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DISCORSO DI PAOLO VI
AI RESPONSABILI DELLA RIVISTA «LA CIVILTÀ CATTOLICA»

Sabato, 14 giugno 1975 

 

Ci fa molto piacere ricevere stamani i responsabili della Rivista «La Civiltà Cattolica»: cioè la Comunità dei Padri Scrittori, e gli Addetti all’Amministrazione e alla Casa, uniti nella gioia e nel vanto di celebrare la prossima edizione del Numero 3000 della Rivista stessa. È un traguardo davvero importante: e tanto più perché si tratta di un periodico che dal 1850 tiene alta la fiaccola della sua fede e delle sue idee, senza compromessi alle mode culturali correnti - e quante sono state in questi 125 anni di vita! -, fiduciosa unicamente nell’aiuto di Dio e nella forza persuasiva della verità, servita con amore esemplare alla Chiesa.

Con voi ringraziamo profondamente il Signore per il nuovo dono che fa alla vostra Rivista; come vi siamo riconoscenti per aver voluto sottolineare, con delicatezza di affetto, che questo tremillesimo fascicolo esce in coincidenza col XII anniversario della nostra elezione al Pontificato.

A questo punto il discorso tenderebbe istintivamente a rivolgersi alle origini storiche e ideali della gloriosa e annosa Rivista, convinti come siamo che l’inizio della sua pubblicazione rappresenti un fatto tipico e importante nella sofferta e agitata vicenda temporale e spirituale non solo della Compagnia di Gesù nel periodo della sua rinascita, ma ancor più della Chiesa nel secolo scorso, e particolarmente della Chiesa in Italia, aperta, potenzialmente almeno, a comprendere le esigenze dei tempi nuovi e a misurarsi con esse. Ricordare è dovere.

Fortunatamente questo sguardo retrospettivo, che ci presenta le condizioni di scarsa vitalità, ma paradossali e drammatiche nei suoi nodi operativi della società italiana, alla metà del secolo scorso, è già stato offerto per quanto riguarda la Rivista in questione, da un recente studio, originale e interessante del professor Gabriele De Rosa, in apertura del primo dei quattro volumi di antologia, desunta dai più autorevoli scritti pubblicati da «La Civiltà Cattolica» dal 1850 al 1945 (pp. 9-101); ripensiamo quindi riconoscenti a questo documento che ci consente d’entrare nel vivo della vicenda spirituale e concreta, donde il periodico trasse l’inizio, e si attestò nel campo della stampa con una sua propria fisionomia, non del tutto scomparsa con l’andare degli anni. Quale fisionomia? Giovanile e pugnace, un po’ amareggiata, se volete, dallo smarrimento diffuso delle idee; e perciò caratterizzata da una vigorosa affermazione di verità militante; affermazione che potremmo dire qualificante l’atto di nascita della Rivista, quasi un gesto d’audacia, se considerato al confronto della scena storica, che ne circondò la comparsa e se pensiamo alla anormalità della situazione storico-politica (Pio IX era esule a Napoli, dove la Rivista dapprima venne alla luce), e dall’atmosfera ideologica, che gratificava quel tempo, fremente per le inquietudini ereditate dalla rivoluzione francese e dall’illuminismo che la precedette, non che dall’epopea napoleonica, ma tuttora languente di statiche consuetudini economico-sociali, e privo di cultura proporzionata ai bisogni e alle aspirazioni delle nuove generazioni, col titolo stimolante di risorgimento.

Per rifarci a quel momento di tensione e di confusione, donde, come nuova scintilla d’una fiamma di rinnovata dottrina e di impellente bisogno d’azione, scaturì «La Civiltà Cattolica», ci sia concesso riportare una citazione programmatica di uno dei più validi e rappresentativi campioni di quella rischiosa e quasi temeraria impresa; è parola del Padre Carlo Curci, una grande mente, di cui conosciamo l’avventurosa e non sempre felice vicenda, anche se terminata in virtuosa pace:

«Il particolar compito che noi ci abbiam prefisso non sembra ancor abbracciato da veruno, almeno con quell’ampiezza di materie e di diffusione che noi divisiamo; talmenteché non possiamo essere accagionati di tirar l’acqua al nostro mulino o di entrar colla falce nelle messi altrui. Noi intendiamo ad una assidua, regolarle e logicamente concatenata diffusione di dottrine sociali e cattoliche, e ciò non per questa o quella parte della Penisola, ma universalmente per tutte; e veniamo in isperanza che il nostro Periodico, benché pubblicato in una contrada italiana, possa essere riguardato come indigeno e naturale in ciascuna. Chi sa che la impresa non verrà riputata troppo ardua e d’impossibile riuscimento! ma ove mai il fatto ce ne mostrasse minori, come pur troppo abbiam coscienza di essere, ci si usi la indulgenza di recare questo conato meno ad improvvido ardimento, che ad un sincero desiderio di rendere un grande, forse il più necessario servigio alla patria comune» (Dal I vol. dell’antologia citata, p. 107).

Ma guardare indietro non basta. L’attualità ci interessa, e tanto più in quanto essa rispecchia, in sempre rinnovata espressione, il disegno costituzionale della Rivista; che potremmo così delineare: l’osservazione informativa, ampia, eclettica, obiettiva e tempestiva sempre, così che il lettore sia spettatore aggiornato della sempre più larga e più mutevole vicenda dei tempi; poi il giudizio sereno, sincero e forte, circa gli avvenimenti alla luce dei principii del pensiero cattolico, anzi della sua sapienza e della sua capacità di valutare i fatti in funzione di quella verità razionale e religiosa, che costituisce, in Cristo luce del mondo, la nostra fortuna e la nostra responsabilità, la vera lampada della civiltà; e, terzo, lo sguardo profetico e dinamico verso l’avvenire, interpretato nel quadro vivente così osservato e illuminato, per scoprire, indovinare se occorre, i segni dei tempi, cioè i doveri, i bisogni, le vie aperte all’avvenire della società e specialmente della Chiesa pellegrinante verso il domani, un domani che si prolunga in estensione escatologica. Indipendenza, onestà, carità di giudizio, lavoro attento e indefesso, saranno le virtù di tale palestra di studio e di ricerca, di discussione e di polemica, di pedagogia a commisurare il pensiero alle proporzioni d’una civiltà, che cattolica vogliamo chiamare e formare.

Vorremmo perciò lasciarvi, brevemente, qualche pensiero che ricordi incisivamente codesta data e vi esprima i sentimenti con cui oggi seguiamo la vostra opera intelligente e fattiva.

1) E anzitutto sembra a noi che la fisionomia, il ruolo, il merito de «La Civiltà Cattolica» sia stato e continui ad essere quello di segnare un solco sicuro, di dare un chiaro orientamento, di esprimere un giudizio meditato e illuminante sugli avvenimenti che caratterizzano la vita della società e della Chiesa. Nella estrema mobilità delle condizioni storiche, dottrinali, teologiche, filosofiche, di costume, ecc., proprie dell’esaltante e pur spesso inquieto cammino della società moderna, «La Civiltà Cattolica» è stata un punto di riferimento, col quale è stato sempre vantaggioso porre il confronto: se lo è stata, non certo dettando norme astratte dall’alto di un’impassibile lontananza, ma prendendo viva parte al travaglio del secolo, interpretandone le correnti, indicandone i traviamenti, sceverandone gli elementi positivi, costituendo una sicura pietra di paragone, un reagente che permettesse il confronto delle idee, nel rispetto degli uomini, sì, ma nel più grande e necessario rispetto della verità. E anche oggi, alla soglia di un nuovo traguardo, la vostra vocazione rimane questa: quella di dare una chiarezza dottrinale sui punti della vita odierna della società e della Chiesa, di proporre la ricchezza della verità posseduta, di indicare le vie pericolose del pensiero umano, quando una gnosi autosufficiente e razionalistica, sia pure smagliante di seducenti sofismi, tenta perennemente di svuotare del suo contenuto i dommi rivelati, di porre l’uomo al posto di Dio, di celebrare i suoi riti profani spesso pervasi di crudeltà e di sensualità e di noia, abbandonando la via maestra della Parola di Dio, che è luce al nostro cammino, lampada per i nostri passi (Cfr. Ps. 118, 105). Il vostro impegno continuo è di indicare sempre di nuovo ai contemporanei la direzione giusta.

2) E questo voi lo fate nella piena, generosa, adulta fedeltà al Magistero della Chiesa. È il vostro titolo d’onore, ma anche la ragione ultima della vitalità della Rivista. Ed è altresì il vostro quotidiano impegno. Perché la fedeltà alla Chiesa non esime certo l’intelligenza e la volontà dalla ricerca, dallo sforzo di indagare, di accostare il pensiero degli altri; non dispensa dalla fatica della conquista personale della verità e della sua presentazione agli uomini; non libera dall’impegno della verifica costante della sincerità dei nostri intenti. È un travaglio che cresce al vedere come oggi troppo facilmente si sacrifichi alla dirittura delle convinzioni per cedere all’aura spesso molto proficua degli appoggi umani, delle consorterie potenti, degli andazzi effimeri, del favore cercato ad ogni costo, del successo a buon mercato.

L’adesione sincera al Magistero ecclesiastico, che per divina disposizione è depositario autentico della verità che fa liberi (Cfr. Io. 8, 32), assicura a cotesto sforzo la sua fecondità spirituale, lo mantiene nel giusto solco, lo arricchisce di tutto il calore della tradizione; e gli conferisce una vitalità straordinaria.

Ma la vostra fedeltà, oltre che in questo orientamento di fondo, si manifesta altresì nel vivere in sintonia con gli eventi della Chiesa, nel presentarli nella loro giusta luce quando altri organi di stampa li ignorano o travisano, nel trasmetterne il palpito luminoso ai lettori: e ci sia consentito citare almeno quanto ha fatto «La Civiltà Cattolica» in occasione del Concilio Vaticano II, e delle celebrazioni del Sinodo dei Vescovi, dando un’informazione completa e appassionante che è un merito indiscutibile, tra tanti altri, di questi anni recenti.

Perciò, in Nome di Colui che umilmente rappresentiamo, noi non abbiamo che da lodare questo vostro impegno di fedeltà, che corrisponde tanto profondamente ai desideri del Cuore di Cristo – ut unum sint (Io. 17, 21) - come alle consegne del post-Concilio, e alle esigenze di intesa e di collaborazione, che debbono essere propri di questo Anno Santo, secondo la nostra Esortazione sulla riconciliazione all’interno della Chiesa (Paterna cum benevolentia, 8 dec. 1974: AAS 67, 1975, pp. 5 ss.).

3) E ora guardiamo al domani: il cammino che vi attende, dopo questa, diciamo pure, pietra miliare, non sarà più facile, o più comodo. Si tratta di combattere sempre la bella battaglia: (Cfr. 2 Tim. 4. 7) bella perché è svolta per la verità e per la giustizia; ma sempre battaglia, cioè dura, cioè difficile, cioè logorante. Affilate con sapienza le armi: non certo quelle della polemica acrimoniosa e sterile, ma quelle che han fatto il vanto della Rivista: intelligenza, cultura, comprensione del momento storico e culturale, rispetto e amore dell’uomo anche quando non se ne condividono le idee; e agilità mentale, e forza di argomentazioni e serenità di impostazione e di trattazione.

Noi vi assicuriamo che non vi mancherà l’appoggio della Santa Sede, in quella stima e collaborazione su cui sempre potrete contare. I documenti con cui i nostri Predecessori, da Pio IX a Pio XII e a Giovanni XXIII, hanno seguito il cammino più che centenario del vostro periodico, sono là a dimostrare anche solennemente e pubblicamente quell’affetto che i Papi hanno finora avuto per «La Civiltà Cattolica» in una fitta trama di gesti concreti e amabili.

Vi riconfermiamo di tutto cuore questo affetto e questo appoggio, ringraziandovi per la testimonianza che date; e affidiamo voi, i vostri studi, le vostre fatiche, i vostri problemi all’intercessione materna della Madonna, dei vostri Santi Protettori, invocando su di voi, perenne, la protezione divina. Ne sia pegno l’Apostolica Benedizione.

                                                               

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