 |
DISCORSO DEL SANTO PADRE PAOLO VI
AL SACRO COLLEGIO E ALLA PRELATURA ROMANA
Signori Cardinali,
I vostri auguri, sempre ispirati dalla nobiltà dei vostri animi e
dalla pietà religiosa della prossima festività, dolce e solenne, del santo
Natale, rispondono i nostri, che dalla riconoscenza per la collaborazione, da
voi prestata all’adempimento del nostro apostolico ufficio, traggono motivo di
intensità e di peculiarità, e dalla medesima sacra ricorrenza natalizia derivano
argomento per chiedere al Signore, che insieme serviamo ed amiamo, quei
charismata meliora, onde acquista pienezza di grazia e di efficacia
l’inserzione della nostra vita nel mistico corpo di Cristo, che è la Chiesa. Un
motivo nuovo aggiunge significato e valore, come è stato bene notato dalla voce
che si è fatta degna interprete dei vostri comuni sentimenti, allo scambio dei
voti augurali in questa fausta circostanza, ed è l’inizio imminente d’una
ricorrente, ma sempre rara e importantissima celebrazione, a cui l’anno prossimo
è dedicato, e che non indarno santo si chiama. Oh! quanti pensieri e quali
speranze suscita nel nostro animo questa circostanza, tanto aderente alla nostra
religiosa coscienza, e tanto interessante la nostra pastorale esperienza!
PERENNE GIOVINEZZA DELLA CHIESA
È appunto al confronto, alla luce anzi, di questo avvenimento religioso, il
cui fremito vivificante ha già percorso la Chiesa di Dio, e che ora la scuote,
la conforta e la rianima in questa sua romana sede centrale, non solo geografica
e canonica, sì bene cordiale e spirituale, che noi, a guisa di complemento dei
nostri voti natalizi, ci permettiamo di presentare alla vostra considerazione,
in brevissima sintesi, alcuni aspetti attuali della nostra santa Chiesa
cattolica e apostolica. Il primo aspetto è proprio quello della sua storia,
sulla quale la scadenza periodica dell’Anno Santo ci invita a riflettere.
Millenovecentosettantaquattro anni di esistenza! Molte e gravi osservazioni si
affollano al nostro spirito. La prima è in forma d’una usuale e superficiale
domanda: è vecchia la Chiesa? Il tempo ha forse impresso sul suo volto «alcuna
macchia, alcuna ruga, o alcuna cosa siffatta», a cui accenna S. Paolo, parlando
appunto della Chiesa, che quale Sposa di Cristo, deve a lui comparire, quasi in
giovanile bellezza, «santa ed immacolata»? (Cfr. Eph. 5, 25-27) Il
rapporto d’ogni umana istituzione col tempo è rapporto fatale: di vita e di
morte, misurata nell’efficienza e nella durata la prima; disastrosa e perenne la
seconda. Sarebbe questa la sorte riservata alla Chiesa? E se questa ancora
sopravvive, non è anacronistica la sua esistenza? Non è sorpassata la sua forma
di vita? E per ridarle attualità, non è venuta l’ora d’un radicale
capovolgimento, che travolga i suoi dogmi, le sue strutture? Non deve anch’essa
attingere la sua ragione di vita dal conformismo al costume dei tempi? Come può
il mondo moderno attingere sapienza e vigore da un organismo costantemente
frenato da una esigente tradizione?
Tradizione, ecco la parola-chiave, che mentre tenta di chiudere la Chiesa in
un suo sepolcro, apre a noi invece, se bene intesa, il segreto della sua
misteriosa vitalità. La Chiesa, pur essendo incarnata nella storia, non è una
qualsiasi istituzione umana, né si può quindi misurare la sua vita col metro
adatto ed adeguato per le cose puramente terrestri. La tradizione ha per la
Chiesa ragione di viva e coerente radice, che attinge alla fonte originaria
della sua storica e divina istituzione, al deposito autentico della sua
soprannaturale dottrina, e che la Chiesa trasmette esatto, vitale e fecondo,
come linfa alle fronde d’un albero vivo, sempre più vivo, attraverso le età
successive per una primavera sempre immanente e possibile. La tradizione è
garante della fedeltà della Chiesa, della sua storia che non invecchia, della
sua perenne giovinezza, che alimentata da un continuo ricorso alle proprie
origini trascorre impavida, lottando e soffrendo, nei secoli, l’attesa
escatologica felicemente risolutiva. Così c’insegna, con tante altre, una pagina
del recente Concilio, che ci parla del rinnovamento della vita religiosa, il
quale scaturisce dallo spirito primitivo, si adegua saggiamente alle condizioni
e alle necessità dei tempi, e affronta l’avvenire con fiducia superiore e con
lena inesausta (Cfr. Perfectae Caritatis, 2). Possano così sperimentare
tante benemerite e venerande istituzioni ecclesiali, oggi al confronto delle
mutazioni dei tempi, provate dal dubbio circa la propria identità, e così possa
la santa Chiesa intera avere coscienza di sé, o meglio di quella promessa
estrema di Cristo, che sfida l’usura divoratrice del tempo: Et ecce ego
vobiscum sum omnibus diebus usque ad consummationem speculi (Matth.
28, 20). Se fedele allo Spirito animatore, che sempre deve assisterla e
guidarla, la Chiesa non teme la stanchezza, non teme l’ostilità del secolo, sì
bene risente sempre nuova e possente la propria vocazione alla sequela di Cristo
e al servizio dell’umanità, e scopre, stupendo a pensarci, che dallo sviluppo
stesso della civiltà profana, mentre, da un lato, questa sembra affermarsi
autosufficiente, vanificando la parola e l’opera della Chiesa, d’altro lato,
ecco, viene inattesa alla erede del Vangelo l’offerta di nuovi mezzi a lei
congeniali per la sua effusione di verità e di vita, e le giunge insieme un
tacito ma logico invito a sostenere con quelle proprie, della fede cristiana,
morali e spirituali, le energie umane e naturali, aggravate, e talora perfino
esauste e degeneri, per la pesantezza e per la mole dello sviluppo stesso, che
le ha generate.
Il mondo senza Cristo non si regge alla fine da sé; la sua prosperità, la sua
potenza, la sua organizzazione ideale e sociale postulano un supplemento
trascendente ed animatore, di cui la nostra religione è sorgente.
MISTERO DI AMORE E DI SALVEZZA
Ed ecco allora un nuovo aspetto della Chiesa nel mondo, un momento nuovo e
decisivo per la storia dell’umanità: mentre essa assurge a fastigi inauditi di
progresso economico, scientifico e tecnico, nascono dal suo stesso seno fantasmi
di terrore; e cresce il tormento delle assurde conseguenze d’una cultura, che si
dibatte sul ciglio del nulla, e d’un costume che precipita verso le degradazioni
della delinquenza veggente, e della cieca passione. Ma, allora, umile, mite,
crocifisso sul sentiero del mondo riappare Cristo: lo riporta la Chiesa, nel suo
mistero di amore e di salvezza.
Voi comprendete, venerati Fratelli, che, trasportati da questi non vani
pensieri, noi ci riposiamo sopra una grande speranza, un felice avvenimento,
l’Anno Santo, di cui la Chiesa sulla terra ha già pregustato non pochi frutti
spirituali, e di cui a Roma, aperta come non mai ai cercatori d’una patria della
fede e della carità, nella notte di Natale, comincia il benedetto ciclo
auspicato.
Dobbiamo riassumere il «tomo» grave e sapiente del Concilio Vaticano secondo,
e con l’analisi d’un coraggioso esame di coscienza sfogliarne le pagine
stupende, ripetendo e integrando i propositi, ch’esso ha infuso nel cuore d’una
Chiesa avida di rinnovamento e di riconciliazione.
Dobbiamo riaccendere il fuoco, il genio della carità di Cristo, e ridestare
nel mondo il senso della fraternità, e perciò d’una giustizia più dinamica ed
effettiva.
IL PRIMATO DELLA PREGHIERA
Dobbiamo restituire, come già la riforma, anzi la rinascita liturgica sta
felicemente facendo, alla preghiera il suo primato, la sua interpretazione
ideale e beatificante, della vita, la sua importanza, la sua efficienza, il suo
impegno, la sua dignità semplice e solenne come si conviene al culto del vero
Dio e al colloquio filiale col Padre, mediante il Figlio, nello Spirito Santo,
col coro della comunione dei Santi, tra i quali Maria, come Madre e tipo della
Chiesa presiede, e con i quali celebriamo il regno della carità.
Dobbiamo rinnovare ai Fratelli, che ancora non sono in piena comunione con
noi, l’invito a riprendere in essa il posto che li attende, con la forza
persuasiva della nostra umile e paziente conversazione.
RESTITUIRE ALLA CHIESA LA SUA PACE INTERIORE
Dobbiamo restituire alla Chiesa la sua pace interiore (noi abbiamo già
rivolto a questo proposito una pressante esortazione, pubblicata in questi
giorni). È ammissibile che la contestazione interiore nella Chiesa diventi
costume? essa finirebbe come forza centrifuga a dissiparsi nella vanità e nella
velleità d’uno sforzo, non solo effimero, ma dannoso all’autenticità della
Chiesa una e vera, e nocivo all’opera progressiva della convergenza ecumenica.
Costasse la rinuncia a forme eccessive e arbitrarie di pluralismo, e domandasse
il sacrificio liberatore di individualismi egoisti, tutti noi dovremmo favorire
quella risolutiva comunione di animi, di propositi, di opere propria e
caratteristica della «unanime e collaborante» . . . societas spiritus (Cfr.
Phil. 1, 27; 2, 1), quale dev’essere la Chiesa di Cristo.
Rimanendo così unita in se stessa, - ed ecco un altro sguardo panoramico alla
scena del mondo contemporaneo - la Chiesa sarà meglio in grado anche di offrire
all’intera famiglia umana il suo doveroso contributo, perché essa sappia
ritrovare e conservare l’unità nella pace, che è frutto appunto della vittoria
sugli egoismi di popoli e di classi, e nello sforzo generoso e coordinato per il
comune progresso.
E di tale contributo ha bisogno oggi l’umanità, non meno, se non forse più,
che in altri tempi: mentre l’allontanarsi del ricordo dell’ultimo immane
conflitto minaccia di affievolire nel mondo l’orrore della guerra e i propositi
di concordia.
Senza voler far oggetto di particolare discorso, nell’odierno incontro
natalizio, l’argomento sempre attuale della pace, - argomento che riserviamo al
nostro ormai consueto messaggio di capodanno - come potremmo non dar voce,
almeno, alla nostra angustia di fronte alle difficoltà che continuamente
incontra – questa pace - per affermarsi anche là dove la si poteva sperare
finalmente ristabilita, come nel Vietnam, o per trovare faticosamente la sua
via?
GERUSALEMME SIMBOLO DI PACE
Come non ricordare, alla vigilia dell’apertura dell’Anno Santo in questa
Città, «mater et caput» dell’orbe cattolico, un’altra Città, Gerusalemme: la
«Città Santa» del mondo cristiano; centro, insieme, dell’amore e delle secolari
nostalgie di quel popolo che Dio aveva misteriosamente prescelto, in esso
presignificando quel « suo » popolo nel quale noi ci riconosciamo; e così cara
altresì alla grande famiglia religiosa dell’Islam? Quanto vorremmo che, anziché
oggetto di persistente contesa, essa diventasse crocicchio di incontro fraterno
per tutti gli adoratori dell’unico Dio: simbolo di pace per le genti della Terra
Santa e per tutti i popoli del Vicino Oriente!
A questa generosa e tormentata regione, ed a tutte le altre parti del mondo,
dove - come nell’Irlanda, a noi sempre carissima e sempre presente al nostro
spirito - conflitti e violenze continuano a turbare la civile convivenza, il
nostro augurio di pace: di pace giusta, di pace risultante da animi riconciliati
e placati in generosa, vicendevole concordia, di pace operosa di liberazione e
di collaborazione sociale; di pace che si fa impegno ancor più profondamente
sentito, nell’Anno di spirituale rinnovamento e di riconciliazione, che sta per
avere inizio.
Questi i nostri sentimenti. Questi i nostri voti. Li affidiamo alla
considerazione vostra, venerati Fratelli, a quella della Chiesa e dell’umanità,
e soprattutto offriamo in preghiera alla onnipotente e benevola misericordia del
Signore, affinché possano trasformarsi in felice realtà.
Con la nostra Benedizione!
|