ALLOCUZIONE DI SUA
SANTITÀ PIO XI
AI PARROCI E AI PREDICATORI
DEL PERIODO QUARESIMALE
IN OCCASIONE DELLA FIRMA DEL TRATTATO
E DEL CONCORDATO NEL PALAZZO LATERANENSE
«IL NOSTRO PIÙ CORDIALE»
11 febbraio 1929
Ai Parroci di Roma ed ai Predicatori del periodo quaresimale.
Il Nostro più cordiale benvenuto a voi, predicatori
della Quaresima, ormai alle porte, a voi, da qualunque parte veniate, poiché
siete figli,buoni figli e così altamente qualificati, che venite nella casa del
Padre comune.
Già per questo, e particolarmente anzi per questo che venite col
Nostro Eminentissimo Cooperatore nella cura spirituale della Nostra cara alma
città di Roma e che presta sì efficace concorso all’opera Nostra; coi Nostri
cari parroci di Roma, che sono, senza la minima esagerazione, la perla del clero
romano, ai quali sentiamo e professiamo di dovere tanto per l’assistenza e per
il continuo miglioramento delle anime viventi più vicine a Noi e più intimamente
raccomandate dalla divina Provvidenza alle cure del Nostro ministero pastorale.
Un’altra volta benvenuti siate voi, che venite in questa nuova Gerusalemme a
portare il verbo divino, portatore, a sua volta, di nuova vita.
E più ancora, se
possibile, siate voi benvenuti, che venite in quest’ora sì intimamente e
solennemente solenne per Noi; in questa vigilia del settimo anniversario della
Nostra incoronazione, ed ancora al principio dell’anno Giubilare, il
cinquantesimo del Nostro Sacerdozio: due celebrazioni che fanno a gara (una per
Noi ben formidabile gara) nel ricordarCi, nel dirCi, nell’intimarCi tutte le
grazie, le misericordie di Dio e, purtroppo, tutte le miserie e deficienze
Nostre per una ormai si lunga serie di anni.
Ed anche per un altro motivo Ci
sono la vostra venuta e la vostra presenza particolarmente care e quanto mai
opportune, un motivo atto per sé solo ad innalzare ancor più il significato di
questa udienza.
Dicevamo or ora della bontà e delle misericordie di Dio e Ci
affrettiamo a chiedere il concorso delle vostre preghiere per meno indegnamente
ringraziarne il Signore; concorso, di cui sentiamo tanto più grande il
bisogno in questo punto di arrivo, dove più che mai sentiamo le Nostre debolezze
giammai così sentite come dopo tanti anni di sì sublime elevazione e dopo sì
larga e diuturna effusione di grazie sacerdotali.
Ciascuno di voi ha, come il
suo pergamo, così il suo programma di predicazione maturato nella meditazione,
nello studio e nella preghiera; e Noi non intendiamo disturbare i vostri piani.
Non dubitiamo però che troverete modo, nelle linee del vostro programma, di far
presenti e di raccomandare vivamente ai vostri fedeli uditori alcuni capi che Ci
stanno particolarmente a cuore.
La prima penosa cosa che ancora tanto Ci
affligge, dopo tanto dire e predicare da ogni parte, sia dai Pastori di anime
come dalla buona stampa: una cosa che Ci fa arrossire come Vicario di Gesù
Cristo, che anzi, secondo l’energica espressione di Gesù Cristo stesso, fa
arrossire il medesimo Signore nostro, è la inverecondia di tante disgraziate
donne, di tante disgraziate fanciulle che pur si dicono e vogliono essere dette
cristiane.
Vedete anche voi, diletti figli, di persuadere con paterna bontà, con
pazienza e con insistenza quelle tante poverette, che sono schiave di una moda
così indegna di paesi civili, ancor prima che di paesi cristiani; tante povere
schiave che sentono la loro schiavitù, e se ne vergognano, ma non hanno poi la
forza di ribellarsi ad una tirannia che sfrutta la loro vergogna come il
negriero sfrutta il sangue degli schiavi, in questa vera nuova forma di tratta
delle bianche.
Ma poi bollate col fuoco della vostra apostolica parola tante
svergognate, che non solo non sentono l’indegnità del loro costume, ma quasi se
ne gloriano e ne menano vanto.
In secondo luogo, vedete di promuovere, di
difendere (è proprio il caso di dir così) l’adempimento dei doveri religiosi,
parrocchiali, vogliam dire tutto quel magnifico insieme che è la vita
parrocchiale, la frequenza, l’assiduità, la diligenza — almeno nella misura
indispensabile — all’istruzione religiosa, cose tutte veramente minacciate o,
peggio, già più o meno danneggiate dagli eccessi di quel movimento che, con
parola non italiana, si chiama « sport ». Eccessi che lo rendono né educativo,
né igienico, mentre ne fanno un ostacolo, non diciamo al prosperare, ma anche
solo al più necessario vivere e svilupparsi di altre essenziali attività umane.
In terzo luogo vogliamo dirvi (forse già lo sapete o l’avreste tra breve saputo)
di aver firmato una Costituzione Apostolica come testimonio della Nostra
soddisfazione per quel bello ed utile Congresso Ceciliano celebrato qui in Roma
lo scorso anno in memoria del centenario del buon Guido d’Arezzo; una
Costituzione in favore della musica sacra e del canto gregoriano ed insieme,
poiché sono argomenti inscindibili, in favore della sacra liturgia per il
maggior decoro del culto. Abbiamo raccomandato l’esecuzione dei Nostri desideri
all’Eminentissimo Cardinale Vicario Nostro, e sappiamo quanto possiamo
aspettarCi dal suo zelo; ma la raccomandiamo pure a Voi, perché ve ne facciate
divulgatori, se non dal pulpito, almeno
in tante altre occasioni, che non mancheranno di offrirsi alla vostra pietà ed
al vostro zelo.
Ed ora accenniamo a quell’altra circostanza che Ci fa tanto più
cara ed opportuna la vostra assistenza e che rende questa adunanza ben
altrimenti memorabile e storica che non per le circostanze pur belle e solenni
del settimo anniversario dell’incoronazione e dell’anno giubilare. Proprio in
questo giorno, anzi in questa stessa ora, e forse in questo preciso momento,
lassù nel Nostro Palazzo del Laterano (stavamo per dire, parlando a parroci,
nella Nostra casa parrocchiale) da parte dell’Eminentissimo Cardinale Segretario
di Stato come Nostro Plenipotenziario e da parte del Cavaliere Mussolini come
Plenipotenziario di Sua Maestà il Re d’Italia, si sottoscrivono un Trattato ed
un Concordato.
Un Trattato inteso a riconoscere e, per quanto « hominibus licet
», ad assicurare alla Santa Sede una vera e propria e reale sovranità
territoriale (non conoscendosi nel mondo, almeno fino ad oggi, altra forma di
sovranità vera e propria se non appunto territoriale) e che evidentemente è
necessaria e dovuta a Chi, stante il divino mandato e la divina rappresentanza ond’è investito, non può essere suddito di alcuna sovranità terrena.
Un
Concordato poi, che volemmo fin dal principio inscindibilmente congiunto al
Trattato, per regolare debitamente le condizioni religiose in Italia, per sì
lunga stagione manomesse, sovvertite, devastate in una successione di Governi
settari od ubbidienti e ligi ai nemici della Chiesa, anche quando forse nemici
essi medesimi non erano.
Non vi aspetterete ora da Noi i particolari degli
accordi oggi firmati: oltre che il tempo, non lo permetterebbero i delicati
riguardi protocollari, non potendosi chiamare quegli accordi perfetti e finiti,
finché alle firme dei Plenipotenziari, dopo gli alti suffragi e colle formalità
d’uso, non seguano le firme, come suol dirsi, sovrane: riguardi che
evidentemente ignorano o dimenticano coloro che attendono per domani la Nostra
benedizione solenne «Urbi et orbi » dalla loggia esterna della Basilica di San
Pietro.
Vogliamo invece solo premunirvi contro alcuni dubbi e alcune critiche
che già si sono affacciati e che probabilmente avranno più largo sviluppo a
misura che si diffonderà la notizia dell’odierno avvenimento, affinché voi, a
vostra volta, abbiate a premunire gli altri. Non conviene che portiate queste
cose, come suol dirsi, in pulpito; anzi, non dovete portarvele per non turbare
l’ordine prestabilito alla vostra predicazione; ma anche all’infuori di questa,
molti verranno a voi, sia per trarre particolare profitto dalla vostra
eloquenza, con conferenze e simili, sia per avere anche sull’attuale argomento
pareri tanto più autorevoli ed imparziali quanto più illuminati.
Dubbi e critiche, abbiamo detto; e Ci affrettiamo a soggiungere che, per quel
che Ci riguarda personalmente, Ci lasciano e lasceranno sempre molto tranquilli,
benché, a dir vero, quei dubbi e quelle critiche si riferiscano principalmente,
per non dire unicamente, a Noi, perché principalmente, per non dire unicamente e totalmente, Nostra è la responsabilità, grave e
formidabile invero, di quanto è avvenuto e potrà avvenire in conseguenza.
Né
potrebbe essere altrimenti, perché se nelle ore critiche della navigazione il
capitano ha più che mai bisogno dell’opera fedele e generosa dei suoi
collaboratori (opera che a Noi fu prestata con fedeltà e generosità commoventi
ed in una misura incredibilmente larga), in quelle ore meno che mai egli può
cedere ad altri il posto, e con esso i pericoli e le responsabilità del comando.
Ben possiamo dire che non v’è linea, non v’è espressione degli accennati accordi
che non sia stata, per una trentina di mesi almeno, oggetto personale dei Nostri
studi, delle Nostre meditazioni, ed assai più delle Nostre preghiere, preghiere
anche largamente richieste a moltissime anime buone e più amiche di Dio. Quanto
a Noi, sapevamo bene fin dal principio che non saremmo riusciti ad accontentare
tutti; cosa che non riesce d’ordinario a fare neppure Iddio benedetto; anzi Noi
abbiamo fatto Nostra la parola del Profeta, anzi di Nostro Signore medesimo: «
Ego autem in flagella paratus sum ».
È del resto un’abitudine ormai inveterata
della Nostra vita.
Ma, prescindendo dalla Nostra Persona, dobbiamo pure
opportunamente spiegarCi, perché Ci fa debitori a tutti l’universale paternità e
l’universale magistero affidatoCi dalla divina Provvidenza.
E veniamo ai dubbi.
Quando per il tramite del Nostro Signor Cardinale Segretario di Stato
convocavamo il Corpo diplomatico accreditato presso la Santa Sede al fine di
comunicare per suo mezzo alle Potenze il punto in cui le trattative si trovavano
e la non lontana conclusione, subito si chiese se la Santa Sede intendeva con
ciò domandare un permesso, un assenso o forse procurarsi le garanzie delle
Potenze a favore del nuovo assetto. Ecco: era per Noi elementare dovere il
comunicare, prima della conclusione, l’andamento delle trattative a Personaggi
che presso di Noi portano e spiegano non soltanto i buoni uffici della loro
amabilità, ma rappresentano altresì l’amicizia e le favorevoli disposizioni
delle numerose Potenze accreditate presso la Sede Apostolica. Ma poi,
evidentemente, né di permesso, né di consenso, né di richiesta di garanzie
poteva essere questione.
Tutti ed in tutte le parti del mondo, per quel sentore
che delle presenti cose era largamente trapelato, avevano già detto e ripetuto
che, in fondo, arbitro delle cose della Santa Sede e della Chiesa non poteva
essere che il Pontefice e che il Pontefice non ha quindi bisogno di assenso né
di consenso, né di garanzia. E questo, dobbiamo a Nostra volta dire, è
verissimo: per quanto Ci premano e Ci siano preziosi il favore e l’amicizia di
tutti gli Stati e di tutti i Governi.
Ma poi garanzie propriamente dette dove potremmo trovarle se non nella coscienza
delle giuste ragioni Nostre, se non nella coscienza e nel senso di giustizia del
popolo italiano, se non più ancora nella divina Provvidenza, in quella indefettibile assistenza divina promessa alla Chiesa e che si vede in un modo
particolarmente operante per il Rappresentante e Vicario di Dio in terra?
Quali
garanzie si possano d’altronde sperare, anche per un Potere Temporale abbastanza
vasto come quello che figurava già nella geografia politica d’Europa, si è
veduto in quello che fecero, o meglio non fecero, non vollero o forse non
poterono fare, le Potenze per impedirne la caduta. Perché forse neppure
potevano; ma se questa è (ed è questa) la condizione e la storia perpetua delle
cose umane, come possiamo cercarvi sicure difese contro i pericoli
dell’avvenire? Pericoli che nel caso presente non possono essere che ipotetici e
non furono mai tanto improbabili.
Altro dubbio: che sarà domani? Questa domanda
Ci lascia anche più tranquilli, perché possiamo semplicemente rispondere: Non
sappiamo. L’avvenire è nelle mani di Dio, quindi in buone mani. Qualunque cosa
ci prepari l’avvenire, sia essa disposizione o permissione della Divina
Provvidenza, fin d’ora diciamo e proclamiamo che qualunque sia per essere il
cenno della Divina Provvidenza, dispositivo o permissivo, lo seguiremo fidenti
sempre ed in qualunque direzione chiami.
Le critiche saranno anche più numerose;
ma facilmente si divideranno in due grandi categorie. Gli uni diranno che
abbiamo chiesto troppo, gli altri troppo poco. E questo tanto più avverrà, se si
distingueranno i campi in cui Noi avremmo chiesto troppo o troppo poco.
Forse
alcuni troveranno troppo poco di territorio, di temporale. Possiamo dire, senza
entrare in particolari e precisioni intempestive, che è veramente poco,
pochissimo, il meno possibile, quello che abbiamo chiesto in questo campo: e
deliberatamente, dopo aver molto riflettuto, meditato e pregato. E ciò per
alcune ragioni che Ci sembrano e buone e gravi. Innanzi tutto abbiamo voluto
mostrare di essere pur sempre il Padre che tratta coi figli, che è dire la
disposizione Nostra a non rendere le cose più complicate, e più difficili, ma
più semplici e più facili. Inoltre volevamo calmare e far cadere tutti gli
allarmi, volevamo rendere addirittura ingiuste, assolutamente irragionevoli,
tutte le recriminazioni fatte o da farsi in nome di una, stavamo per dire,
superstizione di integrità territoriale del paese. Ci parve così di seguire un
pensiero provvido e benefico a tutti per il presente e per il futuro,
provvedendo ad una maggiore tranquillità di cose, prima ed indispensabile
condizione per una stabile pace e per ogni prosperità.
In terzo luogo volevamo
mostrare in un modo perentorio che nessuna cupidità terrena muove il Vicario di
Gesù Cristo, ma soltanto la coscienza di ciò che non è possibile non chiedere;
perché una qualche sovranità territoriale è condizione universalmente
riconosciuta indispensabile ad ogni vera sovranità giurisdizionale: dunque
almeno quel tanto di territorio che basti come supporto della sovranità stessa;
quel tanto di territorio, senza del quale questa non potrebbe sussistere, perché
non avrebbe dove poggiare. Ci pare insomma di vedere le cose al punto in cui
erano in San Francesco benedetto: quel tanto di corpo che bastava per tenersi unita l’anima. Così per altri Santi: il corpo ridotto
al puro necessario per servire all’anima e per continuare la vita umana, e colla
vita l’azione benefica. Sarà chiaro, speriamo, a tutti, che il Sommo Pontefice
proprio non ha se non quel tanto di territorio materiale che è indispensabile
per l’esercizio di un potere spirituale affidato ad uomini in beneficio di
uomini; non esitiamo a dire che Ci compiacciamo che le cose stiano così; Ci
compiacciamo di vedere il materiale terreno ridotto a così minimi termini da
potersi e doversi anche esso considerare spiritualizzato dall’immensa, sublime e
veramente divina spiritualità che esso è destinato a sorreggere ed a servire.
Vero è che Ci sentiamo pure in diritto di dire che quel territorio che Ci siamo
riservati e che Ci fu riconosciuto è bensì materialmente piccolo, ma insieme è
grande, il più grande del mondo, da qualunque altro punto di vista lo si
contempli.
Quando un territorio può vantare il colonnato del Bernini, la cupola
di Michelangelo, i tesori di scienza e di arte contenuti negli archivi e nelle
biblioteche, nei musei e nelle gallerie del Vaticano; quando un territorio copre
e custodisce la tomba del Principe degli Apostoli, si ha pure il diritto di
affermare che non c’è al mondo territorio più grande e più prezioso. Così si può
abbastanza vittoriosamente, tranquillamente rispondere a chi obietta d’aver Noi
chiesto troppo poco: mentre poi non si riflette forse abbastanza quel che
significhi di incomodo e di pericoloso (diciamo al giorno d’oggi) aggiungere al
governo universale della Chiesa, l’amministrazione civile di una popolazione per
quanto minuscola.
La piccolezza del territorio Ci premunisce contro ogni
incomodo e pericolo di questo genere. Sono sessant’anni ormai che il Vaticano si
governa senza particolari complicazioni.
Altri invece diranno, anzi hanno già
detto od accennato, che abbiamo chiesto troppo in altro campo: si capisce, e
vogliamo dire nel campo finanziario. Forse si direbbe meglio nel campo
economico, perché non si tratta qui di grandi finanze statali, ma piuttosto di
modesta economia domestica.
A costoro vorremmo rispondere con un primo riflesso:
se si computasse, capitalizzando, tutto quello di cui fu spogliata la Chiesa in
Italia, arrivando fino al Patrimonio di San Pietro, che massa immane,
opprimente, che somma strabocchevole si avrebbe? Potrebbe il Sommo Pontefice
lasciar credere al mondo cattolico di ignorare tutto questo? Non ha egli il
dovere preciso di provvedere, per il presente e per l’avvenire, a tutti quei
bisogni che da tutto il mondo a lui si volgono e che, per quanto spirituali, non
si possono altrimenti soddisfare che col concorso di mezzi anche materiali,
bisogni di uomini e di opere umane come sono?
Un altro riflesso non sembrano
fare quei critici: la Santa Sede ha pure il diritto di provvedere alla propria
indipendenza economica, senza la quale non sarebbe provveduto né alla sua
dignità, né alla sua effettiva libertà. Abbiamo fede illimitata nella carità dei
fedeli, in quella meravigliosa opera di provvidenza divina che ne è l’espressione pratica, l’Obolo di San Pietro,
la mano stessa di Dio che vediamo operare veri miracoli da sette anni in qua. Ma
la Provvidenza divina non Ci dispensa dalla virtù di prudenza né dalle
provvidenze umane che sono in Nostro potere. E troppo facilmente si dimentica
che qualunque risarcimento dato alla Santa Sede evidentemente non basterà mai a
provvedere se non in piccola parte a bisogni vasti come il mondo intero, come al
mondo intero si estende la Chiesa cattolica: bisogni sempre crescenti, come
sempre crescono con gigantesco sviluppo le opere missionarie raggiungendo i più
lontani paesi; senza dire che anche nei paesi civili, in Europa, in Italia,— qui
specialmente, dopo le spoliazioni sofferte — sono incredibilmente numerosi e non
meno incredibilmente gravi, e tali bene spesso da muovere al pianto, i bisogni
delle persone, delle opere e delle istituzioni ecclesiastiche, anche le più
vitali, che ricorrono, Noi lo sappiamo, per aiuto alla Santa Sede, al Padre di
tutti i fedeli.
Ma torniamo agli avvenimenti odierni e tiriamone una conclusione
altrettanto vera che consolante: e la conclusione vuol essere che veramente le
vie di Dio sono alte, numerose, inaspettate; che qualunque cosa avvenga,
comunque avvenga e da Noi se ne cerchi il successo, sempre siamo nelle mani di
Dio: che le grandi cose non ubbidiscono né alla Nostra mente né alla Nostra
mano; che sempre ed in ogni incontro, come il Signore sa approfittare di tutti e
di tutto, tutto fa concorrere al raggiungimento dei benèfici fini della Sua
santissima volontà; onde a Noi non resta che ripetere appunto: « Fiat voluntas
Tua! ».
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