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DISCORSO DI SUA SANTITÀ PIO XII
AL TRIBUNALE DELLA SACRA ROMANA ROTA

Martedì, 1° ottobre 1940
 
 

 

Mentre il tumulto del mondo e delle fiere sue lotte accresce in Noi l'ansia di quella giusta pace, che sospiriamo rinata e rifiorita fra i popoli, il convegno vostro, diletti figli, intorno a Noi e la saggia voce del vostro Decano Ci richiamano col pensiero e Ci riconducono alla contemplazione di quelle controversie, che sono l'arena, dove il Tribunale della Sacra Romana Rota opera perchè giustizia e pace si abbraccino. Dai piedi dell'altare, innanzi al quale avete invocata la divina assistenza dello Spirito che è amore del Padre e del Figlio, siete a Noi venuti per implorare la Nostra benedizione a inaugurare il nuovo anno giuridico delle decisioni che il mondo cattolico chiede all'inclito vostro Collegio; e con la pienezza del Nostro affetto paterno Ci è dolce il largirvela, affinchè essa promuova e avvalori quella pace, di cui il vostro Tribunale vuole essere mediatore nei contrasti per la giustizia e il diritto.

Di tanto benemerita vostra sollecitudine e studio per il trionfo della giustizia e della pace sono testimonio e conferma le ponderate parole del degno vostro Decano, che, esponendoCi i motivi di soddisfazione, lo svolgimento dei lavori, il numero, la qualità e le decisioni delle cause trattate nel decorso anno giuridico, addita il cammino del passato come limitare, donde è per iniziarsi a procedere l'avvenire e la via del nuovo anno della Sacra Romana Rota. Già voi non tenete il metro del «ritroso fanciul..., - Quando la madre a' suoi trastulli il fura, - Che il piè va lento innanzi, e l'occhio indietro»[1]; ma imitate il grande Apostolo Paolo, il quale, dimentico di quel che aveva dietro le spalle, allungando il passo e con tutto lo sforzo stendendosi verso le cose che gli stavano davanti, si avanzava nella sua corsa verso la mèta: Unum autem: quae quidem retro sunt obliviscens, ad ea vero, quae sunt priora, extendens meipsum, ad destinatum persequor, ad bravium supernae vocationis Dei in Cristo Jesu (Fil 3, 13-14). Anche la vostra è superna vocazione di Dio in Cristo per il premio eterno, alla quale vocazione voi indirizzate quaggiù il servigio della giustizia, non già con lento piede, bensì con quella diligenza e prontezza, che non torna con l'occhio indietro come sosta nel cammino, ma solo per attingere maggior lume e consiglio dai tesori di sapienza del passato. A raccogliere nuovi meriti voi movete il vostro animo e la mente vostra coll'anno giuridico che oggi inaugurate; e quella scienza perspicace e prudente, di cui è andato illustre e famoso il vostro Tribunale, e per la quale sono ricercati i molti volumi delle sue decisioni e sentenze, vi sarà compagna e guida nel nuovo arringo e nelle ambagi delle questioni per la ricerca del vero; perchè figlia della verità vuol essere la giustizia, se ha da farsi madre di pace; onde in fine del Digesto voi leggete che res iudicata pro veritate accipitur[2]; nè altro gaudio appaga, tranquilla e libera l'anima umana che la verità.

Fonte di quella verità, che è giustizia, è Dio, creatore e imperatore dell'universo, che lassù siede in trono inaccessibile col sublime triregno della divinità, della giustizia e della misericordia; misericordia che non toglie la giustizia, ma la compie e sopresalta.[3] Innanzi a questo Dio di giustizia e di misericordia voi vi siete inchinati, adorando e invocando il suo Spirito d'amore; perchè la Chiesa, la quale fu vivificata dalle sue fiamme nel Cenacolo, è madre, che, nel rendere a ciascun figlio il suo, ha pure un triregno di autorità divina, di giustizia e di misericordia che ne orna la fronte. Figlia della Chiesa, anche la Sacra Romana Rota sa congiungere la giustizia con la misericordia; perchè la sua misericordia, compagna della giustizia, non è ignara della infermità, della timidezza e della malizia umana; e, come concede ampia libertà alla difesa e assiste il povero, non inceppa il cammino all'incorrotta e imparziale applicazione della legge, che fa la giurisprudenza; la quale voi ammirate, in uno degli spicchi della volta nella Stanza della Segnatura, raffigurata da Raffaello in una donna tenente nella destra la spada alzata alla separazione del torto e del diritto, e nella sinistra la bilancia dai due piatti pari: ius suum unicuique tribuit. Vanto e decoro della Sede Apostolica è il vostro Tribunale, a cui da tutte le regioni del mondo cattolico si ricorre e si appella e il Vicario stesso di Cristo commette soluzioni di cause particolari, di guisa che siete chiamati in parte di quella sollecitudine di tutte le Chiese, che è officio del Pastore universale.

E poiché nel vostro Foro predominano le cause matrimoniali, la Sacra Romana Rota ha la gloria di essere il Tribunale della famiglia cristiana, umile o alta, ricca o povera, nella quale entra la giustizia a far trionfare la legge divina nell'unione coniugale, come vindice del vincolo indissolubile, della piena libertà del consenso nell'unità di vita, della santità del sacramento. Perciò voi con attentissima cura esaminate e vagliate le deposizioni delle parti, le testimonianze, le relazioni dei periti, i documenti, gli indizi, al fine di svelare possibili frodi e di impedire così la violazione di un talamo benedetto, dove il Creatore pose la fonte della moltiplicazione del genere umano, dei consorti degli angeli beati fino alla consumazione dei secoli, quando le innumerevoli schiere dei figli di Adamo si presenteranno al tribunale di Cristo, giudice dei vivi e dei morti, a render conto delle opere loro, buone o malvagie.

Nel consorzio familiare s'inizia la società umana, vigoreggiano e grandeggiano i nomi di padre e di madre, l'albero della casa trova i suoi germogli, la patria i suoi campioni, la Chiesa i suoi ministri. Così la Rota Romana splende nell'ordine giudiziario come palladio delle sacre nozze, e torna a gran vostra lode che lo Studio Rotale e le aule del Tribunale della Rota assurgano ad alta scuola di procedura e di discussione giuridica per il numero sempre crescente di sacerdoti, di religiosi e di laici di ogni regione e lingua dell'universo cattolico, che vi convengono e apprendono come la Roma cristiana non cessi di farsi maestra del diritto alle genti, erede ed emula di quella severa e scrutatrice sapienza, che rese famosi i giuriconsulti cesarei.

Ma se la Sacra Rota è guardiana e paladina della indissolubilità delle nozze, sa pure ben da essa distinguere il matrimonio invalidamente contratto, e quindi non mai esistito. In tal caso, infatti, spetta iure naturae ai coniugi, che non siano stati colpevolmente causa dell'impedimento o della nullità, il diritto di accusare il matrimonio; diritto a cui corrisponde nel giudice, il quale sia giunto ex actis et probatis a formarsi la certezza morale della invalidità del matrimonio, l'obbligo di dichiararlo nullo nel pronunciare la sua sentenza.

Lasciate infine che il Nostro pensiero e il Nostro cuore ritornino alla fonte del Nostro dolore nella contemplazione di figli, gli uni contro gli altri armati e combattenti, quasi non fossero fratelli di una fede e di una speranza. Questa lotta dissanguatrice e distruttrice la giudicherà, come vuole, la storia; ma il pensiero e il giudizio dell'uomo non sono il giudizio e il pensiero di Dio. Al suo tribunale le famiglie delle genti, attraverso il corso dei secoli, ascoltano una sentenza che infallibilmente si compie: consilium Domini in aeternum manet (Sal 33, 11); e mentre il Signore dissipat consilia gentium, reprobat autem cogitationes populorum et reprobat consilia principum (Sal 33, 10), con giustizia e misericordia atterra e suscita, dà e toglie gl'imperi, ne cancella e seppellisce i nomi sotto i muschi dei ruderi e sotto le sabbie dei deserti, come disperdeva già a tutti i venti le reliquie d'Israele sulla faccia della terra (cf. Ez 5, 1-4 e 12; 9, 8-11). A questo Dio di misericordia e di giustizia, la cui misericordia trionfa su tutte le opere sue, Noi Ci rivolgiamo, invocando la sua pietà; perchè al suo Tribunale di giustizia sui peccati degli uomini non vale a porgere appello se non la preghiera, che la sua misericordia avvalori. Preghiamo, diletti figli; imploriamo la divina pietà e clemenza, affinché la tempesta scatenatasi sopra la misera umanità si tranquilli, il cielo si rassereni e rifulga l'aurora della sospirata pace.


[1] V. Monti, La bassvilliana, canto I.

[2] D. 50, 17, 207.

[3] San Tommaso d'Aquino, Summa theologiae, I, q. 21, a. 3, ad 2.


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