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LETTERA APOSTOLICA
CON LA QUALE IL SANTO PADRE
PIO XI
ILLUSTRA I CRITERI CUI DEVE ISPIRARSI
LA FORMAZIONE DEL CLERO REGOLARE
 

«UNIGENITUS DEI»

 

Ai supremi Reggitori degli Ordini regolari
e delle altre Congregazioni di religiosi. 

Diletti Figli, salute e Apostolica Benedizione.

Allorché il Figlio unigenito di Dio venne al mondo per redimere il genere umano, dopo aver fissato le norme di vita spirituale alle quali tutti gli uomini devono sottomettersi per raggiungere il fine stabilito, insegnò anche, a chi vuole seguire più da vicino il suo esempio, i consigli evangelici che occorre abbracciare. Pertanto, chiunque, fatto voto a Dio, s’impegna ad osservare tali consigli, non solo si libera da tutti gli ostacoli che di solito attardano gli uomini sulla via della santità, come sono, per esempio, i beni di fortuna, le cure e le preoccupazioni del matrimonio, la smodata libertà in tutte le cose; ma anche cammina verso la vita perfetta per una via così diritta e spedita da sembrare che abbia già gettato l’ancora nel porto della salvezza. Perciò, fin dai primi secoli del cristianesimo, non mancarono mai anime generose e nobili che, ad un cenno di Dio, rinunciarono a tutto per intraprendere la strada della perfezione e procedervi con perseveranza. Le testimonianze storiche attestano formalmente che fedeli di ambo i sessi, in schiere ininterrotte, si sono consacrati a Dio e hanno fatto professione nei diversi Ordini religiosi che, nel corso dei secoli, la Chiesa ha approvato e confermato. Infatti, benché la vita religiosa sia in sé stessa un tutto unico e indivisibile, essa riveste tuttavia forme diverse, in quanto le Società religiose si danno al servizio di Dio seguendo ciascuna modalità proprie, dedicandosi ad opere di carità e di beneficenza, per la maggior gloria di Dio e per il bene del prossimo.

Da questa così grande varietà di Ordini religiosi — come piante di qualità diverse coltivate nel campo del Signore — nascono frutti ugualmente assai vari e abbondanti per la salvezza del genere umano. E non vi è certamente spettacolo più bello e piacevole dell’unione e della collegialità di questi Istituti. Quantunque tali Società abbiano, ciascuna, un proprio settore d’impegno e di attività, distinto in qualche cosa dagli altri, tuttavia tendono ad un solo ed identico scopo. Infatti è metodo abituale della divina Provvidenza rispondere ad ogni nuovo bisogno creando e sviluppando nuovi Istituti religiosi.

Conseguentemente la Sede Apostolica, sotto le cui insegne gli Ordini religiosi combattono fedelmente, memore dei buoni servizi che in passato essi hanno reso alla Chiesa di Dio e alla società, ha sempre testimoniato nei loro confronti particolare attenzione e benevolenza. Infatti, innanzitutto essa si riservò il potere di riconoscere e approvare le loro regole e i loro statuti, e non cessò mai di prendere con grandissimo impegno la difesa della loro causa contro i loro avversari, nelle circostanze e nei momenti difficili; inoltre, essa non omise mai, ogni volta in cui fu necessario, di ricordare loro la primitiva dignità e la santità del loro Istituto. Gli stessi decreti e le raccomandazioni del Concilio Tridentino testimoniano la preoccupazione e la sollecitudine della Chiesa di promuovere presso i religiosi l’osservanza delle regole e la santità dei costumi: «Tutti i religiosi dell’uno e dell’altro sesso indirizzeranno e organizzeranno la loro vita secondo quanto è prescritto dalla regola alla quale si sono votati e osserveranno fedelmente innanzi tutto le virtù che riguardano la perfezione della loro professione, come l’obbedienza, la povertà e la castità e, analogamente, i voti particolari e i precetti di alcune Regole e di alcuni Ordini che hanno lo scopo di conservare l’essenzialità dei rispettivi Istituti, quali la vita in comune, il vitto e l’abito » [1]. Il Codice di diritto canonico, prima di legiferare su questa materia, definisce e brevemente descrive lo stato religioso. Questo « deve essere un invariabile modo di vivere in comune, nel quale i fedeli, oltre ai precetti obbligatori per tutti, s’impongono anche di osservare i consigli evangelici mediante i voti di obbedienza, castità e povertà… ed aspirano alla perfezione evangelica »; lo stato religioso così definito deve essere tenuto « in alta considerazione da parte di tutti » [2].

Della fiducia che Noi riponiamo nel valore e nella fruttuosa attività di religiosi abbiamo dato chiara testimonianza Noi stessi quando per la prima volta Ci siamo affettuosamente rivolti a tutti i Vescovi del mondo cattolico con l’Enciclica Ubi arcano. Ai tanti mali che affliggono la società, Noi proponevamo dei rimedi e dicemmo che, per quanto si riferisce ai risultati, Noi riponevamo per diversi motivi una positiva speranza nel clero regolare. Inoltre, Noi avevamo indirizzato in precedenza al Cardinale Prefetto della Sacra Congregazione dei Seminari e delle Università l’Epistola apostolica Officiorum omnium, nella quale esprimevamo il pensiero e la sollecitudine che Ci preoccupavano a proposito della buona formazione dei chierici avviati ai sacri ministeri, e fra questi comprendevamo pure gli alunni degli Ordini religiosi; la maggior parte delle Nostre raccomandazioni era diretta a coloro che sono avviati al sacerdozio. Tuttavia, diletti figli, l’ardente amore e la vigilanza che nutriamo per i vostri interessi Ci inducono ad indirizzarvi alcuni consigli a mezzo lettera: se i vostri discepoli si conformeranno quotidianamente ad essi, la loro vita e la loro condotta saranno quelle che il sublime ufficio della divina vocazione richiede ed esige assolutamente da loro.

Prima di tutto Noi esortiamo i religiosi a non perdere mai di vista gli esempi del loro Fondatore e Padre legislatore, se vogliono avere la certezza di partecipare alle grazie abbondanti della loro vocazione. Infatti, quando questi uomini eccezionali crearono i loro Istituti, che cosa fecero se non obbedire alla divina ispirazione? È per questo che tutti coloro che riproducono in se stessi le note particolari con le quali ogni Fondatore volle caratterizzare la propria famiglia religiosa, non si allontanano per certo dalla loro origine. Pertanto i loro discepoli, quali ottimi figli, si impegneranno a glorificare il loro Padre legislatore osservando la sua regola e i suoi consigli e investendosi del suo spirito. Essi rimarranno fedeli al loro stato fino a quando cammineranno sulla via tracciata dal loro Fondatore: « E per merito loro ne rimangono in eterno i figli » [3]. Possano essi obbedire con tale umiltà alle leggi del loro Istituto e osservare così bene la loro primitiva regola, da mostrarsi di giorno in giorno maggiormente degni dello stato religioso! La loro fedeltà non mancherà di assicurare ad essi, per tutta la durata del loro apostolato, il soccorso delle grazie celesti.

Tuttavia, nella loro attività devono cercare soltanto « il regno di Dio e la sua giustizia »: Noi vogliamo, diletti figli, che la vostra opera sia dedicata in modo particolare alle sacre missioni e all’educazione della gioventù. Per quanto riguarda l’apostolato, dovranno seguire attentamente gli ammonimenti del Nostro ultimo Predecessore [4] di non trasformare la predicazione del Vangelo presso i popoli esteri in un’opera di propaganda in favore dell’influenza o della potenza della loro patria o nazione; essi non dovranno cercare altro che la salvezza degl’infedeli provvedendo a procurare loro quel benessere e quell’agiatezza di vita terrena, nella misura in cui queste cose potranno servire a raggiungere la vita eterna. Riguardo a coloro che sono incaricati di istruire e di educare la gioventù, essi dovranno evitare lo zelo eccessivo di voler insegnare delle discipline eccellenti in sé, ma che possono portare a trascurare di dare alle menti e alle volontà una solida formazione religiosa. In caso contrario i loro allievi ne usciranno forniti di tante conoscenze letterarie, ma sprovvisti di scienza sacra. Coloro che mancano di questa scienza sono privi della cosa più bella e più preziosa, e vivono nell’indigenza più completa: « Insensati sono tutti gli uomini che non hanno cognizione di Dio » [5]. È quanto conferma il Dottore Serafico: « Il risultato finale di tutte le scienze deve essere quello di costruire in tutti la fede, di onorare Dio, di dare una base alla morale nella quale si alimentano le consolazioni, frutto dell’unione tra lo sposo e la sposa, che è anch’essa opera di carità » [6].

Quanto sia necessaria la conoscenza delle cose divine ai ministri della Chiesa, i quali debbono apprezzarla al massimo e penetrarla in profondità, è il capitolo principale di questa Nostra esortazione: Noi invitiamo i religiosi già insigniti del sacerdozio, o che vi devono essere ammessi, allo studio assiduo delle scienze sacre, poiché se non saranno preparati non potranno adempiere in modo perfetto a tutti i doveri della loro vocazione. Infatti, la missione, se non unica ma certo fondamentale di coloro che si sono consacrati a Dio, non è forse quella di pregarlo, di contemplare e meditare le cose divine? E come adempiranno questo compito così importante se non possederanno una conoscenza estesa e profonda della dottrina della fede? Ecco ciò che Noi, per prima cosa, vorremmo raccomandare all’attenzione di coloro che, nei chiostri, si danno alla vita contemplativa. È errore gravissimo credere che, trascurando gli studi teologici prima dell’ordinazione o abbandonandoli in seguito, si possa essere in grado — sprovvisti della conoscenza di Dio e dei misteri della fede che viene fornita dalle scienze sacre — di tenersi facilmente sulle vette della perfezione ed essere elevati all’unione interiore con Dio. Quanto agli altri religiosi — sia che insegnino, predichino, siedano al tribunale della penitenza per riconciliare i peccatori, o siano mandati nelle missioni o vivano in contatto giornaliero con il popolo —, l’esercizio di codesti molteplici ministeri non avrà forse tanto più forza ed efficacia quanto più vasta e brillante sarà la loro cultura? Ecco il dovere del sacerdote: acquistare la scienza delle cose divine e coltivarla con ampiezza e profondità; lo Spirito Santo l’ha dichiarato per bocca del profeta: « Le labbra del sacerdote custodiranno la scienza » [7]. Con quale diritto può infatti presentarsi chi è carente di una solida dottrina, colui che dovrebbe essere l’ambasciatore delle scienze di Dio [8], il ministro e il dottore della nuova Alleanza, il sale della terra [9] e la luce del mondo [10], colui dal quale il popolo cristiano attende le parole della salvezza?

Tremino per se stessi coloro che si avvicinano al sacro ministero senza competenza e preparazione; il Signore infatti non lascerà impunita la loro ignoranza, avendo pronunciato questa terribile minaccia: « Poiché tu hai rifiutato la scienza, io ti respingerò e tu non sarai mio sacerdote » [11]. In verità, se già in passato fu necessario che il sacerdote fosse istruito, ciò è di gran lunga più necessario ai nostri tempi, quando la scienza è così strettamente associata alla vita odierna che anche gli uomini meno preparati — come accade in genere in tutto il mondo — qualunque cosa facciano, vanno dicendo che operano in nome della scienza.

Occorre quindi che noi impieghiamo tutti i nostri sforzi per aggiungere alla nostra fede tutte le conoscenze umane, che potranno servire di aiuto e sostegno; riunendo la loro chiarezza, si farà brillare agli occhi di tutti la bellezza della verità rivelata e si dissiperanno senza fatica le insidiose obiezioni che una pretesa scienza accumula contro i dogmi della fede. Infatti, come scrisse chiaramente Tertulliano, la nostra fede « nutre un solo desiderio: di non essere condannata ad essere ignorata » [12]. E neppure devono essere dimenticate le parole di Girolamo: « La santità ignorante giova soltanto a se stessa, e quanto essa con una vita virtuosa costruisce per la Chiesa di Cristo, altrettanto le nuoce se è incapace di opporsi agli avversari…. È compito del sacerdote rispondere quando viene interrogato in materia di fede » [13]. Pertanto è dovere del sacerdote, sia secolare, sia regolare, diffondere il più largamente possibile la dottrina cattolica, spiegarla e difenderla. Essa non solo possiede tutti gli argomenti per convincere e confutare gli avversari, ma se viene esposta con chiarezza non può che attirare a sé gli spiriti liberi da pregiudizi. Questo non era sfuggito ai Dottori del medioevo, i quali, sotto la guida di Tommaso d’Aquino e di Bonaventura, lavorarono con tutte le loro forze per acquistare una vastissima cultura teologica e poi comunicarla agli altri. Inoltre, diletti figli, l’applicazione dello spirito e delle sue risorse, che i membri dei vostri Istituti apporteranno in questi studi, li metterà anche nella possibilità di attingere più abbondantemente alle sorgenti della vita religiosa, come pure di sostenere con decoro la dignità dello stato che hanno abbracciato. Infatti, chiunque si consacra alle scienze sacre affronta un compito che esige un serio lavoro, sforzi e sacrifici: un compito che ripugna alla pigrizia e all’indolenza, madre e maestra di molti mali [14]. Ma la concentrazione intellettuale necessaria agli studi ci abitua a non decidere nulla precipitosamente e a nulla compiere senza riflessione; inoltre, essa ci permette di frenare più facilmente quelle passioni che trascinano rapidamente al peggio e precipitano nell’abisso dei vizi chiunque trascura di dominarle per tempo. Girolamo scrive a questo proposito: « Ama la scienza delle Scritture, e non amerai i vizi della carne…»[15], « La conoscenza delle Scritture genera le vergini »[16]. Ma il religioso deve essere indotto a darsi a questi studi dalla consapevolezza del dovere al quale è spinto dalla propria vocazione, che consiste nel raggiungimento della più alta virtù.

Nessuno può compiere sforzi efficaci verso la perfezione né essere sicuro di raggiungerla senza la pratica della vita interiore; infatti, dove è possibile trovare alimenti tanto validi e copiosi per nutrire e sviluppare tale vita di quelli che si possono trovare nelle sacre discipline? In realtà la contemplazione abituale e quotidiana di questi mirabili doni della natura e della grazia che Dio onnipotente ha sparso con tanta abbondanza nell’universo e nelle singole creature umane, consacra le meditazioni e gli slanci dell’animo e li innalza fino al cielo; anzi, attraverso la fede, perfeziona gli uomini e li unisce strettamente a Dio. Chi, dunque, può essere più simile a Gesù Cristo di colui che ha assimilato nel proprio sangue la dottrina della fede e della morale a noi rivelata da Dio? Pertanto i Fondatori degli Ordini religiosi, seguendo saggiamente le indicazioni dei santi Padri e Dottori della Chiesa, raccomandarono con calore ai proprî discepoli di studiare le sacre discipline. D’altro canto, diletti figli, l’esperienza non insegna forse che i religiosi che hanno studiato le materie della fede con maggiore amore hanno raggiunto per la maggior parte un eminente grado di santità? Invece, la maggior parte di coloro che hanno trascurato questo loro sacro dovere hanno cominciato a perdere fervore e a cadere in uno stato deprecabile, fino alla profanazione dei voti. Tutti i religiosi ricordino le parole di Riccardo da San Vittore: «Ciascuno di noi possa impegnarsi negli studi fino al tramonto del sole; a poco a poco l’amore per la vanità si affievolirà, il desiderio della pratica carnale, rimosso l’impeto della concupiscenza, si raffredderà »[17]. Noi domandiamo parimenti che essi facciano propria la preghiera di Agostino: « Le tue Scritture siano le mie caste delizie: in esse non sarò ingannato, né per esse ingannerò » [18].

Essendo dunque lo studio attento e costante della sacra dottrina una fonte così preziosa di vantaggi per i religiosi, risulta evidente, diletti figli, con quale impegno dovete vigilare affinché ai vostri discepoli non manchi la possibilità di approfondire questa scienza e di applicarsi ad essa per tutta la vita. In proposito, sarà quanto mai utile formare rettamente fin da principio la mente e lo spirito dei giovani che aspirano alla vita del chiostro. Fin dall’inizio, nella vita di famiglia, a seguito dell’iniquità di questi tempi, l’educazione cristiana dei fanciulli è meno curata, e i giovani, esposti alle seduzioni della corruzione sparse a profusione, non ricevono quella solida istruzione religiosa, che solamente è capace di disporre le anime ad obbedire ai comandamenti di Dio, o almeno a seguire le regole del bene e del giusto. Voi non potrete perciò fare nulla di più giovevole, in questo ambito, che creare dei Seminari minori o dei collegi — con piacere constatiamo che se ne fondano già in diverse regioni — dove vengano raccolti i giovani che dimostrano di avere qualche segno di vocazione. Tuttavia, in questi Seminari, evitando con cura i pericoli contro i quali il Nostro Predecessore di santa memoria Pio X aveva messo in guardia i superiori dell’Ordine di San Domenico, voi non accoglierete, né affrettatamente, né in gruppo, giovani di cui non sapete con certezza se è per ispirazione divina che essi scelgono codesta vita di perfezione [19]. Procederete con prudente lentezza alla selezione dei giovani candidati alla vita religiosa, e veglierete assiduamente, affinché essi ricevano, assieme ad una formazione alla pietà adatta alla loro età, anche una buona istruzione secondaria, come si suole impartire nei ginnasi [20]. Non comincino essi il noviziato prima di aver terminato il cosiddetto corso umanistico, a meno che qualche grave motivo non vi induca talvolta a comportarvi in modo diverso.

Per l’educazione di questi giovani, voi metterete in opera tutte le risorse del vostro zelo e della vostra diligenza, secondo le esigenze non solo della carità ma anche della giustizia. Se a causa del modesto sviluppo dell’Istituto, o per qualsiasi altro motivo, qualche Provincia non ha la possibilità di provvedere da sola a questa educazione, come previsto dal diritto canonico, i giovani siano mandati in un’altra Provincia o in un’altra residenza scolastica, dove possano ricevere l’insegnamento prescritto dal canone 587. Nelle classi inferiori si osserverà scrupolosamente il canone 1364/1°: « La religione occupi il primo posto; l’insegnamento sarà impartito con la più grande diligenza e sarà adattato all’età e all’intelligenza di ciascuno ». In questa materia si useranno soltanto i libri di testo approvati dall’Ordinario. Del resto, lo ricordiamo di sfuggita, gli stessi studenti di filosofia scolastica non devono interrompere lo studio della religione; essi troveranno un meraviglioso aiuto nell’uso del Catechismo Romano, in cui non si sa se ammirare di più l’esattezza e la ricchezza della dottrina, o l’eleganza del latino. Se i vostri chierici avranno preso l’abitudine, fin dalla giovane età, di ricorrere a questa fonte di sacra dottrina, oltre che essere essi poi meglio preparati agli studi teologici, dalla familiarità con quest’opera perfetta impareranno ad istruire il popolo e a confutare le obiezioni correnti contro la religione. Nella Lettera Apostolica Officiorum omnium Noi abbiamo raccomandato ai Vescovi cattolici di curare con diligenza lo studio della lingua latina; la stessa esortazione rivolgiamo a voi, diletti figli, e vi comandiamo di conformarvi ad essa nella formazione letteraria. Infatti, una norma del Codice riguardante i seminaristi reca: « Fate in modo che essi studino accuratamente soprattutto la lingua latina e quella materna » [21]. Quanto sia importante per i giovani religiosi conoscere bene la lingua latina si deduce non solo dal fatto che la Chiesa usa questa lingua in un certo senso come strumento e vincolo di unità, ma anche perché è in lingua latina che noi leggiamo la Bibbia, è in lingua latina che noi recitiamo i salmi, celebriamo il santo sacrificio e compiamo quasi tutte le cerimonie liturgiche. Inoltre, il Romano Pontefice, quando si rivolge a tutto il mondo cattolico per fargli giungere il suo insegnamento usa il latino, e anche la Curia Romana usa la stessa lingua per trattare gli affari e redigere i decreti che riguardano la comunità dei fedeli. Coloro che non conoscono la lingua latina assai difficilmente possono attingere alle documentatissime fonti scritte dei Padri e dei Dottori della Chiesa, i quali nella maggior parte si sono serviti, nei loro scritti, della lingua latina, per esporre e difendere la sapienza cristiana. Abbiate perciò a cuore che i vostri chierici, i quali un giorno saranno i ministri della Chiesa, mettano tutto il loro impegno per apprendere e usare questa lingua.

Ultimato il corso inferiore degli studi, tutti gli alunni e quanti intendono consacrarsi a Dio e nei quali i superiori abbiano notato un’intelligenza aperta, spirito di pietà e correttezza di costumi, saranno ammessi al noviziato nel quale, come in una palestra, possano approfondire i princìpi e i valori della vita religiosa. Quanto sia importante procedere con diligenza alla formazione dei novizi, ci si può convincere dalle testimonianze dei maestri di vita spirituale e più ancora dall’esperienza. Nessuno potrà acquistare e conservare la perfezione dello stato religioso se durante il noviziato non ha acquisito il fondamento di tutte le virtù. Mettendo perciò da parte ogni altro studio e qualsiasi distrazione, i novizi non avranno che una sola preoccupazione: applicarsi, sotto la guida del loro saggio maestro, alle pratiche della vita interiore, e all’acquisto delle virtù, in particolare di quelle che sono intimamente legate ai voti religiosi, ossia la povertà, l’obbedienza e la castità. Sarà della massima utilità leggere assiduamente e meditare gli scritti di San Bernardo, del Serafico Dottore Bonaventura, di Alfonso Rodriguez, nonché gli scritti di coloro che in ciascuno dei vostri Ordini sono divenuti autorità in materia di spiritualità; il valore e l’efficacia delle loro opere, lungi dall’essere invecchiati con il tempo, sembrano piuttosto aumentati ultimamente. Inoltre, i novizi non debbono mai dimenticare che come essi saranno stati durante il loro noviziato, così saranno nel rimanente della loro vita; la speranza di supplire in seguito, con un rinnovamento di fervore, alle lacune di un noviziato mediocre o infruttuoso, si risolve generalmente in una completa delusione.

Diletti figli, successivamente voi provvederete a mettere i nuovi professi in case dove si applichi con molta regolarità il rispetto delle sacre leggi e dove tutto sia disposto a che essi possano seguire, con metodo rigoroso e serio profitto, il corso di filosofia e di teologia, come sono stati fissati, e in tutte le loro parti. Noi abbiamo scritto: « come sono stati fissati, e in tutte le loro parti »; con queste parole Noi intendiamo dire che non si potrà salire ad una classe superiore se non si sono fatti progressi soddisfacenti nella classe inferiore; che non si dovrà omettere nessuna parte del programma; che non dovrà venire decurtata assolutamente la durata degli studi prescritti dal Codice di diritto canonico. Commetterebbero perciò una imprudenza — per non dire di più — quei superiori che, forse in vista di provvedere a bisogni del tutto contingenti, volessero fare giungere i loro allievi ai Sacri Ordini per una specie di scorciatoia, allo scopo di poterli impiegare prima nel ministero. L’esperienza lo dimostra: coloro che hanno fatto studi frettolosi e disordinati, assai difficilmente potranno in seguito rimediare alla carenza di tale formazione, se pur vi riusciranno. Supposto anche che in certi casi una ordinazione così affrettata possa avere un tenue vantaggio, questo vantaggio in definitiva diminuisce e sparisce totalmente per il fatto che codesti religiosi si mostrano necessariamente inferiori alle esigenze del sacro ministero. Vigilate, dunque, affinché i giovani religiosi che studiano filosofia e teologia non diminuiscano il loro impegno nella conquista dei valori; al contrario, essi debbono mettere in pratica gl’insegnamenti dei loro grandi maestri di pietà, affinché un giorno, come è proprio dei religiosi, essi possano fornire una solida dottrina unita con una vita esemplare.

Noi richiamiamo inoltre la vostra attenzione su un punto di fondamentale importanza: i maestri che voi designerete per l’insegnamento superiore dovranno essere veramente degni del loro ufficio, cioè modelli per la santità della loro vita, nonché per la loro alta competenza nelle materie che dovranno insegnare. Pertanto, nessun religioso potrà essere designato ad una cattedra se non ha compiuto con successo il corso degli studi filosofici, teologici e scientifici connessi, e se non possiede la capacità e la formazione richieste per l’insegnamento. Procurate di non trascurare quanto si legge nel codice di diritto canonico [22]: « Bisogna che almeno la sacra Scrittura, la teologia dogmatica, la teologia morale e la storia ecclesiastica abbiano ciascuna maestri distinti ». Questi maestri si preoccuperanno di fare dei loro discepoli degli apostoli di Cristo santi e operosi, dotati degli strumenti della scienza e della prudenza. Così essi saranno capaci di istruire i semplici e gli ignoranti, e confonderanno coloro che vanno presuntuosi di una falsa scienza; infine essi premuniranno i fedeli contro gli errori contagiosi, altrettanto più pericolosi e più funesti per le anime, quanto più sanno infiltrarsi e insinuarsi di nascosto. Se avverrà quanto auspicato, cioè che i vostri religiosi si applichino con zelo al servizio della sapienza cristiana e procedano speditamente per tale via e si affermino, voi, diletti figli, che avete sostenuto tante fatiche in un’opera così salutare, sarete compensati e godrete la gioia degli abbondantissimi frutti che ne deriveranno.

Inoltre considerate sacro ed inviolabile quanto abbiamo disposto nell’Epistola Apostolica sui Seminari e sugli studi dei chierici, in conformità del diritto canonico: nell’insegnare filosofia e teologia i docenti seguano fedelmente la Scolastica, secondo i princìpi e l’ordinamento dell’Aquinate. Infatti, chi ignora che la Scolastica e la dottrina angelica di Tommaso, che i Nostri Predecessori celebrarono in tutti i tempi con le più ampie lodi, sono nate per mettere in luce le verità rivelate e per confutare efficacemente gli errori di ogni tempo? Infatti, l’Angelico Dottore — come scrisse il Nostro Predecessore Leone XIII di immortale memoria — « dotatissimo di scienza divina e umana, è paragonato al Sole…; …riuscì da solo a debellare tutti gli errori dei tempi passati ed a fornire potentissime armi per mettere in rotta coloro che con perpetuo avvicendarsi sarebbero venuti dopo di lui » [23]. E, ancora, lo stesso Pontefice giustamente: « Coloro che vogliono veramente essere filosofi — e debbono volerlo decisamente i religiosi — basino i princìpi e i fondamenti della dottrina in Tommaso d’Aquino » [24].

Quanto sia importante che i vostri alunni non si allontanino assolutamente dalla Scolastica risulta chiaramente dal fatto che, intercorrendo tra la filosofia e la rivelazione una strettissima relazione, gli Scolastici unirono le due cose in una mirabile armonia, così che l’una e l’altra si illuminano a vicenda e si danno un grandissimo aiuto. Infatti, ambedue provengono da Dio, suprema ed eterna verità; la filosofia formula ed espone gli argomenti della ragione, la rivelazione quelli della fede: esse non possono essere in lotta tra di loro, come alcuni vanno delirando; al contrario, esse sono reciproche amiche,e l’una completa l’altra. Ne consegue che un filosofo ignorante e incapace non potrà mai diventare un buon teologo, e chi non conosce la teologia non sarà mai un filosofo di qualche valore. San Tommaso giustamente dice in proposito: «Dai princìpi di fede si deducono conclusioni valevoli per i credenti, così come dai princìpi naturalmente noti si traggono conclusioni valevoli per tutti; pertanto anche la teologia è una scienza ». In altre parole, come la filosofia trae i primi princìpi dalla ragione (partecipazione della luce divina), li formula e poi li spiega; analogamente la teologia prende le verità della fede dalla rivelazione soprannaturale — il cui splendore illumina l’intelletto e lo completa —, le sviluppa e le spiega, in modo che la filosofia e la teologia siano due raggi di un unico sole, due ruscelli di una stessa fonte, due edifici sullo stesso fondamento. La scienza umana è certamente una grande cosa, purché si conformi agl’insegnamenti della fede; se devìa da questi, necessariamente cade in una moltitudine di errori e di follie. Pertanto, diletti figli, se i vostri studenti mettono al servizio della dottrina sacra le scienze profane che avranno acquisite; se, inoltre, ardono di zelo e di grande amore per le verità rivelate: allora essi saranno uomini di Dio e tali saranno considerati, e potranno giovare moltissimo al popolo cristiano con le parole e con gli esempi. Infatti «Ogni Scrittura divinamente ispirata » — o, come interpreta il Dottore Angelico, la sacra dottrina vista alla luce della divina rivelazione — « è utile per insegnare, redarguire, correggere, educare nella giustizia, affinché l’uomo di Dio sia perfetto, pronto ad ogni opera buona » [25].

Ma perché i giovani religiosi non lavorino invano nell’immenso campo delle scienze umane e divine dovranno prima di tutto coltivare in se stessi lo spirito di fede; se lo lasceranno affievolire, non potranno più penetrare le verità soprannaturali, come se i loro occhi si fossero ottenebrati. Non meno importante è che essi abbiano una effettiva volontà di imparare. San Bernardo osserva: «Vi sono taluni che studiano unicamente per sapere, ed è una riprovevole curiosità; …vi sono pure altri che vogliono sapere per vendere la loro scienza allo scopo di ottenerne danaro od onori, ed è una vergognosa speculazione; ma vi sono anche coloro che vogliono sapere per aiutare il prossimo, ed è carità; vi sono infine coloro che vogliono sapere per formare se stessi, ed è prudenza » [26]. I vostri giovani dunque si proporranno nei loro studi di piacere unicamente a Dio e di trarne il maggiore vantaggio spirituale per sé e per il prossimo. Dunque, poiché nella scienza separata dalla virtù albergano più inconvenienti e pericoli che un’effettiva utilità — infatti, coloro che sono orgogliosi della propria scienza di solito perdono la fede e precipitano ciecamente nella morte spirituale — i giovani dovranno impegnarsi vivamente affinché la virtù dell’umiltà, necessaria a tutti ma in particolar modo agli studiosi, li penetri nell’intimo, memori che solo Dio è sapientissimo per se stesso e che tutto ciò che l’uomo può acquisire, per quanto rilevante, è un nulla se confrontato con tutte le cose che ignora. In proposito, scrive egregiamente Agostino: «La scienza inorgoglisce. Che dunque? dovrete fuggire la scienza e scegliere il nulla piuttosto che inorgoglirvi? Perché allora vi parleremmo se l’ignoranza vale più della scienza?…Amate la scienza, ma preferite la carità. In verità, la carità costruisce e non permette alla scienza di inorgoglirsi. Dunque, dove la scienza strombazza, ivi la carità non edifica; invece dove costruisce, ivi è forte » [27]. Pertanto, se i vostri discepoli impregneranno i loro studi di spirito di carità e di pietà, sorgente e fondamento delle altre virtù, come di un aroma che preserva dal pericolo della corruzione, essi stessi, in proporzione della loro dottrina, saranno certamente più graditi a Dio e più utili alla Chiesa.

Ora non Ci resta che rivolgere il Nostro pensiero a quei religiosi che, non chiamati alla dignità sacerdotale, hanno pronunciato gli stessi voti religiosi come i sacerdoti, e non sono meno obbligati verso Dio, né meno tenuti in coscienza a tendere alla perfezione. Senza essere dotti nelle lettere e nelle alte discipline, essi possono raggiungere i vertici della santità, come dimostra il fatto che molti di loro, assai stimati dal popolo cristiano, nel corso dei tempi sono stati inseriti dall’autorità dei Romani Pontefici nel numero dei santi, e sono considerati e invocati come intercessori e patroni presso Dio. La condizione dei fratelli conversi, o fratelli laici, li mette al sicuro dai pericoli ai quali sono talvolta esposti, in ragione stessa della loro dignità, i religiosi sacerdoti. Essi usufruiscono tuttavia degli stessi privilegi e delle stesse grazie spirituali, poiché gli Ordini religiosi, con materna liberalità, li accordano a tutti i loro membri, senza alcuna distinzione. È perciò giusto che essi abbiano una stima profonda per il dono celeste della vocazione e ne ringrazino Dio. Essi non ometteranno di rinnovare frequentemente la risoluzione, presa il giorno della loro professione, di vivere in conformità della loro vocazione fino al loro ultimo respiro.

A questo punto, diletti figli, non possiamo astenerCi dal farvi una raccomandazione. Voi avete un grave dovere nei confronti dei fratelli conversi, cioè siete tenuti a vigilare affinché, durante il loro periodo di probazione, e anche in seguito, essi non manchino dei soccorsi spirituali necessari per il loro progresso e per la loro perseveranza; soccorsi che dovranno essere tanto più abbondanti, quanto più la condizione di questi religiosi è più umile, e più umili sono i loro uffici. Perciò, quando si tratta di stabilire in quale casa ognuno di essi dovrà dimorare, e quale opera dovrà svolgere, i superiori devono tenere conto delle sue attitudini e anche degli scogli in cui egli potrà urtare. E se talvolta questi religiosi si intiepidiscono nel compimento del loro ufficio, lo zelo paterno dei superiori non trascurerà nulla per ricondurli alla santità della vita con dolce fermezza. Soprattutto i superiori non trascurino di dare se stessi ai fratelli laici, o di procurare loro sacerdoti che li preparino nelle principali verità della fede: chi conosce queste verità e le medita frequentemente, sia che viva nel mondo o nel monastero, sarà fortemente spinto verso la virtù. Noi vogliamo che ciò che abbiamo detto si applichi a tutti i fratelli delle Congregazioni laicali; inoltre è necessario che essi siano largamente dotati della scienza religiosa e della erudizione qualificata, in quanto molti di loro hanno il compito specifico di educare i fanciulli e i giovani. Diletti figli, voi avete udito ciò che Ci parve opportuno comunicarvi, in nome del Nostro affetto paterno, a proposito dell’organizzazione degli studi e di altre questioni di non minore importanza. La vostra deferenza verso di Noi e lo zelo da cui siete animati Ci danno la certezza che provvederete volentieri e con spirito di obbedienza, ciascuno nella propria Comunità, a quanto raccomandato. Così pure speriamo che tali raccomandazioni restino scolpite nell’animo dei vostri novizi e nei vostri discepoli, e possano recare in futuro molti vantaggi e benefìci ai vostri Istituti, grazie all’amorevole intercessione dei vostri Padri Fondatori.

 Frattanto, quale pegno delle grazie celesti e quale testimonianza della Nostra paterna benevolenza, a voi, diletti figli, e a tutti i religiosi a voi affidati impartiamo con grande affetto l’Apostolica Benedizione.

Dato a Roma, presso San Pietro, il 19 marzo, festa di San Giuseppe, Sposo di Maria Vergine Madre di Dio, dell’anno 1924, terzo del Nostro Pontificato.

PIUS PP. XI

 


[1] Sess. XXV, cap. 1, de Regni.

[2] C.I.C., can. 487, 488.

[3] Eccli., XLIV, 13.

[4] Epist. apost. Maximum illud, 30 nov. 1919.

[5] Sap., XIII, 1.

[6] De reductione artium ad Theol., n. 26.

[7] Mal., II, 7.

[8] I Reg., II, 3.

[9] Matth., V, 13.

[10] Ibid., 14.

[11] Os., IV, 6. 

[12] Apol. I.

[13] Epist. LIII (al. CIII) ad Paulin.

[14] Eccli., XXXIII, 29.

[15] Epist. CXXV (al. IV) ad Rust.

[16] Comm. in Zacch., l. II, c. X. 

[17] De diff. sacrif. Abr. et Mariae, 1.

[18] Conf., l. XI, c. II, n. 3.

[19] Epist. Cum primum ad Mag. Gen. O.P., 4 aug. 1913.

[20] C.I.C., can. 589.

[21] C.I.C., can. 1364, 2°.

[22] Can. 1366, 3°.

[23] Encycl. Aeterni Patris.

[24] Epist. Nostra erga, die 25 nov. 1898.

[25] II Tim., III, 16-17.

[26] In Cant. sermo XXXVI.

[27] Sermo CCCLIV ad Cont., c. VI.

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