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DISCORSO DI SUA SANTITÀ
PIO XII AI PARROCI DI ROMA E AI PREDICATORI DELLA QUARESIMA*
Sala del Concistoro - Martedì, 6
febbraio 1940
Una cara e veneranda consuetudine Ci porge la gioia e il conforto di vedere,
all'approssimarsi del tempo quadragesimale, riuniti intorno a Noi i Parroci e
gli oratori sacri dell'Urbe. In mezzo a voi proviamo una vicinanza e un affetto
antico e nuovo; sentiamo come la responsabilità di Supremo Pastore e l'amore di
Padre comune, che Ci uniscono con tutte le diocesi del mondo, Ci legano in più
stretto vincolo e si ravvivano con il clero della città Nostra natale, ora
affidato a Noi dallo Spirito Santo, il quale nella sua infinita degnazione Ci ha
posto a reggere la Chiesa di Roma e a un tempo l'universale Chiesa di Dio (Act.,
XX, 28).
Ma le gravi sollecitudini sempre crescenti per il governo della Chiesa
universale obbligano i Sommi Pontefici, oggi ancor più che nei tempi passati, a
porre con fiducia in altre esperte mani le cure giornaliere della diocesi
romana; onde in questa felice circostanza godiamo di esprimere e altamente
manifestare dinanzi a voi gratitudine e sommo riconoscimento al Nostro carissimo
e Venerabile Fratello il Cardinale Vicario e ai suoi collaboratori per lo zelo
illuminato e indefesso con cui Ci coadiuvano nel ministero episcopale. Perciò
mentre Ci rallegriamo, o diletti Figli, di salutarvi qui presenti, vogliamo
ringraziare anche voi e, poiché conosciamo le vostre opere, le vostre fatiche e
la vostra costanza (Apoc., II, 2), bramiamo di significarvi l'intima
Nostra soddisfazione per la vostra commendevole attività.
Che se questo Nostro compiacimento Ci offre ora l'occasione d'intrattenerCi
con voi su alcune esigenze della cura parrocchiale in Roma, desideriamo che
nelle Nostre parole vediate e sentiate soprattutto un'approvazione per quello
che avete conseguito o a cui aspirate, un paterno incoraggiamento a proseguire
nella via iniziata, un'assicurazione che voi e Noi siamo animati e mossi dalle
stesse intenzioni e dai medesimi disegni. Non è forse vero che noi tutti,
sacerdoti, siamo costituiti mediatori di riconciliazione fra Dio e gli uomini?
Mediatori, bensì, subordinati a Cristo, unico Mediatore fra Dio e gli uomini «unus
mediator Dei et hominum homo Christus Iesus», che diede se stesso in redenzione
per tutti, e per il quale Dio ci ha a sé riconciliati e ha dato a noi il
ministero della riconciliazione «dedit nobis ministerium reconciliationis », e
ci ha incaricati della parola di riconciliazione «posuit in nobis verbum
reconciliationis. Pro Christo ergo legatione fiingimur» (I Tim., II, 5
-6; II Cor., V, 18-20). Siamo ambasciatori per Cristo in mezzo al mondo,
come se Dio esortasse gli uomini per bocca nostra. A quest'alto concetto
sacerdotale propostoci dal Dottore delle Genti solleviamo, diletti Figli, il
nostro sguardo, le nostre aspirazioni e i nostri intendimenti; e con l'operoso
nostro zelo esaltiamo e rendiamo in mezzo al popolo cristiano veneranda la
nostra dignità di mediatori e ambasciatori di Cristo. Ma nella sacra gerarchia
chi è mai più vicino al popolo se non il parroco, la cui missione caratterizzano
e definiscono tre parole: apostolo, padre, pastore?
Siete cooperatori del Vescovo, successore degli Apostoli, col quale
costituite un'unità morale, sicché anche per ognuno di voi vale il mandato della
grande missione di Cristo; siete padri dei vostri parrocchiani, e potete
ripetere loro le parole dell'Apostolo ai novelli Cristiani : «Filioli mei, quos
iterum parturio, donec formetur Christus in nobis» (Gal., IV, 19); siete
pastori del vostro gregge, secondo le impareggiabilmente belle ed esaurienti
descrizioni e l'irraggiungibile modello del Buon Pastore, Gesù Cristo. Attorno a
queste parole di così densa comprensione: apostolo, padre, pastore, vogliamo
esporvi alcuni brevi punti, che concernono il benessere e la prosperità della
Nostra diocesi di Roma.
1) Ogni parroco è un apostolo; ma soprattutto colui, che svolge l'opera sua
in una grande città, deve sentire in sé le fiamme dello spirito apostolico e
missionario e dello zelo conquistatore di un San Paolo. Se considerate i tempi
moderni coi loro eventi politici e religiosi e col multiforme disviarsi
dell'indagine filosofica e scientifica e dell'istruzione ed educazione civile
dalle credenze religiose, voi non tarderete a vedere come si siano talmente
mutate le antiche condizioni spirituali della società, che neanche in questa
Nostra diletta Roma può più parlarsi di un terreno puramente, intieramente e
pacificamente cattolico; perché, accanto a coloro — e sono magnifiche legioni —
rimasti fermi nella fede, non mancano in ogni parrocchia circoli di persone, le
quali, fattesi indifferenti o estranee alla Chiesa, costituiscono quasi un
territorio di missione da riconquistare a Cristo.
Di tale duplice aspetto del suo popolo è dovere del parroco di formarsi con
pronto ed agile intuito un quadro chiaro e minutamente particolareggiato,
vorremmo dire topograficamente strada per strada, — cioè, da un lato, della
popolazione fedele, e segnatamente dei suoi membri più scelti, da cui trarre gli
elementi per promuovere la Azione Cattolica; e dall'altro, dei ceti che si sono
allontanati dalle pratiche di vita cristiana. Anche questi sono pecorelle
appartenenti alla parrocchia, pecorelle randage; e anche di queste, anzi di loro
particolarmente, siete responsabili custodi, Figli dilettissimi; e da buoni
pastori non dovete schivare lavoro o pena per ricercarle, per riguadagnarle, né
concedervi riposo, finché tutte ritrovino asilo, vita e gioia nel ritorno
all'ovile di Gesù Cristo. Tale è per il parroco il significato ovvio ed
essenziale della parabola del Buon Pastore, di quel Pastore che è insieme Padre
e Maestro. Tale è l'apostolo della parrocchia, il quale, al pari di Paolo, « Si
fa debole coi deboli per guadagnare i deboli, e si fa tutto a tutti per far
tutti salvi » (I Cor., IX, 22).
2) Il parroco è pastore e padre, pastore di anime e padre spirituale.
Dobbiamo tener sempre presente, diletti Figli, che l'azione della Chiesa, tutta
rivolta al regno di Dio che non è di questo mondo, se non vuol essere sterile,
ma svolgersi vivificante, sana ed efficace, ha da tendere allo scopo che gli
uomini vivano e muoiano nella grazia di Dio. Istruire i fedeli nel pensiero
cristiano, rinnovare l'uomo nella sequela e nella imitazione di Cristo, spianare
la via, pur sempre angusta, al regno del cielo e rendere veramente cristiana la
città, tale è la missione propria del parroco come maestro, padre e pastore
della sua parrocchia.
Nell'adempimento di questi doveri non lasciate distogliere e inceppare il
vostro zelo dai lavori di amministrazione. Forse non pochi di voi hanno
giornalmente a condurre aspra lotta per non restare oppressi dalle occupazioni
amministrative e trovare il modo e il tempo indispensabile per la vera cura di
anime. Ora, se l'organizzazione e l'amministrazione sono pure senza dubbio mezzi
preziosi di apostolato, debbono però essere adattate e subordinate al ministero
spirituale e al verace e proprio ufficio operosamente pastorale.
3) Per divino consiglio, anche il sacerdote, come ogni Vescovo «ex hominibus
assumptus, pro hominibus constituitur in iis quae sunt ad Deum, ut offerat dona
et sacrificia pro peccatis» (Hebr., V, I); e perciò il sacro carattere di
lui, intermediario tra Dio e gli uomini, si palesa, si svolge, si espande, si
innalza e pienamente si sublima circondato e avvolto dalla suprema e somma luce
del suo ministero, nel sacrificio della Santa Messa e nell'amministrazione dei
Sacramenti. All'altare, al fonte battesimale, al tribunale di penitenza, alla
mensa eucaristica, alla benedizione degli sposi, al letto degli infermi,
all'agonia dei morenti, fra i fanciulli avidi ,del futuro e del cammino della
vita, nelle famiglie e nelle scuole, negli asili del dolore e nelle case agiate,
sul pulpito e nelle pie adunanze, dai sorrisi e dai vagiti delle candide culle
ai silenti cimiteri dei riposanti nell'aspettazione di una rinascita immortale,
il sacerdote è, nelle mani di Dio, il ministro, lo strumento più operante della
poema, dell'amore, del perdono, della redenzione largita all'uomo decaduto per
sottrarsi alla schiavitù e alle insidie di Satana, e ritornare al Padre celeste,
come pellegrino rigenerato, rivestito di grazia, erede del cielo, ristorato dal
viatico di un pane più vivo e salutifero che non fosse il frutto dell'albero
della vita piantato in mezzo all'Eden. Tanto piacque al Figlio di Dio, Redentore
del mondo, di esaltare a salute degli uomini il suo sacerdote!
Ponete quindi cura che la vostra dignità risplenda sempre innanzi al vostro
popolo, e che questo del Santo Sacrificio e dei Sacramenti che amministrate
conosca e comprenda con viva fede il significato e il valore, di guisa che con
intelligente e personale partecipazione possa seguirne le mirabili cerimonie,
come pure tutte le ineffabili bellezze della sacra liturgia. Ci è perciò di
sommo conforto e letizia che quest'anno i Santi Sacramenti saranno, o diletti
quaresimalisti, il tema centrale della vostra predicazione.
Voi tutti dunque, come certamente avete fatto sinora, celebrate con dignitosa
e intima devozione i Santi Misteri, evitando con ogni sollecitudine che i riti
sacri, per così dire, inaridiscano nelle mani del sacerdote. Senza dubbio non
dipende dal personale merito del ministro l'effetto essenziale dei Sacramenti e
si correrebbe il pericolo di ridurli a un mero atto esterno, se si attribuisse
importanza principalmente alla loro efficacia psicologica. Ma proprio per
stimolare i fedeli ad accostarsi a queste fonti soprannaturali e disporli a
riceverne la grazia, dovete tenere come vostro sacro dovere il celebrare il
Santo Sacrificio e l'amministrare i Sacramenti con quel profondo rispetto, con
quella cosciente riverenza, con quell'interiore pietà che rendono le sacre
funzioni esempi di edificazione e incitamenti di devozione. Premuto dalle dure
contingenze della vita giornaliera, quando l'ora o la campana della parrocchia
lo invitano, e destano, in mezzo al tumulto dei suoi affetti, il pensiero di Dio
e il palpito dello spirito, allorché mette il piede sul limitare del tempio ed
entra ad accomunarsi coi fedeli per assistere ai Sacri Misteri ed ascoltare la
parola di Dio, che cerca mai, che desidera il cristiano? Che vuole il popolo?
Esso vuole trovare alimento e ristoro anzitutto e soprattutto nella grazia che
lo conforta, ma anche — e questo pure è volontà di Cristo — nell'effetto
elevante che la magnificenza della casa di Dio e il decoro degli offici divini
offrono all'occhio e all'orecchio, all'intelletto e al cuore, alla fede e al
sentimento.
Dopo il Santo Sacrificio, il vostro atto più grave e rilevante è
l'amministrazione del sacramento della Penitenza, che fu detto la tavola di
salvezza dopo il naufragio. Siate pronti e generosi a offrire questa tavola ai
naviganti nel procelloso mare della vita. Insistetevi con speciale zelo e piena
dedizione; sedete in quel divino tribunale di accusa, di pentimento e di
perdono, come giudici che nutrono in petto un cuore di padre e di amico, di
medico e di maestro. E se lo scopo essenziale di questo sacramento è di
riconciliare l'uomo con Dio, non perdete di vista che a raggiungere così alto
fine giova potentemente quella direzione spirituale, per la quale le anime, più
vicine che mai alla paterna voce del sacerdote, versano in lui le loro pene, i
loro turbamenti e i loro dubbi e ne ascoltano fiduciose i consigli e gli
ammonimenti; perché il popolo sente acuto il bisogno di confessori, che per
virtù e per scienza teologica e ascetica, per maturità e ponderatezza, valgano a
fornire illuminate e sicure norme di vita e di bene in maniera semplice e
chiara, con tatto e benevolenza.
4) Quanto abbiamo detto fin qui riguarda specialmente il devoto e vigile
ministero del parroco; ma oltre a questo, è suo stretto dovere di annunziare la
parola di Dio (Can., 1344), dovere essenziale dell'apostolo, al quale
viene affidato il «verbum reconciliationis» non meno che il «ministerium
reconciliationis» (II Cor., V, 18-19). «Vae enim mini est, si non
evangelizavero» (I Cor., IX, 16). Perché «fides ex auditu, auditus autem
per verbum Christi . . . Quomodo credent ei, quem non audierunt? Quomodo autem
audient sine praedicante?» (Rom., X, 14-17). Come l'intelletto preluce
alla volontà, così la verità è la lampada della buona azione. La parola è il
veicolo della verità, e pur troppo anche dell'errore, che battono alla porta
dell'intelletto e della volontà. Voi comprendete perché le ammonizioni dell'Apostolo
connettano fede e udito, udito e predicatore, e perché, a sanare la cecità del
mondo nel conoscere Dio parlante dalla sapienza lucente nell'universo «placuit
Deo per stultitiam praedicationis salvos facere credentes» (I Cor., I,
21). Sublime stoltezza è questa; giacché la stoltezza di Dio è più saggia degli
uomini (I Cor., I, 25) e il « disonor del Golgota » è la gloria di
Cristo. Queste verità convengono pure, al pari degli ammonimenti dell'Apostolo,
ai nostri tempi, in cui profonda è l'ignoranza religiosa e gravida di pericoli.
Predicate la dottrina, le umiliazioni e le glorie del Salvatore divino; e poiché
specialmente ogni domenica e nel tempo della quaresima numerosissimi cristiani
si adunano intorno ai pulpiti, si offre a voi un'occasione unica, — che viene
osservata con gelosia dagli araldi di altre concezioni — per rendere più potente
e salda e profonda la fede nel popolo; e chi non si giovasse con ardente zelo di
un'ora così opportuna, mancherebbe del senso d'illuminata responsabilità nel
promuovere il bene, tanto necessario al vivere cristiano, dell'istruzione sacra.
Rendete con la predicazione familiari la persona e gli esempi dell'Uomo-Dio,
poiché la vita religiosa dei singoli sboccia e si sviluppa con divina freschezza
nella personale relazione e unione con Gesù Cristo. Predicate i misteri della
fede; predicate la verità nella sua purezza e integrità fino nelle sue ultime
conseguenze morali e sociali: di questo ha fame il popolo. Predicate con
semplicità, mirando a quel senso pratico che arriva alla mente e si fa guida
dello spirito. Non la scintillante e ricercata facondia conquista, oggi
specialmente, le anime, bensì la parola con-vinta che parte dal cuore e va al
cuore.
Coi grandi e coi maturi siate, ad immagine dell'apostolo Paolo, padri e
dottori di perfezione; coi piccoli e coi giovani fatevi piccoli a guisa di madri
«tamquam si nutrix foveat filios suos» (I Thess., II, 7). Non crediate
coi piccoli e con gl'ignoranti di umiliarvi: uguale in valore alla predica è la
catechesi, l'istruzione dei fanciulli come l'istruzione degli adulti. In tale
ufficio il clero della parrocchia può certo contare sull'appoggio e sul concorso
dell'Azione Cattolica; e a tutti quelli, che a così santa opera collaborano, Noi
con sentimento paterno lieti mandiamo il Nostro profondo ringraziamento e la
Benedizione Apostolica. Questa importante missione non dimenticate che i sacri
canoni (1329-33) la suppongono come naturale e prima cura, a cui debba por mano
colui che è messo curatore di anime. Lo zelo del sacerdote e la sua abilità sarà
stimolo e modello ai collaboratori laici; e l'ora di catechismo offrirà al
parroco propizia occasione di ritrovarsi con la giovane generazione della
parrocchia. Non vi lasciate sfuggire l'occasione di preparare personalmente,
quando vi riuscirà possibile, i fanciulli alla prima confessione e comunione : è
il primo segreto incontro di voi e di Cristo, il divino amante dei piccoli, con
anime ingenue che si accostano a voi e all'altare e si aprono, come fiori di
primavera ai primi raggi del sole, e ne serbano indimenticato il ricordo
attraverso il corso fluttuante della vita.
5) Non vogliamo infine tralasciare un tratto caratteristico della figura del
Buon Pastore, il quale, oltre ad essere la Luce vera che illumina ogni uomo,
veniente in questo mondo, nella verità, nella via e nella vita, prodigava fuori
di sé la virtù sanatrice anche dei corpi e di ogni miseria umana «benefaciendo
et sanando omnes» (Act., X, 38), e lasciando ai suoi Apostoli e alla sua
Chiesa il mandato dell'amore misericordioso ai poveri, ai sofferenti, ai
derelitti; perché la vita di quaggiù è un flusso e riflusso di beni e di mali,
di pianto e di gioia, di bisogni e di soccorsi, di cadute e di risorgimenti, di
lotte e di vittorie. Ma l'amore verso i fratelli tutti redenti da Cristo è il
misterioso balsamo di ogni dolore e miseria.
Sull'inizio del secondo secolo, come voi ben sapete, S. Ignazio di Antiochia
alla Chiesa di Roma, il cui anfiteatro egli, quasi leone morente fra i ruggiti
dei leoni, stava per consacrare col suo sangue, dava già il titolo di «προκαζημένε
τησ αγάπης»: espressione in cui, tra l'altro, si manifesta un
riconoscimento onorevole e nobile della carità di lei, vale a dire che essa « ha
il primato (anche) nell'amore » (Epist. ad Rom., II). La carità romana
non è mai venuta meno nei secoli : essa brillò nelle catacombe, nelle case dei
cristiani, negli ospedali, nei ricoveri dei pellegrini, degli orfani, nei
randagi figli del popolo, nei pericoli delle famiglie e delle fanciulle, nei
mille aspetti della sventura. Mostratevi degni dei vostri avi. Non vi è
parrocchia, dove non vi sia penuria da sollevare; né può disinteressarsene una
vita parrocchiale fiorente. Non conoscete voi ogni giorno quanto cresca il
bisogno e la povertà, dove manifesta, dove occulta? Organizzate l'operosità
della beneficenza, perché si svolga in maniera ordinata, giusta, uguale, vasta;
animatela con vivo spirito d'amore, con rispetto delicato, con provvido sguardo
verso coloro che senza colpa sono caduti nell'indigenza : qui miseretur,
ammonisce S. Paolo, lo faccia in hilaritate (Rom., XII, 8), «con
quel tacer pudico, che accetto il don ti fa» (Manzoni, Pentec.).
Attingete il coraggio e la luce nella storia della città e della diocesi di
Roma. Per le sue grandezze, le sue decadenze e durezze di eventi, Roma non ha
simili, e, in pari tempo, per le potenti manifestazioni della misericordia di
Dio non ha uguali. Quanta è la dignità di questo colle Vaticano e di queste
sponde del Tevere! Quanta è la gloria delle parrocchie e dei sacri titoli
romani, dalle cui pareti mille ricordi e lapidi parlano e ammoniscono chi li
contempla! Che se è pur dovere che gli animi nostri restino consapevoli della
grave ed aspra ora che volge, la nostra vita e l'ardore nostro vogliono essere
sostenuti dalla fiducia che la forza di Dio creerà anche oggi opere grandi e
perfette; perché ogni sufficienza nostra viene da Lui: «Sufficit tibi gratia mea;
nam virtus in infirmitate perficitur» (II Cor., III, 5 ; XII, 9).
Rivolgete in alto i vostri sguardi agli innumerevoli uomini, ché col loro
sangue, come testimoni di Cristo, hanno abbeverato il suolo di questa città,
agli eroi dello zelo, della parola e della carità, che con la santità della vita
lo hanno reso fertile e rigoglioso, dai Principi degli Apostoli e dai
Protomartiri della Chiesa romana sotto Nerone ai ministri di Dio, sacerdoti,
religiosi, prelati e Pontefici, che in quest'Urbe furono lucerne ardenti e
lucenti in secoli a noi più vicini. Con piena fiducia nella loro intercessione e
specialmente in quella della Santissima Vergine, aiutandovi vicendevolmente con
fraterno spirito sacerdotale, consacrandovi con piena e assidua dedizione
all'opera di Cristo e della sua Chiesa, fate che questa città, diocesi Nostra
particolare e anche cura vostra, tanto ampliatasi in pochi decenni e cresciuta,
con straordinaria rapidità, di popolazione e splendore, sia, in faccia al mondo
che qui conviene da ogni paese, modello di profonda fede, di costume cattolico e
di cristiana carità.
Per questo impartiamo, diletti Figli, a voi e ai vostri collaboratori, a
tutte le speranze e le intenzioni vostre, ai vostri parrocchiani, e specialmente
alla gioventù, dalla pienezza del Nostro cuore paterno l'Apostolica Benedizione.
*Discorsi e Radiomessaggi di Sua Santità Pio XII, I, Primo
anno di Pontificato, 2 marzo 1939 - 1° marzo 1940, pp. 517-526 Tipografia Poliglotta Vaticana
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