a questo nuovo incontro: sia per l’occasione tradizionale che lo origina, l’inaugurazione dei lavori della XXXII Congregazione Generale; sia per il suo significato storico, che va ben oltre il lato contingente. È infatti tutta la Compagnia, che, nel suo cammino nel tempo, dopo oltre quattro secoli di marcia, si trova a Roma, davanti al Papa, e pensa forse alla visione profetica della Storta: Ego vobis Romae propitius ero (P. TACCHI-VENTURI, S.I., Storia della Compagnia di Gesù in Italia narrata col sussidio di fonti inedite, vol. II, parte I, Roma 1950, 2ª ed., p. 4, n. 2; P. RIBADENEIRA, Vita Ignatii, cap. IX: Acta Sanctorum Iulii, t. VII, Antverpiae 1731, p. 683).

Vi è in voi, vi è in noi il senso d’un momento decisivo, che concentra negli animi i ricordi, i sentimenti, i presagi del vostro destino nella vita della Chiesa. Vedendovi qui, nella rappresentatività di tutte le vostre Province del mondo, il nostro sguardo abbraccia la totalità dei Gesuiti, circa trentamila uomini, che lavorano per il Regno di Dio, ed offrono un contributo di grande valore alle opere apostoliche e missionarie della Chiesa; uomini che si dedicano alle anime, spesso nel nascondimento e nel segreto di una intera esistenza. Ciascuno di questi vostri confratelli fa certo salire dal suo cuore verso questa Congregazione desideri profondi, molti dei quali sono espressi nei «postulata», e che perciò richiedono da voi, delegati, una attenta comprensione e un grande rispetto. Ma più che il numero, sembra a noi che debba contare la qualità di tali desideri, espressi o taciti che siano, che abbracciano certo la conformità alla vocazione e al carisma proprio dei Gesuiti, trasmesso da una ininterrotta tradizione; la conformità alla volontà di Dio, umilmente cercata nella preghiera; e la conformità alla volontà della Chiesa, nella linea del grande movimento spirituale che ha sorretto, e sorregge tuttora, come sorreggerà in avvenire la Compagnia.

URGENZA DEL MOMENTO

Comprendiamo la peculiarità del momento, che richiede anche da parte vostra non la solita e ordinaria amministrazione, bensì un esame profondo e sintetico, libero e globale sullo stato della vostra odierna maturazione verso i problemi e la situazione della Compagnia. È un atto da compiere con estrema lucidità e con spirito soprannaturale - confrontare la vostra identità con quanto sta avvenendo nel mondo e nella Compagnia stessa - tenendovi unicamente in ascolto della voce dello Spirito Santo, sotto la guida e l'illuminazione del Magistero, con una disposizione perciò di umiltà, di coraggio e di risolutezza per decidere sugli opportuni orientamenti perché non sia prolungato uno stato di indeterminatezza che diverrebbe pericolosa. Tutto questo con grande fiducia.

Noi vi confermiamo la nostra: vi amiamo sinceramente, e vi riteniamo capaci di quel rinnovamento e riassestamento che tutti auspichiamo.

Ecco il significato di questo incontro di riflessione. Già vi facemmo conoscere in merito il nostro pensiero con le lettere che il Cardinale Segretario di Stato ha inviato in nostro nome il 26 marzo 1970 e il 15 febbraio 1973; e con quella del 15 settembre 1973, In Paschae solemnitate, da noi destinata al Preposito Generale, e, per lui, a tutti i membri della Compagnia.

Continuando sulla linea di pensiero di quel documento, che noi speriamo sia stato da voi meditato e approfondito, com’era nei nostri voti, noi vi parliamo oggi con un affetto, con un’urgenza particolari, in nome di Cristo, e come, a voi piace di considerarci, Superiore supremo della Compagnia, in vista del legame speciale che unisce la Compagnia stessa, fin dalla fondazione, al Romano Pontefice. I Papi hanno sempre posto una speranza particolare nella Compagnia di Gesù.

E noi, che in occasione della precedente Congregazione vi affidammo il particolare incarico di far fronte all’ateismo, come espressione moderna del vostro voto di obbedienza al Papa (AAS 57, 1965, p. 514; 58, 1966, p. 1177), ci rivolgiamo oggi a voi all’inizio di questi lavori ai quali tutta la Chiesa guarda, proprio per confortare e stimolare le vostre riflessioni; e vi osserviamo nella vostra totalità di grande Famiglia religiosa, che si ferma un istante e si consulta sulla via da tenere.

A noi pare che, ascoltando in quest’ora di trepida vigilia e d’intensa attenzione quid Spiritus dicat a voi e a noi (cfr. Apoc. 2, 7, etc.), sorgano nel nostro animo tre domande, alle quali ci sentiamo tenuti a rispondere: «Donde venite?» «Chi siete?» «Dove andate?».

Noi siamo qui, come Pietra miliare, a misurare, sia pure con un solo sguardo, il cammino da voi finora compiuto.

«DONDE VENITE?»

I. Donde venite, dunque? E il pensiero va a quel complesso secolo XVI, nel quale si ponevano le fondazioni della civiltà e della cultura moderna, e la Chiesa, minacciata dalla scissione, dava inizio a una nuova èra di rinnovamento religioso e sociale, fondato sulla preghiera e sull’amore di Dio e dei fratelli, cioè sulla ricerca della più genuina santità. Era un momento affascinato da una nuova concezione dell’uomo e del mondo, che spesso - anche se non è stato questo l’umanesimo più genuino - stava per relegare Dio al di fuori dell’orizzonte della vita e della storia; era un mondo che prendeva dimensioni nuove dalle recenti scoperte geografiche; e perciò, per tanti aspetti - sconvolgimenti, riflessioni, analisi, ricostruzioni, slanci, aspirazioni, ecc. – non poco simile al nostro.

Su quello sfondo tempestoso e magnifico si colloca la figura di Sant’Ignazio. Sì, donde venite? E ci pare di udire a un solo grido, tamquam vox aquarum multarum (Apoc. 1, 15), salire dal fondo dei secoli da tutti i vostri confratelli: noi veniamo da Ignazio di Loyola, il nostro Fondatore; veniamo da colui che ha segnato un’orma indelebile non solo nell’Ordine, ma anche nella storia della spiritualità e dell’apostolato di tutta la Chiesa.

- Con lui, veniamo da Manresa, dalla mistica grotta che vide le successive ascensioni della sua grande anima, dalla pace serena dei principianti alle purificazioni della notte dello spirito, fino alle grandi grazie mistiche delle visioni trinitarie (cfr. HUGO RAHNER, Ignatius von Loyola u. das geschichtliche Werden seiner Frommigkeit, Graz 1947, cap. III).

Iniziarono allora i primi lineamenti dell’opera, che ha formato nei secoli le anime, orientandole verso Dio, gli Esercizi Spirituali che, tra l’altro, insegnano ad usare «con grande animo e liberalità verso il Creatore e Signore, offrendogli tutto il proprio volere e libertà, perché sua divina Maestà, così nella persona come di tutto quello che essa ha, si serva conforme alla sua santissima volontà» (Annotaciones, 5: Monumenta Ignatiana, series secunda, Exercitia Spiritualia S. Ignatii de Loyola et eorum Directoria, nova editio, tom. I, Exerc. Spir.: MHSI, vol. 100, Romae 1969, p. 146).

- Con Sant’Ignazio - voi ci rispondete ancora - noi veniamo da Montmartre, dove il nostro Fondatore il 15 agosto 1534, dopo la Messa celebrata da Pietro Fabro, pronunciò con lui, con Francesco Saverio, del quale oggi celebriamo la festa, con Salmeròn, e Laìnez e Rodrigues e Bobadilla, i voti che dovevano segnare come la gemma primaverile da cui sarebbe sbocciata a Roma la Compagnia (P. TACCHI-VENTURI, op. cit., vol. II, parte I, pp. 63 ss.).

- E con Sant’Ignazio - voi continuate - noi siamo a Roma, donde con lui siamo partiti, forti della benedizione del Successore di Pietro, da quando Paolo III, dopo l’appassionata apologia del Cardinale Gaspare Contarini nel settembre 1539, diede la prima approvazione orale, preludio di quella Bolla Regimini Ecclesiae Militantis del 27 settembre 1540, che sancì con la suprema autorità della Chiesa l’esistenza della nuova Società di Presbiteri. La sua originalità stava, pare a noi, nell’aver intuito che i tempi richiedevano persone completamente disponibili, capaci di staccarsi da tutto e di seguire qualunque missione fosse indicata dal Papa, e reclamata a suo giudizio dal bene della Chiesa, mettendo sempre in primo piano la gloria di Dio: ad maiorem Dei gloriam. Ma S. Ignazio guardava anche oltre quei tempi, come scriveva al termine del Quinque Capitula: Haec sunt quae de nostra professione typo quodam explicare potuimus, quod nunc facimus ut summatim scriptione hac informemus tum illos qui nos de nostro vitae instituto interrogant, tum etiam posteros nostros si quos, Deo uolente, imitatores habebimus huius vitae (P. TACCHI-VENTURI, op. cit., vol. I, parte II, Roma, 2ª ed. 1931, p. 189).

Tali siete stati voluti, tali siete nati: questi fatti dànno, si può dire, la definizione della Compagnia, com’è ricavata dalle origini, e ne indicano le linee costituzionali, e le imprimono il dinamismo, che come una molla continua l’ha sorretta nei secoli.

«CHI SIETE?»

II. Sappiamo dunque chi siete. Come abbiamo sintetizzato nella nostra lettera In Paschae solemnitate, voi siete membri di un Ordine religioso, apostolico, sacerdotale, unito col Romano Pontefice da uno speciale vincolo di amore e di servizio, nel modo descritto nella Formula Instituti.

Siete religiosi, perciò uomini di preghiera, di imitazione evangelica del Cristo, e dotati di spirito soprannaturale, garantito e protetto dai voti religiosi di povertà, castità e obbedienza, i quali non sono un ostacolo della libera persona, quasi fossero relitto di epoche sociologicamente superate, ma invece sono chiara volontà di affrancamento nello spirito del Discorso della Montagna, mediante i quali impegni colui che è chiamato - come ha sottolineato il Vaticano II - «per poter raccogliere più copioso il frutto della grazia battesimale, . . . .intende liberarsi dagli impedimenti, che potrebbero distoglierlo dal fervore della carità e dalla perfezione del culto divino, e si consacra più intimamente al servizio di Dio» (Lumen Gentium, 44; cfr. Perfectae Caritatis, 12-14). Come religiosi siete uomini dediti all’austerità della vita, per imitare il Figlio di Dio, il quale « spogliò se stesso assumendo la condizione di servo» (Phil. 2, 7), e «da ricco che era, si è fatto povero per voi, perché voi diventaste ricchi per mezzo della sua povertà» (2 Cor. 8, 9); come religiosi dovete quindi rifuggire - come scrivevamo nella menzionata Lettera, - «dai facili compromessi con la mentalità desacralizzata e corriva di tante forme odierne della vita morale»; e altresì riconoscere e vivere - coraggiosamente ed esemplarmente - «il valore ascetico e formativo della vita comune», custodendolo intatto contro le tentazioni dell’individualismo e della autonoma singolarità.

Siete apostoli, inoltre: cioè missionari, mandati in ogni direzione secondo la fisionomia più autentica e genuina della Compagnia: uomini che Cristo stesso invia in tutto il mondo a diffondere la sua santa dottrina, tra gli uomini in ogni stato e condizione (cfr. Ex. Spir. n. 145: cfr. MHSI, vol. 100, Romae 1969, p. 246). È questa una caratteristica fondamentale e insostituibile del vero Gesuita, che trova appunto negli Esercizi, come nelle Costituzioni, le spinte continue a praticare le virtù a lui proprie, indicate da Sant’Ignazio, e ciò in un modo più forte, in una tensione più grande, in una ricerca continua del meglio, del «magis», del più (cfr. i criteri delle Costituzioni). E la stessa diversità di ministeri, a cui la Compagnia si dedica, attinge da tali sorgenti la sua più profonda ragione di quella vita apostolica, che dev’essere vissuta «pleno sensu».

Sacerdoti, poi, siete: anche questo è carattere essenziale della Compagnia, pur non dimenticando l’antica e legittima tradizione dei benemeriti Fratelli, non insigniti dell’Ordine sacro, che pure hanno sempre avuto un ruolo onorato ed efficiente nella Compagnia. La «sacerdotalità» è stata formalmente richiesta dal Fondatore per tutti i religiosi professi; e ben a ragione, perché il sacerdozio è necessario all’Ordine da lui istituito con la precipua finalità della santificazione degli uomini mediante la Parola e i sacramenti.

Effettivamente, il carattere sacerdotale è richiesto dalla vostra dedizione alla vita apostolica, ripetiamo «pleno sensu»: dal carisma dell’Ordine sacerdotale, che configura a Cristo inviato dal Padre, nasce principalmente l’apostolicità della missione, a cui, come Gesuiti, siete deputati. Siete perciò sacerdoti, allenati a quella familiaritas cum Deo, con cui Sant’Ignazio volle fondare la Compagnia; sacerdoti che insegnano, provvisti della «sermonis gratia» (cfr. Monumenta Ignatiana, Sancti Ignatii de Loyola Constitutiones Societatis Iesu, tomus III, textus latinus, p. 1, c. 2, 9 (59-60); MHSI, vol. 65, Romae 1938, p. 49); tesi a far sì che «la parola del Signore si diffonda e sia glorificata» (2 Thess. 3, 1); siete sacerdoti che amministrano la grazia di Dio, con i sacramenti, sacerdoti che ricevono potestà e hanno il dovere di partecipare organicamente all’opera apostolica di alimento e di unione della comunità cristiana, specialmente con la celebrazione dell’Eucaristia; sacerdoti perciò consapevoli, come abbiamo detto in un nostro discorso nel 1963, del «rapporto antecedente e conseguente (del Sacerdozio) con l’Eucaristia, per il quale il Sacerdote è ministro generatore di tanto Sacramento, e poi primo adoratore e sapiente rivelatore e instancabile distributore» (alla XIII Settimana Naz. di Aggiornamento Pastorale, 6 sett. 1963; AAS 55, 1963, p. 754).

UNITI CON IL PAPA

Infine, siete uniti col Papa da uno speciale voto: perché questa unione col Successore di Pietro, che è il nucleo principale dei membri della Compagnia, ha sempre assicurato, anzi è il segno visibile della vostra comunione con Cristo. Capo primo e supremo della Compagnia che per antonomasia è sua, di Gesù. Ed è l’unione col Papa che ha sempre reso i membri della Società veramente liberi, cioè posti sotto la direzione dello Spirito, abilitati a tutte le missioni anche più ardue o più lontane, non legati a condizioni anguste di tempo e di luogo, provvisti di un respiro veramente cattolico, universale.

Nella fusione di questa quadruplice nota noi vediamo dispiegarsi tutta la meravigliosa ricchezza e adattabilità che ha caratterizzato la Compagnia nei secoli, come Compagnia di «inviati» dalla Chiesa: di qui la ricerca e l’insegnamento teologici; di qui l’apostolato di predicazione, di assistenza spirituale, di pubblicazioni ed edizioni, di animazione di gruppi, di formazione mediante la Parola di Dio e il sacramento della riconciliazione, secondo un preciso e geniale impegno voluto dal Santo; di qui l’apostolato sociale e l’azione intellettuale e culturale, che dalle scuole per l’educazione integrale dei giovani raggiunge tutti i gradi della formazione universitaria e della ricerca scientifica; di qui la «puerorum ac rudium in christianismo institutio», che S. Ignazio dà ai suoi figli, fin dalla prima minuta dei suoi Quinque Capitula, come uno dei loro fini precipui (cfr. P. TACCHI-VENTURI, op. cit., vol. I, parte II, p. 183); di qui le missioni, testimonianza concreta e commovente della «missione» della Compagnia; di qui la cura ai poveri, ai malati, agli emarginati. Ovunque nella Chiesa, anche nei campi più difficili e di punta, nei crocevia delle ideologie, nelle trincee sociali, vi è stato e vi è il confronto tra le esigenze brucianti dell’uomo e il perenne messaggio del Vangelo, là vi sono stati e vi sono i Gesuiti: la vostra Società aderisce e si confonde con la società della Chiesa, nelle opere molteplici che sapete animare, pur tenendo presente la necessità che tutte siano unificate dall’unico punto di vista della gloria di Dio e della santificazione degli uomini, senza dispersioni che impediscano scelte prioritarie.

E allora perché dubitate? Avete una spiritualità fortemente tracciata, un’identità inequivocabile, una conferma secolare che giunge dalla bontà di metodi, che, passati attraverso il crogiuolo della storia, portano tuttora l’impronta della forte spiritualità di Sant’Ignazio. Allora non bisognerà assolutamente mettere in dubbio che un più profondo impegno nella via fin qui percorsa, nel carisma proprio, non sia nuovamente fonte di fecondità spirituale e apostolica. È vero, è diffusa oggi nella Chiesa la tentazione caratteristica del nostro tempo: il dubbio sistematico, la critica della propria identità, il desiderio di cambiare, l’indipendenza e l’individualismo. Le difficoltà che voi avvertite sono quelle che prendono oggi i cristiani in generale, davanti alla profonda mutazione culturale che colpisce il senso stesso di Dio; le vostre sono le stesse difficoltà degli apostoli di oggi, che sentono l’assillo di annunziare il Vangelo e la difficoltà di tradurlo in un linguaggio recepibile dai contemporanei; sono le difficoltà di altri Ordini religiosi. Comprendiamo i dubbi e le difficoltà vere, serie, che alcuni di voi provano. Voi siete agli avamposti di quella rinnovazione profonda che la Chiesa, specie dopo il Concilio Vaticano II, sta affrontando in questo mondo secolarizzato. La vostra Compagnia è, diciamo, il test della vitalità della Chiesa attraverso i secoli; essa è forse uno dei crogiuoli più significativi, nei quali si incontrano le difficoltà, le tentazioni, gli sforzi, la perennità e i successi della Chiesa intera.

Certamente è una crisi di sofferenza, e forse di crescenza, come più volte è stato detto: ma noi, in qualità di Vicario di Cristo, che deve confermare nella fede i fratelli (cfr. Luc. 22, 32), e voi parimente, che avete la pesante responsabilità di rappresentare consapevolmente le aspirazioni dei vostri Confratelli, tutti dobbiamo vegliare affinché l’adattamento necessario non si compia a detrimento dell’identità fondamentale, dell’essenzialità della figura del Gesuita, quale è descritta nella Formula Instituti, quale la storia e la spiritualità propria dell’Ordine la propongono, e quale l’interpretazione autentica dei bisogni stessi dei tempi sembra ancora oggi reclamare. Quell’immagine non dev’essere alterata, non deve essere sfigurata.

Non si potrà chiamare necessità apostolica ciò che non sarebbe altro che decadenza spirituale, quando Ignazio avvisa chiaramente ogni confratello inviato in missione che, «rispetto a sé isteso, procuri di non dimenticarsi di sé per attendere agli altri, non volendo far un minimo peccato per tutto il guadagno spirituale posibile, né anche metendosi in pericolo» (Monumenta Ignatiana, series prima, Sancti Ignatii de Loyola Epistolae et Instrtictiones, tom. XII, fasc. II: MHSI, Annus 19, fasc. 217, Ianuario 1912, Matriti, pp. 251-252). Se la vostra Società si pone in crisi, se cerca avventurose vie che non sono le sue, ne vengono a soffrire anche tutti coloro che, in un modo o nell’altro, debbono ai Gesuiti tanto e tanto della loro formazione cristiana.

Ora, voi lo sapete quanto Noi, oggi appare in alcune vostre file un forte stato di incertezza, anzi una certa fondamentale rimessa in questione della vostra stessa identità. La figura del Gesuita, quale l’abbiamo tratteggiata in sommi capi, è sostanzialmente quella di un animatore spirituale, di un educatore alla vita cattolica dei contemporanei nella fisionomia sua propria, come abbiamo detto, di sacerdote e di apostolo. Ma, ci chiediamo, e voi vi chiedete, a titolo di coscienziosa verifica e di rassicurante conferma, a che punto sta ora la vita di preghiera, la contemplazione, la semplicità di vita, la povertà, l’uso dei mezzi soprannaturali? A che punto sta l’adesione e la testimonianza leale circa i punti fondamentali della fede e della morale cattolica, come sono proposti dal Magistero ecclesiastico? La volontà di collaborare con piena fiducia all’opera del Papa? Le «nubi sul cielo», che vedevamo nel 1966, sia pure «in gran parte dissipate» dalla XXXI Congregazione Generale (AAS 58, 1966, p. 1174), non hanno forse purtroppo continuato a gettare qualche ombra sulla Compagnia? Alcuni fatti dolorosi, che mettono in discussione l’essenza stessa dell’appartenenza alla Compagnia, si ripetono con troppa frequenza, e ci vengono segnalati da tante parti, specialmente dai Pastori delle diocesi, ed esercitano una triste influenza nel clero, negli altri religiosi, nel laicato cattolico. Questi fatti chiedono a Noi e a voi una espressione di rammarico: non certo per insistervi, ma per cercare insieme i rimedi affinché la Compagnia rimanga, o torni ad essere ciò di cui vi è bisogno, ciò che essa dev’essere per rispondere all’intenzione del Fondatore e alle attese della Chiesa, oggi. Occorre uno studio intelligente di ciò che è la Compagnia, un’esperienza delle situazioni e degli uomini; ma occorre altresì, e sarà bene insistervi, un senso spirituale, un giudizio di fede sulle cose che dobbiamo fare, sulla via che ci si apre davanti, tenendo conto della volontà di Dio il quale esige una disponibilità incondizionata.

«DOVE ANDATE?» 

III. Dove andate, dunque? La domanda non può rimanere inevasa. Ve la state ponendo da tempo, del resto, con lucidità, forse con rischio.

La meta, a cui tendete, e di cui questa Congregazione Generale è l’opportuno segno dei tempi, è e dev’essere senza dubbio la prosecuzione di un sano, equilibrato, giusto aggiornamento nella fedeltà sostanziale alla fisionomia specifica della Compagnia, nel rispetto del carisma del vostro Fondatore. È stato questo il voto del Concilio Vaticano II, col Decreto Perfectae caritatis, che ha auspicato «il continuo ritorno alle fonti di ogni vita cristiana e allo spirito primitivo degli istituti, e l’adattamento degli istituti stessi alle mutate condizioni dei tempi» (ibid. 2). Noi vorremmo ispirarvi piena fiducia e darvi slancio a camminare al passo con le esigenze del mondo spirituale di oggi, ricordandovi però, come già facemmo in forma generale nell’Esortazione Apostolica Evangelica testificatio, che tale necessario rinnovamento non sarebbe efficace qualora si scostasse dalla identità propria della vostra Famiglia religiosa, così chiaramente descritta nella vostra Regola fondamentale o Formula Instituti: «per un essere che vive, l’adattamento al suo ambiente non consiste nell’abbandonare la sua vera identità, ma nell’affermarsi, piuttosto, nella vitalità che gli è propria. La profonda comprensione delle tendenze attuali e delle istanze del mondo moderno deve far zampillare le vostre sorgenti con rinnovato vigore e freschezza. Tale impegno è esaltante, in proporzione delle difficoltà». (n. 51; AAS 63, 1971, p. 523).

oi vi incoraggiamo pertanto, con tutto il Nostro cuore, a perseguire l’aggiornamento voluto tanto chiaramente e autorevolmente dalla Chiesa. Ma, al tempo stesso, Noi non ce ne nascondiamo, come voi del resto, tutto il peso e la responsabilità. Il mondo in cui viviamo pone in crisi la nostra mentalità religiosa e talvolta perfino la nostra scelta di fede: viviamo in una prospettiva abbagliante di umanesimo profano, legata ad una critica razionalistica e areligiosa con cui l’uomo vuol condurre a termine il suo perfezionamento personale e sociale unicamente con i propri sforzi, mentre invece per noi, uomini di Dio, si tratta della divinizzazione dell’uomo nel Cristo, mediante la fede nel Dio vivente, l’imitazione maggiormente perfetta del Cristo, la scelta della Croce, della lotta contro il maligno e il peccato . . . Ricordate il «sub crucis vexillo Deo militare et soli Domino atque Romano Pontifici . . . servire»? (Bolla Regimini militantis Ecclesiae, in P. TACCHI-VENTURI, op. cit., vol. I, parte II, Documenti, Roma 1931, pp. 182-183). Il secolo di Ignazio subiva una trasformazione umanistica altrettanto forte, sia pure non altrettanto virulenta come quella dei secoli successivi, che hanno visto in azione i maestri del dubbio sistematico, della negazione radicale, della utopia idealista di un regno solo temporale sulla terra, chiuso a ogni possibilità di vera trascendenza. Ma «dov’è mai il sottile ragionatore di questo mondo? Non ha forse Dio dimostrato stolta la sapienza di questo mondo? Poiché, infatti, nel disegno sapiente di Dio il mondo, con tutta la sua sapienza, non ha conosciuto Dio, è piaciuto a Dio di salvare i credenti con la stoltezza della predicazione» (1 Cor. 1, 20-21). Noi siamo gli araldi di questa sapienza paradossale, di questo annuncio faticoso: ma, come abbiamo ricordato ai Confratelli nell’Episcopato, a conclusione del Sinodo, così ora a voi ripetiamo che, nonostante le difficoltà, «Cristo è con noi, è in noi, egli parla in noi e per mezzo nostro, e non ci farà mancare l’aiuto necessario» (cfr. L’Osservatore Romano, 27 ottobre 1974, p. 2) per trasmettere il messaggio cristiano ai nostri contemporanei.

FEDELTÀ VIVA E FECONDA

Lo sguardo realistico su questo mondo ci rende avvertiti di un altro pericolo: il fenomeno della novità per se stessa, che pone tutto in discussione. La novità è la spinta per il progresso umano e spirituale, è vero : ma solo quando essa vuole restare ancorata alla fedeltà a Colui che fa nuove tutte le cose (cfr. Apoc. 21, 5), nel mistero sempre rinnovantesi e sempre rinnovatore della sua Morte e della sua Risurrezione, alla quale ci assimila nei Sacramenti della sua Chiesa, e non quando questa novità si risolve in un relativismo che distrugge oggi ciò che ha edificato ieri. Di fronte a queste tentazioni, non è difficile perciò vedere le possibilità che si offrono al dinamismo della vostra marcia in avanti: un forte richiamo nelle due direzioni della fede e dell’amore.

Quindi, nel cammino che vi si apre innanzi in questo scorcio del secolo, segnato dall’Anno Santo come segno premonitore di buon auspicio per una radicale conversione a Dio, noi vi indichiamo il duplice carisma dell’apostolo, che deve garantire la vostra identità e illuminare costantemente il vostro insegnamento, i centri di studio, le vostre pubblicazioni periodiche: da una parte, la fedeltà non sterile e statica, ma viva e feconda, alla tradizione, alla fede, all’istituzione del Fondatore, per rimanere sale della terra e luce del mondo (Matth. 5, 13, 14). Custodite il buon deposito (cfr. 1 Tim. 6, 20; 2 Tim. 1, 14). «Rivestitevi dell’armatura di Dio per poter resistere alle insidie del diavolo. La nostra battaglia infatti non è contro creature fatte di sangue e di carne, ma contro i Principati e le Potestà, contro i dominatori di questo mondo di tenebra . . . Prendete perciò l’armatura di Dio, perché possiate resistere nel giorno malvagio e restare in piedi dopo aver superato tutte le prove» (Eph. 6, 11-13).

Dall’altra parte, ecco il carisma della carità, cioè del servizio generoso agli uomini fratelli, che camminano accanto a noi verso l’avvenire; è l’ansia di Paolo, che ogni vero apostolo sente bruciare dentro di sé: «Mi sono fatto tutto a tutti, per salvare ad ogni costo qualcuno . . . Mi sforzo di piacere a tutti in tutto, senza cercare l’utile mio, ma quello di molti, perché giungano alla salvezza» (1 Cor. 9, 22; 10, 33).

La perfezione è nella simultaneità dei due carismi, fedeltà e servizio, senza che uno prenda il sopravvento sull’altro. Cosa certo difficile, ma possibile. Oggi è fortissimo il fascino del secondo carisma: il prevalere dell’agire sull’essere; dell’agitazione sulla contemplazione; dell’esistenza concreta sulla speculazione teorica, il che ha portato da una teologia deduttiva a una induttiva; tutto ciò potrebbe far pensare che i due aspetti della fedeltà e della carità siano opposti. Ma non è così, voi lo sapete: entrambi procedono dallo Spirito che è amore. Non si ameranno mai troppo gli uomini: ma solo nell’amore e con l’amore di Cristo. «La Chiesa si applica a far vedere in ogni argomento che la dottrina rivelata, in quanto cattolica, assume e completa tutti i giusti pensieri degli uomini, che di per se stessi hanno sempre qualcosa di frammentario e di meschino » (H. DE LUBAC, Catholicisme, Paris 1952, cap. IX, p. 248). Diversamente, la disponibilità del servizio può degenerare in relativismo, in conversione al mondo e alla sua mentalità immanentistica, in assimilazione col mondo che si voleva salvare, in secolarismo, in fusione col profano. Non vi prenda, vi scongiuriamo, lo spiriturs vertiginis (Is. 19, 14).

A questo proposito, vi vogliamo ancora indicare alcuni orientamenti, che potrete sviluppare nelle vostre riflessioni:

a) il discernimento, a cui la spiritualità ignaziana vi tiene singolarmente allenati, dovrà sempre sostenervi nella difficile ricerca della sintesi dei due carismi, dei due poli della vostra vita. Occorrerà saper leggere sempre con chiarezza lucidissima e conseguenziale tra le esigenze del mondo e quelle del Vangelo, del suo paradosso di morte e vita, di croce e di risurrezione, di stoltezza e di sapienza. Vi orienti il discernimento provocatorio di Paolo: «Quello che poteva essere per me un guadagno, l’ho considerato una perdita a motivo di Cristo. Anzi, tutto ormai io reputo una perdita di fronte alla sublimità della conoscenza di Cristo Gesù, mio Signore . . . perché io possa conoscere lui, la potenza della sua risurrezione, la partecipazione alle sue sofferenze, diventandogli conforme, con la speranza di giungere alla risurrezione dai morti» (Phil. 3, 7.8, 10-l 1). Ricordiamo sempre che un sommo criterio è quello dato da Nostro Signore: «Dai loro frutti li riconoscerete» (Matth. 7, 16); e lo sforzo che deve guidare il vostro discernimento sarà quello di essere docili alla voce dello Spirito, per produrre il frutto dello Spirito, «che è amore, gioia, pace, pazienza, benevolenza, bontà, fedeltà, mitezza, dominio di sé» (Gal. 5, 22).

b) Sarà opportuno, poi, ricordare la necessità di bene operare una scelta di fondo tra le varie sollecitazioni che vi vengono dall’apostolato nel mondo di oggi. Oggi, è un fatto, si nota la difficoltà di compiere scelte riflesse e decise; si teme forse di non poter giungere a una piena autorealizzazione; e perciò si vuol essere tutto, si vuole far tutto, seguire indiscriminatamente tutte le vocazioni umane e cristiane, del sacerdote e del laico, degli Istituti Religiosi e di quelli Secolari, applicandosi a campi non propri. Di qui l’insoddisfazione, l’improvvisazione, lo scoraggiamento. Ora, voi avete una vocazione precisa, quella che vi abbiamo ora ricordata, una specificità inconfondibile nella spiritualità e nella vocazione apostolica. È questa che dovete approfondire nelle sue linee maestre.

DISPONIBILITÀ ALL'OBBEDIENZA

c) Infine, ritorniamo a ricordarvi la disponibilità all’obbedienza. Questo è il tratto diremmo fisionomico della Compagnia. «In altri Ordini - ha scritto Sant’Ignazio nella famosa lettera del 26 marzo 1553 - si può trovar vantaggio in digiuni, veglie, ed altre asperità . . . . ma io desidero molto, fratelli carissimi, che coloro che servono Dio Nostro Signore in questa Compagnia si segnalino nella purità e perfezione dell’obbedienza, con la rinuncia vera alle nostre volontà e l’abnegazione dei nostri giudizi» (Monumenta Ignatiana, series prima, Sancti Ignatii de Loyola, Societatis Iesu Fundatoris Epistolae et Instructiones, tomus IV, fasc. V: MHSI, Annus 13, fasc. 153, sett. 1906, Matriti, p. 671).

Nell’obbedienza vi è l’essenza stessa dell’imitazione di Cristo, «il quale redense per obbedienza il mondo perduto a motivo della sua mancanza, factus obediens usque ad mortem, mortem autem crucis» (ibid.). Nell’obbedienza v’è il segreto della fecondità apostolica. Più voi fate opera di pionieri, più vi è necessario essere strettamente uniti a colui che vi manda: «Tutte le audacie apostoliche sono permesse, quando si è sicuri dell’obbedienza degli apostoli» (LOEW, Journal d’une mission ouwrière, p. 452). Non ignoriamo certo che se l’obbedienza è molto esigente per quanti obbediscono, essa non lo è di meno per quanti esercitano l’autorità: ad essi è richiesto di ascoltare senza parzialità le voci di tutti i loro figli; di circondarsi di consiglieri prudenti per vagliare lealmente le situazioni; di scegliere davanti a Dio ciò che meglio corrisponde alla sua volontà e di intervenire con fermezza ovunque vi si sia allontanati. Effettivamente ogni figlio della Chiesa sa bene che il banco di prova della sua fedeltà si fonda sull’obbedienza: «il cattolico sa che la Chiesa non comanda che per il fatto ch’essa anzitutto obbedisce a Dio». Egli vuol essere un «uomo libero», ma rifugge dall’essere tra coloro che «si servono della liberta come di un mantello per coprire la loro malizia» (1 Petr. 2, 16). L’obbedienza è per lui il prezzo della libertà, come è condizione dell’unità» (H. DE LUBAC, Méditation sur l’Eglise, p. 224, cfr. pp. 222-230).

Diletti figli!

Al termine di questo incontro, crediamo di avervi dato qualche indicazione circa la via che dovete percorrere nel mondo odierno; e abbiamo anche voluto indicarvi quella del mondo futuro. Conoscetelo, avvicinatelo, servitelo, amatelo questo mondo; e in Cristo sarà vostro. Guardatelo con gli stessi occhi di Sant’Ignazio, avvertite le stesse esigenze spirituali, usatene le stesse armi: preghiera, scelta della parte di Dio, della sua gloria, pratica dell’ascesi, disponibilità assoluta.

Pensiamo di non chiedervi troppo esprimendo il desiderio che la Congregazione approfondisca e ridica gli «elementi essenziali» («essentialia») della vocazione gesuitica, in modo che tutti i vostri Confratelli possano riconoscersi, ritemprare il proprio impegno, riscoprire la propria identità, risentire la propria vocazione, rifondere la propria unione comunitaria. Il momento lo esige, la Compagnia aspetta una voce decisiva. Non lasciatela mancare!

Noi vi seguiamo con vivissimo interesse in questi vostri lavori, che dovranno avere un grande influsso di santità e di slancio apostolico, di fedeltà al vostro carisma e alla Chiesa, accompagnandoli specialmente con la preghiera affinché la luce dello Spirito Santo, lo Spirito del Padre e del Figlio, vi illumini, vi conforti, vi guidi, vi richiami, vi dia impulso a seguire sempre più da vicino Cristo Crocifisso. A Gesù salga in questo momento la comune preghiera, secondo le parole stesse di Ignazio: «Prendete, Signore, e ricevete tutta la mia libertà, la mia memoria, il mio intelletto e tutta la mia volontà, ogni mio avere e ogni mio possesso; voi me lo deste, a voi, Signore, lo rendo; tutto è vostro, disponete secondo ogni vostra volontà, datemi il vostro amore e la vostra grazia, ché questa mi basta» (Esercizi Spirituali, n. 234; op. cit., MHSI, vol. 100, Romae 1969, pp. 308-309).

Così, così, fratelli e figli. Avanti, in Nomine Domini. Camminiamo insieme, liberi, obbedienti, uniti nell’amore di Cristo, per la maggior gloria di Dio. Amen.

                                

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