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DISCORSO DI PAOLO VI
AI VESCOVI PARTECIPANTI AL CORSO DI
AGGIORNAMENTO TEOLOGICO DELLA C.E.I.
Venerdì, 14 novembre 1975
Venerati e cari Fratelli
dell’Episcopato italiano!
La vostra presenza
rinnova al nostro spirito quella gioia che ci procurano ogni anno gli incontri
con i Vescovi italiani; e tanto più, sebbene non si tratti questa volta della
consueta Assemblea Generale della C.E.I., in quanto l’iniziativa che qui vi ha
tratti è di carattere nuovo e particolare, e segna l’inizio di un cammino che
non potrà non avere, lo speriamo, fecondi sviluppi. Avete infatti preso parte al
primo Corso di aggiornamento teologico, compresi della necessità che incombe su
ciascuno di voi, Vescovi e Pastori delle varie diocesi italiane, di seguire più
da vicino, in una pausa di riflessione espressamente voluta, e apportatrice di
salutari arricchimenti culturali, i problemi che riguardano le correnti del
pensiero moderno, gli indirizzi della teologia, l’approfondimento della Parola
Rivelata.
Voi l’avete fatto, come ci
hanno informato i responsabili della Conferenza Episcopale Italiana,
nell’intento di dare alla presentazione del messaggio evangelico al mondo
contemporaneo un rinnovato vigore, una più incisiva presenza. A tanto,
effettivamente, tendono i corsi di aggiornamento, che crescono di numero nei
vari Paesi, per offrire sia ai sacerdoti sia ai Vescovi la possibilità di
aggiornarsi sull’evoluzione socio-culturale continuamente in atto, che il
febbrile ritmo crescente dell’attività pastorale - protesa com’è in una
molteplicità di forme che richiede da un lato l’immolazione di se stessi, e,
dall’altro lato, la disponibilità del tempo necessario per coltivare la mente e
gli studi - rende talora estremamente ardua, per non dire impossibile.
Lode dunque a chi ha
organizzato l’incontro, preludio agli altri corsi che seguiranno, e che
auspichiamo bene articolati per conseguire l’esito necessario, ed esser perciò
veramente utili a chi porta la grave, suprema responsabilità del governo
pastorale delle diocesi.
Ci ha fatto molto piacere
l’argomento prescelto, veramente programmatico: «Evangelizzazione e mondo
moderno». Esso è in sintonia con le premure della Chiesa universale e della
Chiesa in Italia: la prima ne ha fatto oggetto di ampio e aperto studio nella
preparazione e nello svolgimento del Synodus Episcoporum dello scorso
anno; la seconda, come avviene un po’ in tutto il mondo, sta dedicando, non solo
da oggi, le sue attenzioni approfondite all’evangelizzazione nei vari aspetti
che impegnano la comunità cristiana, per raggiungere tutte le categorie a cui
oggi, come ai tempi di Pietro e di Paolo, e degli apostoli che han segnato le
tappe della civilizzazione cristiana attraverso i secoli, è necessario
far giungere il lieto annunzio. Si conferma anche qui quanto dicemmo a
conclusione, appunto, del Sinodo dei Vescovi 1974: «La Chiesa prende forse come
non mai in tale misura e con tanta chiarezza, coscienza di questo suo
fondamentale dovere» (AAS 66, 1974, p, 637; trad. ital. in
Insegnamenti di Paolo VI, XII, 1974, p. 1017).
Il tema è troppo ampio e
comprensivo per potervi dedicare quell’esame che pur vorremmo, in questo
incontro che la scarsità del tempo e il moltiplicarsi degli impegni dell’Anno
Santo rendono purtroppo breve. Non ci mancherà occasione di riprendere il
discorso altra volta; ma intanto ci preme di lasciare alla vostra meditazione
almeno due particolari raccomandazioni, che potrete serbare come ricordo di
questo primo corso di aggiornamento, insieme agli insegnamenti autorevoli del
corso stesso.
1. La prima è: Depositum
custodi (1 Tim. 6, 20; 2 Tim. 1, 14): ripetiamo
cioè il tema paolino che fa come da Leit-Motiv delle Lettere
Pastorali. Il dovere primo e principale di noi Vescovi, che Spiritus Sanctus
posuit regere Ecclesiam Dei (Act. 20, 28) è quello
di essere fermi nella fede, di garantire la continuità e la purezza del
messaggio a noi affidato, di tramandarlo nell’insegnamento con coerenza, con
fedeltà, con chiarezza. Chiarezza, soprattutto: affinché il Popolo di Dio sappia
distinguere nettamente la verità, la quale è luce e forza, dalle sue espressioni
nebulose che, secondo una moda che chiameremmo gnostica, e così effettivamente
è, vorrebbero confonderne i contorni e velarne l’integrità. Si tratta, in fondo,
di nient’altro che di essere noi stessi: noi, quali ci vuole Cristo Gesù, che ci
ha scelti per insegnare (Matth. 18, 19), per legare e per sciogliere (Ibid.
16, 19; 18, 18), per illuminare e correggere (Ibid. 18, 15-17), per
pascere e guidare (Io. 21, 15-17; 1 Petr. 5, 2); noi, quali
ci desidera la Chiesa, che abbiamo l’esaltante responsabilità di sostenere
confidando unicamente nella grazia di Dio che ci conforta.
La verità, di cui dovremo
rendere conto al Tribunale di Dio, non è suscettibile di cambiamento nella sua
sostanza; e dobbiamo essere tanto più fedeli nel custodirla, quanto più oggi
tutte le cose sono sottoposte a discussione, e si vogliono relativizzare con
pretesti più o meno speciosi. Ripetiamo qui quanto già dicemmo nel citato
discorso a conclusione del Sinodo: «Il contenuto della fede o è cattolico, o non
è tale. Noi tutti . . . abbiamo ricevuto la fede da una tradizione ininterrotta
e costante: Pietro e Paolo non l’hanno travestita per adattarla all’antico mondo
giudaico, greco o romano, ma hanno vegliato sulla sua autenticità, sulla verità
dell’unico messaggio» (AAS 66, 1974, pp, 636.637; trad. ital. in
Insegnamenti di Paolo VI, XII, 1974, p. 1016). Ecco perciò il dovere di
vegliare sul deposito, che dev’essere da noi tramandato integro e splendente
così come l’abbiamo ricevuto dai secoli.
2. In secondo luogo vi
diciamo: Insta opportune, importune (2 Tim. 4, 2). È
questa la nostra missione, e anche la nostra croce quotidiana. Dobbiamo metterci
in sintonia con i tempi, capirne il linguaggio, interpretarne l’animus
per poter trasmettere la verità immutabile nella formulazione adatta per l’uomo
di oggi, quella che egli aspetta e che egli capisce. Dicevamo qualche giorno fa
ad un gruppo di giovani della Toscana, trattando il tema dell’apostolato della
evangelizzazione: «C’è chi ripete il deposito nella testualità verbale, senza
uno sforzo pedagogico di linguaggio e di esplicazione, mancando perciò di
incisività e di forza, e facendo apparire smorto il messaggio del vero» (Osservatore
Romano, 5 novembre 1975).
La prima necessità
dell’apostolo è proprio questa: di farsi capire dagli uomini in mezzo a
cui vive: farsi fanciullo con i fanciulli, giovane con i giovani, dotto con i
dotti, semplice con i semplici, a imitazione di Paolo apostolo: «Pur essendo
libero da tutti, mi son fatto servo di tutti per guadagnarne il maggior numero:
. . . giudeo con i giudei . . . debole con i deboli; mi son fatto tutto a tutti»
(Cfr. 1 Cor. 9, 19-23).
Ecco la necessità e lo scopo
dell’aggiornamento: per saper comprendere meglio le esigenze proprie del tempo
nostro, e acquistare capacità di conoscerle meglio, per meglio farci
comprendere. E se l’idea, il contenuto, come abbiamo detto, vanno difesi dalla
smania di tutto relativizzare, dobbiamo invece saper relativizzare il
linguaggio, perché sia chiaro e chiarificante, profondo e limpido, moderno e
personale, e a tutti abbia la sua parola da dire. È difficile, certo: abbiamo
bisogno di andare e riandare sempre da capo alla scuola del Vangelo, per
apprendere come parlava Gesù nella sua catechesi immortale che ancor oggi
afferra e scuote; abbiam bisogno di andare alla scuola di Paolo, degli
apologisti, dei Padri della Chiesa, dei grandi teologi del passato, che han
detto la parola giusta del momento, per imparare ancor noi a dire la
parola che ci è stata affidata.
Ecco, Fratelli venerati e
cari, il nostro pensiero, il nostro assillo, il nostro augurio. Facciamo voti
che questo corso di aggiornamento, come gli altri che seguiranno, sia veramente
una scuola degli apostoli e dei pastori di oggi: per ritornare al proprio campo
di lavoro con rinnovato slancio per l’opera di evangelizzazione che ci aspetta.
Vi accompagni in quest’opera
lo Spirito Santo, che vi è stato dato con pienezza nel giorno dell’ordinazione
episcopale, e vi sostiene con la grazia del sacramento; vi incoraggi Maria
Santissima, Regina degli Apostoli. A voi tutti, la nostra Apostolica
Benedizione, che estendiamo di cuore alle singole amatissime Chiese.
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