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DISCORSO
DI SUA SANTITÀ
PIO XII IN OCCASIONE DELLA SOLENNE
INAUGURAZIONE DEL IV ANNO DELLA PONTIFICIA ACCADEMIA DELLE SCIENZE*
Domenica, 3 dicembre
1939
Al gradimento e alla compiacenza che proviamo nell'inaugurare il nuovo anno
scientifico della Pontificia Accademia delle Scienze, risponde la Nostra
soddisfazione di trovarCi in mezzo a questa nobile accolta di E.mi Cardinali, di
Ecc.mi diplomatici, di ragguardevoli personaggi, e di insigni maestri e
indagatori delle scienze fisiche, matematiche e naturali e della loro storia. In
un simile convegno e in questa stessa sala già altra volta voi udiste la Nostra
modesta parola apportatrice del messaggio del Nostro incomparabile Predecessore
Pio XI, quando egli, a riparare il diminuito vigore, non dell'animo ardimentoso,
ma del corpo affievolito, piegò il suo volere al consiglio di chi vegliava sulla
sua vita preziosa. Il suo glorioso nome ormai è scritto a caratteri indelebili
nei fasti della Storia, non meno che nella prima pagina di questa Accademia
delle Scienze da lui costituita, la quale, se nella struttura e nel titolo suona
nuova, nella via della natura, nell'intento e nella mèta rifà e riporta a più
moderna altezza scientifica e universale l'antica e illustre Accademia dei
Lincei, già rinnovata dal gran Pontefice Pio IX, Nostro Predecessore di
imperitura memoria.
A Pio XI, assiso pure un anno fa in quest'aula — che ora si adorna della
venerata sua effige —, torna mesto e riverente il Nostro pensiero e il grato
affetto dell'animo Nostro, che ammirava nella mente e nel cuore di lui quelle
potenti ascensioni ed ardimenti di spirito pensoso del passato, del presente e
del futuro, le quali ammantarono il trono di lui dei fulgori della più alta
pietà, del più indefesso sacrificio, della più vigilante sollecitudine, della
più ampia dilatazione della fede, del più vivido avviamento del sapere
ecclesiastico, del più moderno incremento e frutto dell'investigazione
scientifica. Quest'Accademia — da lui stesso già affidata alle cure del
benemerito ed infaticabile Presidente, P. Gemelli — parla a voi del suo più
ardito vanto. È un'alpestre salita di lui
sull'eccelsa e vasta cerchia delle Alpi delle scienze, dove la verità leva alta
la fronte sopra le valli e i piani che separano regioni e paesi; dove la verità,
che sale dagli abissi della terra e dei mari e scende dalle profondità dei
cieli, aduna, o illustri scienziati, i vostri ingegni indagatori e la vostra
voce sapiente a cantare l'inno della ragione umana alle orme lasciate nello
universo dal Creatore, quando ebbe compiuti i cieli e la terra e tutto il loro
ornato (Gen., II, 1-2). Riposando Iddio da nuove opere, dice
sant'Agostino, non partì, abbandonando a se stesso il mondo (S. Aug., De
Genesi ad Litteram, 1. IV, c. 12, n. 22 - Migne, P. L., t. 34, col.
304); ma conservò nell'eterno suo consiglio il provvido pensiero dell'uomo, e,
sostenendo sul nulla col dito della sua onnipotenza l'universo e il suo moto, lo
lasciò alle dispute degli uomini, senza che l'uomo scopra l'opera che Dio fa dal
principio alla fine (Eccle., II, 11). È un grande enigma, che al genere
umano decaduto Dio ha proposto perché nello scioglierlo si affatichi (Eccle.,
I, 13); quell'enigma del Dio ignoto operante nel creato, che l'apostolo Paolo
additava ai filosofi Epicurei e Stoici nell'Areopago ateniese, dicendo che un
tal Dio ignoto aveva sparso la progenie degli uomini su tutta la terra
attraverso i tempi, perché cercassero Dio, se mai lo rinvenissero, quantunque
egli non sia lungi da ciascuno di noi (Act., XVII, 18-27).
L'enigma del creato ha affaticato da secoli l'ammirazione e l'intelletto di
tutte le genti; delle sue soluzioni multiformi ha fatto risonare i portici e le
scuole dell'Accademia, del Peripato e dello Stoa; dei suoi volumi ha riempito le
biblioteche antiche e moderne; delle dispute sopra le vie del decifrarlo ha
suscitato lotte fra i sapienti indagatori della natura, della materia e dello
spirito. Queste fatiche, queste lezioni, questi volumi, queste lotte altro non
sono che ricerche della verità nascosta nelle fasce dell'enigma. Che altro mai,
esclama il genio di Ippona, che altro mai più desidera l'anima umana se non la
verità (S. Aug., In Ioannis Evangelium tract. XXVI, n. S - Migne, P.
L., t. 35, col. 1609).
Sì, le vostre anime, o illustri Accademici, bramano e cercano la verità, che
palpita nell'involucro di ciò che vediamo, ascoltiamo, fiutiamo, gustiamo,
tocchiamo, e sentiamo in mille forme, e inseguiamo col nostro pensiero negli
avvolgimenti dei pesi, dei numeri, delle misure, dei moti visibili e invisibili,
dove si agita, si trasforma, si mostra e si cela per apparire più vicina o più
lontana; dove sfida il nostro acume, le nostre macchine, le nostre esperienze, e
spesso ci minaccia col terrore di una forza più valida dei nostri strumenti e
dei nostri congegni, meravigliosi portenti della mano e dell'industriosa arte
nostra. Tale è il vigore, l'allettamento, la bellezza e la impalbabile vita
della verità, che si sprigiona dall'aspetto e dall'indagine della immensa realtà
che ci circonda.
Voce e verbo, che la realtà delle cose manda alla nostra mente attraverso i
mirabili sensi della nostra natura plasmata di carne e di spirito, è la verità
da noi cercata per le smisurate vie dell'universo. Come noi non creiamo la
natura, così non creiamo la verità: i nostri dubbi, le opinioni nostre, le
nostre noncuranze o negazioni non la mutano. Noi non siamo la misura della
verità del mondo, né di noi stessi, né dell'alto fine a cui siamo destinati.
L'arte nostra sagace misura la verità dei nostri arnesi e strumenti, dei nostri
apparecchi e congegni, trasforma e incatena e doma la materia, che la natura ci
offre, ma non la crea; e deve restare paga a seguire la natura, come il
discepolo fa col maestro, del quale imita l'opera. Quando il nostro intelletto
non si conforma alla realtà delle cose o è sordo alla voce della natura,
vaneggia nella illusione dei sogni, e corre dietro a vanità che pare persona.
Onde disse bene il sommo Poeta italiano che la « natura lo suo corso prende dal
divino intelletto e da sua arte . . . che l'arte vostra quella, quanto puote,
segue, come il maestro fa il discente, sì che vostr'arte a Dio quasi è nipote »
(Inf., XI, 99-105).
Ma non solo l'arte nostra è nipote a Dio, bensì lo è ancora la verità del
nostro intelletto, perché nella scala della verità conosciuta esso si trova
quaggiù, per così dire, al terzo gradino nella discesa sotto la natura e sotto
Dio. Fra Dio e noi sta la natura. Inseparabile è la verità della natura di
fronte all'infallibile arte della mente creatrice che la sostiene nell'essere e
nell'operare, e così ne misura la verità nella realtà delle cose. Accidentale
invece alla natura e alle cose è la relazione di verità, di cui le riveste, come
effetto della loro contemplazione e investigazione, il debole intelletto nostro,
che non possiede, come pensarono alcuni, idee innate dalla nascita; ma per via
del senso inizia la conoscenza delle cose percepite nelle loro esteriori
accidentalità e qualità che sono per se stesse sensibili; sicché può appena per
mezzo di questi fenomeni esterni giungere all'interna cognizione delle cose,
anche di quelle le cui accidentalità sono perfettamente percepite dai sensi (Contra
Gent., I. IV, cap. I). E perciò l'ingegno umano, non offuscato da pregiudizi
e da errori, comprende che, come la natura è figlia di Dio, misurata nella sua
verità dalla mente divina, così, misurando essa stessa la cognizione della mente
nostra che l'apprende per mezzo dei sensi, fa sì che la verità della nostra
scienza sia figlia di lei e quindi nipote a Dio.
Non vi stupite pertanto se Noi scorgiamo in voi, sapienti scrutatori della
natura e delle cose sensibili, i forti e profondi evocatori delle verità più
recondite latenti nella natura, secondo il grande principio del Filosofo di
Stagira, che cognitio nostra incipit a sensu; principio che ci fa
conoscere la stanza data quaggiù da Dio a quel divino straniero che è l'uomo;
straniero, « delle create cose la più bella », dalla « fronte che guarda il ciel
e al cielo tende », dalla
mano che tutto sente e tutto afferra, e nell'arte
incallisce, e ardita e pronta cittadi innalza e opposti monti atterra;
dallo spirito, immagine dell'Eterno, spirito, del quale ciascuno di voi che
ne conosce l'ammiranda prigione di muscoli e di ossa e nervi e vene e sangue e
fibre, deve sentire in sé la nobiltà e la grandezza, ed esclamare davanti a ogni
figlio d'Adamo decaduto, che fra il tumulto degli affetti conserva ancora sul
volto le reliquie dell'antiche forme :
Ancor dell'alta origine divina i sacri segni riconosco;
ancora sei bello e grande nella tua rovina.
(Monti, La bellezza dell' universo).
L'uomo per la scala dell'universo sale fino a Dio: l'astronomo arrivando al
cielo, sgabello del trono di Dio, non può essere incredulo alla voce del
firmamento; di là dai soli e dalle nebulose astrali varca il pensiero seguito
dall'amore e dall'adorazione, e veleggia verso un Sole che illumina e riscalda
non la creta dell'uomo, bensì lo spirito che l'avviva.
Ecco la gioia del conoscere e del sapere, anche poco, dello smisurato pelago
di verità che ci circonda, noi vaganti nella navicella della nostra vita con la
bussola del nostro ingegno! Ma in questa crociera intellettuale
Vie più che indarno da riva si parte, perché non torna tal
qual ei si move, chi pesca per lo vero e non ha l'arte.
(Par., XIII, 121).
Con la gioia del conoscere, voi, eletti ingegni, congiungete l'arte della
ricerca del vero, e tornate nei ritiri dei vostri studi e dei vostri laboratori
non quali ne siete usciti, ma ricchi di un pensiero ch'è la conquista di un
enigma, per accrescere il mirabile patrimonio della scienza. E questa la via del
progresso umano, via scabrosa, via segnata dalle orme dei più audaci eroi
dell'indagine, da Talete, da Aristotele, da Archimede, da Tolomeo, da Galeno a
Bacone, a Leonardo da Vinci, a Copernico, a Galilei, a Kepler, a Newton, a
Volta, a Pasteur, a Curie, a Hertz, a Edison, a Marconi, a cento altri; a voi
infine che, da loro ricevendo la fiaccola dell'investigazione e del sapere, la
trasmettete più luminosa a più giovani eroi, non timidi degl'inciampi e dei
cimenti del cammino né paurosi dei funerei monumenti dei gloriosi caduti per
via. L'ammaestramento è padre dell'indagine. « Poca favilla gran fiamma seconda
». Alle scoperte dei predecessori si sovrappongono, ampliando e correggendo, i
nuovi frutti delle invenzioni dei continuatori, prodigi di scienza fisica,
matematica e industriale, che rendono attonita ed altera l'età presente, presaga
e avida di più portentose meraviglie. L'arcano del vero, da secoli nascosto e
sepolto nell'universo, voi lo andate svelando; vi apprestate a scomporre lo
stesso atomo, per tentar di penetrare più intimamente nella conoscenza della
costituzione dei corpi; destate e rivelate forze, incognite agli avi nostri, le
imprigionate e dirigete dove vi aggrada, ne propagate la voce e la moltiplicate
fino agli estremi della terra e, insieme colla parola, vi preparate a far
risplendere innanzi al nostro sguardo la immagine viva dei fratelli e del mondo
antipodo, mentre con ala rombante v'innalzate dal suolo a contendere il regno
dei venti alle aquile e a vincerle nel volo e nell'altezza.
Questa meravigliosa elevazione che fa l'uomo nel cielo sopra le città e le
pianure e i monti del globo a Noi pare che Dio l'abbia concessa all'ingegno
umano nel nostro secolo per rammentargli una volta di più come da « l'aiuola che
ci fa tanto feroci » (Par., XXII, 151) l'uomo possa ascendere a Dio per
quella medesima via per la quale discendono le cose; cosicché, mentre tutte le
perfezioni delle cose discendono ordinatamente da Dio, sommo vertice degli
esseri, l'uomo invece, cominciando dalle inferiori e salendo di grado in grado,
possa avanzarsi nella conoscenza di Dio, prima causa, sempre più nobile di ogni
suo effetto. La verità, che a voi dicono le cose inferiori nella loro varietà e
diversità, non è quella che odium parit, bensì quella verità che si
solleva sopra le divisioni e i dissensi degli animi, che affratella gl'ingegni e
gli spiriti nell'amore del vero, perché una verità ama l'altra e, come sorelle,
figlie di una medesima madre, la sapienza divina, si baciano in fronte alla
presenza di Dio. In voi, perspicaci indagatori della natura, il Nostro
Antecessore di veneranda memoria ravvisò i grandi amici della verità, nel cui
amore la scienza vostra vi affratella e fa di voi, in mezzo alle lotte che
insanguinano il mondo, un esempio insigne di quell'unione di pacifici intenti,
che non turbano le frontiere dei monti e dei fiumi, dei mari e degli oceani.
Amica della verità, la Chiesa ammira e ama il progresso del sapere al pari di
quello delle arti e di ogni cosa, che vede bella e buona ad esaltare lo spirito
e a promuovere il bene. Non è forse la Chiesa stessa il progresso divino nel
mondo e la madre del più alto progresso intellettuale e morale dell'umanità e
del vivere civile dei popoli? Ella si avanza nei secoli, maestra di verità e di
virtù, lottando contro gli errori, non contro gli erranti, non distruggendo ma
edificando, piantando rose e gigli senza sradicare olivi e lauri. Custodisce e,
più volte, santifica i monumenti e i templi della pagana grandezza romana e
greca. Se nei suoi musei non hanno più cultori Marte e Minerva, nei suoi
monasteri e nelle sue biblioteche parlano ancora Omero e Virgilio, Demostene e
Tullio; né disdegna che accanto alla aquila d'Ippona e al sole di Aquino stiano
Platone e Aristotele. Ogni scienza essa invita nelle Università da lei fondate;
chiama intorno a sé l'astronomia e le matematiche a correggere l'antica misura
del tempo; chiama ogni arte, segnata dallo splendore del vero, ad emulare in
onore di Cristo le basiliche dei Cesari e a superarle con cupole vertiginose,
con ornamenti, con immagini, con simulacri che eternano il nome di chi le
compie.
Come ogni arte, così ogni scienza serve a Dio, perché Dio è « scientiarum
dominus » e « docet hominem scientiam » (Ps., XCIII, 10). Nella sua alta
scuola l'uomo ha due libri. Nel quaderno dell'universo la ragione umana studia
in cerca della verità delle cose buone fatte da Dio; nel quaderno della Bibbia e
del Vangelo l'intelletto studia al fianco della volontà in cerca di una verità
superiore alla ragione, sublime come l'intimo mistero di Dio, solo a Lui noto.
Alla scuola di. Dio s'incontrano filosofia e teologia, parola divina e
paleontologia, la divisione della luce dalle tenebre e l'astronomia, la terra in
eterno fissa (Eccle., I, 4) e il suo giro intorno al sole, lo sguardo di
Dio e lo sguardo dell'uomo. La bontà di Dio, quale madre, quasi balbetta il
linguaggio umano (cfr. I Thess., II, 7) per far ritenere all'uomo
l'eccelso vero che gli manifesta in una scuola di verità amiche che lo esaltano
e lo fanno nello studio della natura e della fede discepolo di Dio. Tale scuola
è pure fatta dalla Chiesa sua scuola e suo magistero. Non è forse la ragione al
servizio della fede, a cui porge quel «rationabile obsequium» (Rom., XII,
I) di fondamento e difesa, che emana dalla impronta della divina similitudine
onde si abbellisce? E la fede, a sua volta, non esalta la ragione e la natura,
invitando a benedire il Signore tutta la varia moltitudine delle creature
dell'universo, dai cieli alla terra, col cantico dei tre fanciulli tra le fiamme
di Babilonia? E voi vedete la Chiesa col suo Rituale benedire le opere della
ragione e del genio umano, le macchine librarie e le biblioteche, le scuole e i
laboratori, i telegrafi e le vie ferree, le fonti elettriche e gli aeroplani, i
carri e le navi, le fornaci e i ponti e tutto quanto la mente e l'arte dell'uomo
reca al verace e sano progresso del vivere e del consorzio civile.
No, l'ossequio della ragione alla fede non umilia la ragione, ma l'onora e la
sublima, perché è sommo vanto del progresso della civiltà umana l'agevolare la
fede per la sua evangelica via nel mondo. La fede non è superba, non è signora
che tiranneggi la ragione, né le contraddica: il sigillo di verità non è
diversamente da Dio impresso nella fede e nella ragione. Che anzi, non che
dissentire, a vicenda, come già accennammo, si aiutano, giacché la retta ragione
dimostra i fondamenti della fede e al suo lume ne chiarisce i termini, e la fede
preserva da errori la ragione, ne la libera caduta e l'ammaestra con multiforme
cognizione. Onde Noi non dubitiamo che torni ad onore di questa Pontificia
Accademia delle Scienze il rammentare innanzi a voi ciò che definiva il gran
Concilio Vaticano, affermando che «tantum abest ut Ecclesia humanarum artium et
disciplinarum culturae obsistat, ut hanc multis modis iuvet atque promoveat. Non
enim commoda ab iis ad hominum vitam dimanantia aut ignorat aut despicit;
fatetur immo, eas quemadmodum a Deo scientiarum Domino profectae sunt, ita, si
rite pertractentur, ad Deum iuvante eius gratia perducere». A voi, pertanto,
nobili campioni delle discipline e delle arti umane, la Chiesa riconosce la
giusta libertà del metodo e dell'indagine, libertà, sulla quale il Nostro
immortale Predecessore, Pio XI, fondava questa accademia, ben consapevole di
quel che aggiunge il medesimo Concilio che la Chiesa « nec sane vetat, ne
huiusmodi disciplinae in suo quaeque ambitu propriis utantur principiis et
propria methodo; sed iustam hanc libertatem agnoscens, id sedulo cavet, ne
divinae doctrinae repugnando errores in se suscipiant, aut fines proprios
transgressae ea, quae sunt fidei, occupent et perturbent » (Concil. Vatic.
sess. III, c. 4).
In queste parole del sacro universale Senato della Chiesa Cattolica sta ogni
vostra giusta libertà scientifica e la più alta lode dei vantaggi da voi recati
al vivere civile, dei quali la Chiesa pure si giova per la sua missione nel
mondo. È lode infatti delle scienze e delle
loro mirabili invenzioni, se l'araldo di Cristo precorre le stagioni, prevede i
turbini e le tempeste, vola sui piani e sui monti, visita veloce mille luoghi
deserti e gelati, moltiplica la sua voce e i suoi benefici, accorcia la durata
dei suoi viaggi, si fa medico e curatore dei corpi per rigenerare le anime.
È lode dell'incomparabile vostro collega, il
compianto Marconi, se la Nostra paterna parola e benedizione risuona oltre i
mari e gli oceani e porta ai lontani popoli l'affetto e le speranze del Nostro
cuore, mentre alla Nostra voce fanno eco potente gli obelischi dell'Urbe. Non
sono dunque le scienze degne e meritevoli di tutta la nostra stima e onore?
E di questo ammirevole e legittimo vincolo delle scienze con la fede, di
questo vestibolo che le scienze e le arti innalzano all'entrata del tempio della
fede, una immagine già da secoli stupefà il mondo nella Stanza vaticana della
Segnatura, dove la scienza e la fede si guardano di fronte e s'illuminano a
vicenda nella luce sublime del pensiero e del pennello dell'impareggiabile
pittore di Urbino. Voi certo vi siete arrestati, ammirando, innanzi alla scena
che va sotto il nome di scuola d'Atene. In quei personaggi voi avete
riconosciuto i vostri più antichi antecessori nell'indagine della materia e
dello spirito, nella contemplazione e nella misurazione dei cieli, nello studio
della natura e dell'uomo, nelle elucubrazioni matematiche e nelle sapienti
discussioni. La ricerca del vero anima e colorisce quei volti e le movenze di
quelle immagini, che sembrano parlare, quale d'una e quale d'altra delle tante
scienze speculative e pratiche, delle loro veglie, della loro mente concentrata
e quasi rapita fuori dei sensi a discutere con se stessa, provando e riprovando,
per giungere a ritrovare oh quanto poco di vero in mezzo al molto più di creduto
vero, per architettare un mondo di mondi diversi, non tutti possibili ad essere
reali. E voi vedete in quel tempio della scienza Platone additare nel cielo la
fonte del sapere, Aristotele nella terra, e contendere tra loro, non paghi
intieramente delle loro alte conclusioni. Sentono insaziata l'infinita sete
dell'intelletto umano ad abbracciare tutto; sentono che di là dalla natura di
quaggiù vive e impera una suprema potenza in un mondo non manifesto. Sentono in
sé uno spirito immortale che li sospinge in alto, ma non sentono lo spirito che
vivifica e dia loro le ali al volo.
Davanti a questa scena e assemblea di «
spiriti magni » (Inf., IV, 119), che un'arte mirabile ripresenta al
nostro sguardo, Noi chiniamo la fronte e rimaniamo turbati, pensando quanto sia
aspro il cammino per i sentieri della scienza e come tutta la scienza
conquistata a prezzo di grandi fatiche non acquieti nella felicità le speranze e
le brame dell'animo umano. Siamo immortali, siamo nati fatti per un altro mondo,
per quel mondo non manifesto alla ragione che dirimpetto alla Scuola d'Atene ci
rivela e figura la grande composizione, a cui fu dato il nome di Disputa del
Sacramento. Nel designare queste due viventi scene pare che il genio di Tommaso
d'Aquino abbia guidato la mano di Raffaello, additandogli i tre gradini della
conoscenza riguardo a Dio : il primo raffigurato nell'accolta delle scienze, per
cui l'uomo sale dalle creature a Dio col solo lume naturale della ragione; il
secondo, simboleggiato nell'altare del Sacramento, sintesi e centro della verità
divina trascendente l'umano intelletto e discendente a noi quaggiù per modo di
rivelazione presentata alla nostra credenza; il terzo, svelato nell'apparizione
della corte celeste intorno a Dio allo sguardo della mente umana, sollevata a
vedere perfettamente le cose rivelate (Contra Gent., 1. 4, c. I). Dalla
scienza alla fede; dalla fede alla visione intuitiva della prima e somma verità,
fonte di ogni verità.
Sono tre scuole, l'una più alta dell'altra, dalle quali per gradi si sale al
pieno appagamento dell'intelletto umano. Nella scuola della natura, mentre i
cieli narrano la gloria di Dio, ci sono maestre le cose corporee che celano le
ultime loro cause, ma con le loro forme e coi loro moti le fanno sentire ai
nostri sensi, quasi ansiose, perché esse non possono conoscere, di volersi far
conoscere. Parlano a noi con la loro bellezza, col loro ordinamento, con la loro
forza e grandezza smisurata. Se voi interrogate gli astri, il sole, la luna, la
terra, il mare, gli abissi e i viventi tutti che vi si muovono, vi
risponderanno, come ad Agostino di Tagaste: Non siamo noi il tuo Dio; cerca
sopra di noi: «Non sumus Deus tuus; quaere super nos » (Conf., 1. X, c.
6, n. 9). O uomo, smarrito innanzi al mondo, non fare, come nota la Sapienza
divina, degli avanzi della natura un dio ad immagine tua, da assicurare con un
ferro alla parete, affinché non cada (Sap., XIII, 15-16); non invocare
per la sanità di un infermo, per la vita di un morto, per aiuto un essere
inutile, per fare un viaggio chi non può camminare (Sap., XIII, 18).
Sopra la scuola della natura è la scuola della fede, dove siede maestro
infallibile il Dio presente e nascosto nel sacramento dell'altare, Sapienza
divina incarnata, Verbo del Padre, la cui voce onnipotente, come insegna agli
antichi e moderni filosofi l'origine dell'universo dal nulla, così manda i suoi
Apostoli a istruire tutte le genti in una scienza più alta della ragione, cui
non possono resistere né contraddire tutti i suoi avversari (Luc., XXI,
15), e fa suoi discepoli, al fianco dei grandi Pontefici romani e della coorte
dei Padri e Dottori, i sommi ingegni della poesia, delle scienze e delle arti e
coi prìncipi della terra le anime estasiate ed oranti dei semplici fedeli. In
quell'ostensorio s'incentra tutta la fede cristiana; ivi è il medesimo Dio, via,
verità e vita, cui addita in cielo col suo braccio il Dottore che si erge presso
l'altare.
E, nel cielo, Raffaello sublima la propria fede, tentando col pennello di
rendere Cristo sopra e di là dalle nubi della fede, nell'aperto splendore di
viva luce eterna, sul trono dell'anfiteatro celeste, circondato dalla corona dei
santi e degli angeli, insieme col Padre e con lo Spirito Santo.
Quel cielo è l'eccelsa scuola divina; quel trono è la cattedra del Maestro
dei maestri « in quo sunt omnes thesauri sapientiae et scientiae absconditi » (Coloss.,
II, 3). Egli la sapienza di tutte le cose e dei misteri divini; egli la scienza
di tutte le cose create, perché è il Verbo per cui tutte le cose furon fatte e
nulla senza di lui fu fatto (Io., I, 3). Oh quando ci sarà dato di
elevarci lassù a essere discepoli di tanto Maestro, e contemplarlo e udirlo; e
alla sua ineffabile scuola e nella sua luce divina, con l'occhio dell'anima,
conoscere il magistero e l'arte, le cagioni e gli effetti, la materia, le
formazioni e l'ordine di quanto è sparso e compreso nel cielo e nella terra, di
quanto è mondo e natura; e nel volume dell'eterne e infinite idee del Verbo
divino intendere tutto, nell'attimo di uno sguardo, più di quel che faremmo in
mille anni di studio, e meglio che se possedessimo l'acume di tutti i più forti
ingegni della terra, e più perfettamente che se mirassimo le cose in se stesse!
« Quando veniam et apparebo ante faciem Dei?
» (Ps., XLI, 2). Lassù, a quella sublimissima e beatificante scuola e
conoscenza in Dio di tutte le scienze umane e divine, ove resta soddisfatta
l'insaziabile brama di intendere e comprendere tutti i generi, le specie e le
virtù e l'ordine dell'universo, in che si assomma la perfezione anche naturale
della nostra natura spirituale; a quel convito di sapienza e scienza,
inesauribile e perpetuo, ove si perde ogni errore della passata vita;
nell'intimo affetto di Vicario di Cristo e Padre Comune, elevando i Nostri voti
al cielo, preghiamo Dio che a noi tutti conceda un giorno di salire a ricevere
imperituro premio delle nostre fatiche di quaggiù. In quell'aula superna di
gloria, allora, dimenticando anche l'altera figurazione di Raffaello, sogno di
concetti mortali, veramente finiremo in noi l'ardore del desiderio, e con la
divina visione dell'Alighieri, nel suo viaggio oltremondano arrivato
all'Empireo, entrando con l'occhio nella « alta luce che da sé è vera
» (Par., XXXIII, 54), vedremo come «
nel suo profondo . . . s'interna,
legato con amore in un volume, ciò che per l'universo si
squaderna »
(Par., XXXIII, 85-88).
*Discorsi e Radiomessaggi di Sua Santità Pio XII, I, Primo
anno di Pontificato, 2 marzo 1939 - 1° marzo 1940, pp. 399-410 Tipografia Poliglotta Vaticana
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