The Holy See
back up
Search
riga

DISCORSO DEL SANTO PADRE PIO XI
ALLA CURIA ROMANA
PER LA PRESENTAZIONE DEGLI AUGURI NATALIZI

«BENEDETTO IL NATALE»

Aula Concistoriale del Palazzo Apostolico Vaticano
Mercoledì, 24 dicembre 1930

 

Venerabili fratelli e dilettissimi figli in Cristo,

Benedetto il Natale del Signore, che, insieme alle altre squisite consolazioni spirituali che suole arrecare a tutte le anime fedeli e non del tutto disattente al rinnovarsi ed al suonare delle ore di Dio, a Noi porta di nuovo anche questa sempre desideratissima ora di cuore a cuore con voi.

La voce del vostro cuore ha trovato tanta affettuosa espressione in quella del nuovo Decano del Sacro Collegio Cardinalizio, e Noi Ci affrettiamo a ringraziarvi dei vostri fraterni e filiali auguri, della. preziosa strenna delle preghiere che avete fatte per Noi e che Ci promettete di fare anche nelle sante feste e nel nuovo anno che sta per cominciare.

Noi pure vi portiamo (e non a voi soltanto) un augurio che risponde al desiderio universale, e che possiamo ben dire magnifico, perchè non è Nostro, ma del Cielo e del Dio di pace che torna in questo conturbato e tribolato mondo, e vi portiamo pure (e di nuovo non soltanto a voi), una strenna che speriamo benefica a molti.

Ma prima di presentarvi e l'augurio e la strenna, secondiamo volentieri il discreto invito rivoltoci dal vostro Eminentissimo interprete, di dare un memore sguardo ai tanti argomenti di consolazione, e purtroppo anche di pena e dolore vero, di cui è seminato l'anno che sta per chiudersi. Ci è caro presentare di nuovo e insieme con voi a Dio benedetto, da una parte l'inno della Nostra riconoscenza, dall'altra il gemito delle Nostre pene, che vuole essere pure l'espressione della Nostra inconcussa ed illimitata fiducia nei soccorsi e nei rimedi di quella Sua infinita misericordia che ha fatto sanabili gli individui e i popoli.

Non erano ancora spenti gli splendori santi e santificanti del centenario Francescano ed ecco celebrarsi ed affacciarsi i centenari di S. Agostino, di S. Emerico, di S. Antonio, della Medaglia Miracolosa, del Concilio di Efeso, che già si viene preparando in operoso silenzio: gloriose rievocazioni e quasi risurrezione e rinnovazione di magnifiche figure e memorandi fatti del passato; presentissimo e larghissimo risveglio di fede e di vita cristiana. E possiamo appena accennare ai succedutisi Congressi Eucaristici di Budapest, di Cartagine, di Loreto, che, con le loro meraviglie di fede, di pietà, di santificazione Ci fanno desiderare più vivamente quelli di Bari e d'Irlanda che già si profilano all'orizzonte e magnificamente si annunciano; appena accennare a , quegli splendidi astri, anzi a quelle vere costellazioni, che la divina Bontà Ci ha concesso di aggiungere al cielo della santità glorificata.

Di tutte queste grandi e veramente ineffabili consolazioni, e di tutte le altre che le accompagnarono e ne furono i preziosi frutti, non cesseremo mai di ringraziare la infinita bontà del Signore. Poniamo in prima fila tra quei frutti il meraviglioso perseverare e continuo crescere dell'operoso e generoso zelo di tutti i fedeli, ed in tutti i paesi, per le Missioni, per l'Azione Cattolica, per le opere e le istituzioni intese a promuovere ed elevare sempre più l'istruzione religiosa ed il culto della scienza, delle scienze sacre e di tutte le scienze armonizzate con la Fede; e tutto questo nonostante le straordinarie difficoltà dei tempi.

E qui cominciano le dolenti note, dolenti davvero, e quali la storia non ha mai registrato; fors'anche perchè mai il mondo si è trovato in quelle, che Noi vediamo e viviamo, condizioni di rapporti materiali e morali, privati e pubblici, individuali e collettivi, che rendono inevitabili le più vaste e più lontane ripercussioni di tutte le scosse che si producono nei diversi paesi e nei diversi ambienti politici, sociali, finanziari, economici, industriali.

Diciamo questo generale anzi universale disagio finanziario ed economico, il quale è così penosamente risentito nella loro stessa compagine dagli Stati e dai popoli anche i più ricchi e i più forti, come dalle più piccole ed umili famiglie, da queste (s'intende) ben più dolorosamente. Diciamo questa così largamente difiusa disoccupazione che toglie lavoro e pane a tanti operai ed alle loro famiglie, e fa sentire sempre più vivamente il bisogno di un più giusto rapporto fra produzione e consumo, fra macchine e mano d'opera., e sovratutto di un migliore assetto sociale ed internazionale ispirato a maggior giustizia e carità cristiana, e che, senza sovvertire l'ordine stabilito dalla divina Provvidenza, renda possibile ed effettiva fra le diverse classi e fra i diversi popoli la collaborazione fraterna utile a tutti, invece della lotta e della concorrenza dura e sfrenata, a tutti nociva ed a più o meno breve andare disastrosa. Benedette tutte le iniziative intese ad alleviare le tante sofferenze del presente ed a preparare un migliore avvenire. Diciamo questi vaghi timori coi quali molti guardano all'avvenire quasi vedendo in più d'un settore dell'orizzonte nubi minacciose, timori (diciamo subito) per Noi eccessivi, e nubi (speriamo sempre) non tutte foriere di tempeste, ma che intanto tengono gli animi sospesi e turbati. E diciamo non tutte, perchè universali e spaventevoli tempeste certamente preparano una propaganda sovversiva d'ogni ordine e nemica di ogni religione nonchè il dilagare del malcostume, se disastrose ideologie, deplorevoli debolezze e più deplorevoli connivenze, e la ricerca troppo avida dei materiali interessi continueranno a troppo avida dei materiali interessi continueranno a troppo poco tentare per combatterle, anzi a venire in loro favore. Ed a tutti i guai accennati sono venuti ad aggiungersi un po' dappertutto, ma più rovinosi e micidiali in Italia, i tanti disastri tellurici, sismici, marittimi, fluviali, atmosferici. Sempre e dovunque le pene dei figli sono e saranno le pene del Padre, che al generale ricorso ha risposto e risponde prima con la preghiera di ogni giorno e col conforto della parola paterna, poi anche secondo le possibilità sue (accresciute da molte filiali e commoventi generosità) con qualche materiale soccorso; preferita fra tutte, anche da Noi, e fra tutte più insistentemente richiestaci e più volentieri concessa, la carità del lavoro, di molti lavori.

Posti dalla mano di Dio a capo di tutta la Chiesa Sua, dovunque essa soffre, combatte e prega, ivi è il Nostro cuore, ivi le Nostre sollecitudini, ivi le Nostre preci, per pregare, combattere e soffrire con essa. E questa santa Chiesa di Dio soffre, pregando, indicibili sofferenze e pregando combatte le più aspre lotte in più d'un paese. Bisogna ancora molto pregare (almeno questo) per i nostri fratelli e figli del Messico, per i mirabili campioni che nel nome e per l'amore di Gesù Cristo soffrono e muoiono nelle Russie, nella Siberia, preparando colle loro sofferenze la rinascita in Cristo di quelle immense regioni e di quegli innumerevoli popoli. Bisogna inoltre pregare per i bravi e valorosi Nostri missionari e per le Nostre care Missioni della Cina che ancora in molte parti dello sterminato paese hanno attraversato e tuttavia attraversano durissime prove non senza gloria di veri martirii; non per fatto di quelle popolazioni, generalmente buone e pacifiche, ma per fatto di pochi (relativamente pochi) violenti, sospinti spesso dall'istessa nefasta propaganda antisociale e antireligiosa che minaccia tutto il mondo civile. Posti dalla stessa divina mano sulla Sede episcopale del Principe degli Apostoli e Vescovo di questa Roma da Gesù Cristo prescelta a centro e capo di tutta la Chiesa Sua, la Chiesa cattolica, dobbiamo vedere con quotidiano cordoglio il proselitismo acattolico anzi anticattolico spiegare in Italia, e più in questa stessa Roma, un'azione sempre più intensa e sempre più vasta, dove subdola e insidiosa, dove audace e sfrontata, coprendo il pericolo ed il danno delle scienze con l'attrattiva di molteplici vantaggi gratuiti o quasi, approfittando per lo più dell'ignoranza e dell'ingenuità, congiunte spesso alla miseria ed alla fame; e tutto ciò in presenza d'una legge che ammette bensì acattolici all'esercizio di culti diversi dal cattolico, ma non li dice punto ammessi al proselitismo, e tanto meno al proselitismo sfrenato, contro la Religione cattolica, la sola Religione dello Stato [1]; e tutto ciò come se vi possa essere qualche cosa di più offensivo e ingiurioso contro la persona del Sommo Pontefice che appunto un tale proselitismo [2], o più in contrasto col carattere sacro della Città Eterna, Sede vescovile del Sommo Pontefice, centro del mondo cattolico e mèta di pellegrinaggi [3]. Il tenore della legge e delle solenni Convenzioni è tanto chiaro e persuasivo, da farci pensare a dimenticanza di esse o ad ignorazione del lamentato proselitismo, per spiegarci ciò che avviene: per questo abbiamo creduto necessario di farne qui chiaro richiamo e chiara segnalazione. E nutriamo fiducia che non sarà senza buon effetto, non potendo, d'altra parte, Noi dubitare di quelle buone disposizioni, che anche l'interesse del Paese reclama, del Paese minacciato nel suo tesoro più prezioso, la Fede dei padri, e nella sua unità più profonda ed essenziale, l'unità religiosa. Amiamo vedere un segno ed una prova di tali buone disposizioni nel decreto, testè da Noi letto, che riconosce personalità giuridica agli effetti civili in Italia all'Opera da Noi nuovamente istituita per la preservazione della Fede.

Ed ora il Nostro augurio a voi, venerabili fratelli e dilettissimi figli. Ce lo mette nel cuore e sulle labbra la solenne e cara festività che ancora una volta Ci prepariamo a celebrare: in terra pax.  E' l'augurio venuto dal Cielo e primamente cantato dagli Angeli sopra la culla del neonato Re dei secoli immortale, venuto a pacificare gli uomini a Dio, gli uomini agli uomini, per tutti sacrificandosi, tutti richiamando alla universale paternità divina ed alla universale fraternità umana, al concetto ed alla pratica della fraterna carità, alla giusta estimazione ed al distacco dei beni terreni, alla ricerca prima e precipua dei beni spirituali. Quale augurio più opportuno e più rispondente a questo universale invocarsi pace, pace? Ed appunto per questo il Nostro augurio non soltanto a voi si rivolge, ma a tutto il mondo. A tutto il mondo, perchè per tutto salvarlo Gesù ci veniva, ma in particolar modo a tutti i diletti figli della grande famiglia cattolica della Chiesa che Gesù veniva a fondare: si tratta della pace da Cristo portata, della pace di Cristo, e non si è con Cristo e di Cristo se non essendo nella Chiesa cattolica e con la Chiesa cattolica: Ubi Ecclesia ibi Christus. Per questo i cattolici non sono chiamati soltanto al più largo e perfetto godimento della pace di Cristo, ma, come alla consolidazione ed alla dilatazione del regno di Cristo, così alla dilatazione e consolidazione della Sua pace; e questo mediante il molteplice apostolato della buona parola, dell'operosità benefica, della preghiera, a tutti così facile e così potente anzi onnipotente presso Dio. La gloria ed il dovere di questo apostolato di pace appartiene principalmente a Noi ed a tutti i chiamati ad essere ministri del Dio della pace; ma ecco un vasto e magnifico campo anche per tutto il laicato cattolico che non cessiamo di invitare e di chiamare alla partecipazione dell'apostolato gerarchico. È ai cattolici di tutto il mondo e massime a quelli che studiano, lavorano e pregano nell'Azione Cattolica, che oggi rivolgiamo più caldo questo invito e richiamo. Che essi si uniscano tutti nella pace e per la pace di Cristo in pieno consenso di pensieri e di sentimenti, di desideri e di preghiere, di opere e di parola — parola parlata, parola scritta, parola stampata — e sarà una calda e certamente benefica atmosfera, di vera pace che avvolgerà il mondo intero.

Ma «pace di Cristo» vuol essere, e non soltanto un pacifismo sentimentale, confuso, indiscreto nè scevro di pericoli; perchè quella sola è la pace vera che viene da Dio, e che della vera pace ha i caratteri essenziali ed indispensabili ed i frutti preziosi.

Ce lo ricordava la Chiesa, incomparabile Maestra, or sono pochi giorni, facendoci rileggere nella santità del divino sacrificio la bella e profonda parola dell'Apostolo delle Genti [4]: Pax Dei quae exsuperat omnem, sensum custodiat corda vestra et intelligentias vestras in Christo Iesu Domino Nostro.

Trascende dunque il senso la pace di Cristo, la pace vera, ed è grave errore credere che pace vera e durevole possa regnare fra gli uomini e fra i popoli finchè questi rivolgono le prime, precipue e più avide ricerche ai beni sensibili, materiali, terreni, i quali, per essere finiti, difficilmente possono bastare a tutti, anche se nessuno (difficile ad avverarsi) si voglia prendere la parte del leone, e necessariamente, quanto più grande è il numero dei partecipanti, tanto minore la parte di ciascuno; onde quei beni sono quasi inevitabilmente sorgenti, come di cupidigie e di invidie, così di discordie e di contrasti. Avviene il contrario dei tesori spirituali — la verità, il bene, la virtù — che, quanto più largamente vengono comunicati, e più abbondano e fruttificano a vantaggio dei singoli e delle collettività.

Altro errore, dal quale la parola apostolica divinamente ispirata vuol premunire, è quello di chi crede potersi dare vera pace esterna tra gli uomini e tra i popoli ove non è pace interna, ove cioè lo spirito di pace non possiede le intelligenze ed i cuori, ossia le anime tutte quante; le intelligenze per riconoscere e rispettare le ragioni della giustizia, i cuori perchè alla giustizia si associ, anzi prevalga, la carità; giacchè se la pace, secondo il profeta deve essere opera e frutto di giustizia [5], essa, come luminosamente insegna S. Tommaso [6] e com'è nella natura delle cose, appartiene piuttosto alla carità che alla giustizia. Purtroppo è difficile che regni e duri la pace interna delle intelligenze e dei cuori fra cittadini e classi sociali, se forti motivi di contrasto son fatti sorgere e mantenersi fra i cittadini e fra le classi sociali da non equa distribuzione e proporzione dei vantaggi e dei pesi, dei diritti e dei doveri, del contributo di capitale, direzione, lavoro e della partecipazione a quei frutti, che solo dalla loro amica cooperazione possono prodursi. Più difficile, per non dire impossibile, che duri la pace fra i popoli e fra gli Stati, se in luogo del vero e genuino amor patrio regni ed imperversi un egoistico e duro nazionalismo, che è dire odio ed invidia in luogo del mutuo desiderio di bene, diffidenza e sospetto in luogo di fraterna fiducia, concorrenza e lotta in luogo di concorde cooperazione, ambizione di egemonia e di predominio in luogo del rispetto e della tutela di tutti i diritti, siano pur quelli dei deboli e dei piccoli.

Assolutamente impossibile poi che i popoli posseggano e godano quella tranquillità nell'ordine e nella, libertà che è l'essenza stessa della pace, finchè dall'interno e dall'esterno incombono minacce e pericoli, non fronteggiati da sufficienti misure e provvedimenti di difesa. E certamente minacce e pericoli sono inseparabili dalla già accennata propaganda antisociale e antireligiosa; ma non è con le sole difese materiali che si potranno allontanare e vincere. Quanto a minacce di nuove guerre, mentre i popoli ancora sentono cosi dolorosamente il flagello dell'ultima immane, Noi non vogliamo, non possiamo credere alla loro realtà, non potendo credere alla presenza di uno Stato civile, che voglia divenire così mostruosamente omicida e quasi certamente suicida; quando di una tale presenza dovessimo anche solo positivament.e dubitare, dovremmo rivolgerei a Dio colla ispirata preghiera del re profeta, che pur conosceva la guerra e la vittoria: dissipa gentes quae bella volunt [7] e con quella quotidiana e universale della Chiesa: dona nobis pacem.

Ma venga ormai la strenna dopo l'augurio di pace, di pace vera, di pace intima, di pace tranquilla e sicura. Dobbiamo dir subito che di poterla oggi stesso presentare la Nostra strenna, in natura, a voi qui, dilettissimi figli e venerabili fratelli, ed all'orbe cattolico, abbiamo vivamente desiderato e sperato, ma dobbiamo invece limitarci ad annunciarvela; sarà pronta fra pochi giorni e potrà, dovrà anzi, ancora datarsi da questo anno 1930. Diciamo datarsi, perchè si tratta di un'enciclica, della quale ancora nessuno sa niente... Come vedete è quella che vi facciamo un'anticipazione confidenziale di padre a figli, ai figli più vicini e prediletti, coi quali, venuti a trovarlo, non può tenere più oltre il segreto. Sarà un'enciclica di soggetto importantissimo e che interessa quant'altro mai la famiglia, gli Stati, anzi l'umanità intera; un argomento di perenne attualità, attualità che oggi presenta aspetti quanto mai lacrimevoli e preoccupanti; tanto preoccupanti da farci ritenere in coscienza il Nostro intervento non soltanto opportuno e necessario, ma anche urgente. L'enciclica tratterà del Matrimonio cristiano in ordine alle condizioni, ai bisogni, ai disordini presenti della famiglia e della società. E' evidente, e lo sarà ancora più dopo la lettura, che per la sua gravità ed importanza essa ha necessariamente richiesto una lunga meditazione e preparazione ed aveva già fatto molto cammino nel Nostro spirito ancor prima che un connubio regale venissé a renderla e più opportuna e più necessaria che già non la facessero le condizioni generali del mondo. Più opportuna, diciamo, perchè della dottrina e delle leggi divine ed ecclesiastiche, delle quali Dio benedetto nell'arcano del Suo consiglio Ci ha voluto custodi, interpreti e maestri, siamo debitori a tutti quanti, poveri e ricchi, deboli e potenti, piccoli e grandi, ed a quelle dottrine e leggi appartiene pure quanto la Chiesa insegna ed ordina circa il matrimonio e precisamente circa i matrimoni misti. Diciamo pure più necessaria per le gravi sopravvenienze alle quali il connubio stesso ha dato luogo. Diciamo così, perchè intorno all'importante avvenimento (importante in se stesso e nelle possibili sue conseguenze private e pubbliche), del quale abbiamo pesato davanti a Dio tutta la gravità e con questa, la responsabilità che a Noi pure ne derivava, Noi non avevamo nè potevamo avere altre difficoltà, fuori quelle inerenti alle cose ed alle persone, difficoltà che giustificano pienamente l'atteggiamento della Chiesa cattolica sempre in massima contraria ai matrimoni misti e la sua intransigenza circa le condizioni e cauzioni prescritte dai sacri canoni, senza le quali, anche in concorso di gravi motivi, l'offesa di Dio ed il pericolo delle anime rendono impossibile ogni permesso e concessione.

Di tali condizioni e cauzioni Noi abbiamo trattato, non con personalità politiche di paese o di Governo alcuno, ma con gli stessi regali contraenti, i quali ne assumevano formale e scritto impegno esplicitamente ricordante i canoni relativi, ed in tali termini espresso da ispirarci piena ed assoluta fiducia (già, come è chiaro, dovuta alla qualità delle loro auguste persone) che essi pienamente intendevano e misuravano la portata dell'impegno preso, e con la perfetta lealtà, che a sovrani si conviene, assumevano pure l'obbligo di mantenerli. Ma ecco che sullo storico avvenimento, sulle cauzioni richieste e date, sugli impegni presi, sulla stessa celebrazione del sacro rito si è venuta stendendo una vera nube di false notizie circa immaginarie trattative ed assurde transazioni, di commenti quali confusi ed incerti quali contrari alla verità dei fatti e del loro contenuto morale e religioso, nè soltanto da private persone e da privato luogo, e più che tutto di solenni celebrazioni confessionali studiosamente preparate perchè avessero presso il gran pubblico tutta l'apparenza di rinnovare od almeno completare un matrimonio, che era già un fatto compiuto e completo; con manifesta offesa di Dio stesso inonorato in un Sacramento da Lui istituito e particolarmente onorato; con inevitabile inganno ed errore di moltissimi, e con scandalo vero e non meno colpevole per essere lo scandalo di quelli che ingenuità ed ignoranza assimilano ai pusilli, a quei pusilli, dei quali Gesù Cristo ha preso, proprio contro lo scandalo, così terribili difese [8]. E appunto e solo per l'onore di Dio e per il bene delle anime che, come esigevano il dovere e la responsabilità dell'apostolico ministero, abbiamo approfittato di questa solenne adunanza per rimettere in piena luce la verità delle cose e dei fatti. I cari e fedeli figli che abbiamo in Bulgaria, tutto il popolo bulgaro ed i suoi Sovrani sanno l'amore che in Gesù Cristo loro portiamo; quell'amore di cui, pur mantenendo vigore alla legge, abbiamo dato riconosciute prove, quell'amore che secondo le Nostre possibilità Ci muoveva al soccorso nei disastri che percossero il loro paese, quell'amore che Ci fa e farà sempre pregare l'onnipotente e misericordioso Iddio per ogni loro vera prosperità e temporale e spirituale. 

Avete, venerabili fratelli e dilettissimi figli, avete il Nostro augurio, avete la Nostra strenna natalizia; non Ci resta più se non impartirvi, come di tutto cuore facciamo, l'apostolica benedizione: benedizione grande e copio sa che basti a voi tutti e singoli che Ci allietate colla vostra cara presenza, che basti anche per tutto quello e per tutti quelli che ciascuno di voi ha nella mente e nel cuore; benedizione che vuol pur essere augurio di buone ed ottime sante feste, di buono e felice anno, di ogni bene.

 


*A.A.S., vol. XXII (1930), n. 13, pp. 529-539

[1] Trattato Lateranense, art. 1.

[2] Tratt. Lat., art. 8.

[3] Concord. Lat., art. 1.

[4] Philip., 4, 7.

[5] Isaia, 32, 17.

[6] 2a 2ae q. 29. III ad 3um 

[7] Ps. 67, 31.

[8] Matt., 18, 6, ecc.

 

© Copyright 1930 - Libreria Editrice Vaticana

top