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DISCORSO DI SUA SANTITÀ PIO XII
PER LA CHIUSURA DEGLI ESERCIZI SPIRITUALI IN VATICANO*

Cappella Matilde del Palazzo Apostolico - Sabato, 9 dicembre 1944

 

Siano rese grazie a Dio Datore di ogni bene, perché, pur in mezzo alle tragiche convulsioni che continuano ad agitare l'uno e l'altro emisfero di questo povero e tormentato mondo, ci ha concesso, Venerabili Fratelli e diletti figli, di raccoglierci anche quest'anno nella calma ed operosa solitudine degli Esercizi spirituali, per meditare le grandi verità che dalla terra ci sollevano al cielo, per attingere in esse nuove forze adeguate ai nostri gravi doveri, per unirci più intimamente a Cristo, nostro Mediatore e Maestro divino, Vita e Risurrezione nostra, e per renderci così più atti ad adempiere la missione di apostolato affidataci dal Signore.

Ma dopo di aver innalzato a Dio il cantico della riconoscenza, vogliamo esprimere la nostra gratitudine all'insigne predicatore, il quale già per la terza volta è stato tra noi il ministro di queste così segnalate grazie. Egli ci ha aperto i ricchi tesori di scienza e di esperienza, per i quali è maestro provetto ed altamente apprezzato nella Nostra Università Gregoriana. Ed uno speciale motivo di compiacimento è nato in noi dall'aver egli sapientemente inserita nella solida e salutare ascetica degli Esercizi ignaziani l'altissima e feconda dottrina del Corpo mistico di Cristo. Abbiamo così avuto l'opportunità di sperimentare ancora una volta la piena e armoniosa convergenza della sana ascetica con la vera teologia e la eccelsa e perenne fecondità della verità rivelata.

Egli ci ha fatto seguire l'itinerario luminosamente tracciato da S. Leone Magno: « Agnosce, o christiane, dignitatem tuam, et divinae consors factus naturae, noli in veterem vilitatem degeneri conversatione redire ». È il programma delle meditazioni della via detta purgativa. « Memento cuius capitis et cuius corporis sis membrum »: è il faro che risplende nella via illuminativa. « Reminiscere quia erutus de potestate tenebrarum, translatus es in Dei lumen et regnum » (S. Leonis M. Serm. I in Nativ. Dom. - Migne PL t. S4 col. 192-193). Uniti per mezzo di Cristo al Padre celeste, fonte di ogni essere e di ogni vita, noi abbiamo seguito le ammirabili ascensioni dell'amore, contemplando, sempre da lungi, ma pur sempre più dappresso, la sommità ove questo Padre divino abita nella sua luce inaccessibile (cfr. 1 Tim. 6, 16).

Nel nostro sforzo per salire il monte di Dio, noi non siamo stati guidati solamente dalle potenti chiarezze della ragione umana e della teologia. Noi siamo vissuti nella intimità del Verbo fatto carne, lume da lume, via e verità, ma anche vita, e vita nostra. Poiché nel corso di questi Esercizi Egli si è manifestato a noi come Capo, vale a dire, meglio, incomparabilmente meglio che come soltanto maestro, meglio, incomparabilmente meglio che come compagno, consigliere e sostegno. Egli ci è apparso ciò che è, Capo del Corpo di cui noi siamo i membri, Capo che muove e dirige tutto l'organismo del suo Corpo mistico, sul quale esercita la sua triplice potestà d'insegnare. di governare, di condurre alla santità il Corpo intiero e ciascuno di coloro che lo compongono. Tutto ciò perché Egli è il Capo, il Centro, da cui la vita passa negli organi e nelle membra col sangue, a quel modo che la linfa fluisce dal ceppo della vite nei tralci e nei grappoli, facendoci « eius divinitatis esse consortes, qui humanitatis nostrae fieri dignatus est particeps, Iesus Christus . . . Dominus noster ».

Man mano che nel fervore della meditazione la persona e la vita di questo Capo, Re eterno, si palesava e si svolgeva dinanzi agli occhi del nostro spirito, e più ancora nel fondo di noi stessi, e mentre l'animo nostro se ne nutriva, noi gustavamo meglio l'unione della nostra vita personale e della vita totale della Chiesa, suo Corpo mistico, con la vita di Lui.

Quando nelle ore di prosperità e di consolazione passa in noi stessi ed in tutta la Chiesa un raggio della felicità ond'Egli rifulge, noi esclamiamo con Pietro sul monte: « Signore, è bene per noi lo star qui » (Matth. 17, 4). Ma con lui, premuniti e fortificati contro lo scandalo della Passione dagli splendori della Trasfigurazione, conviene discendere; e con lui parimente il cristiano, la Chiesa portano la croce sulla salita del Calvario. Confitta con lui sulla croce, Christo confixa truci (cfr. Gal. 2, 19), la Chiesa offre il sacrificio, di cui noi dobbiamo essere al tempo stesso i sacerdoti, l'altare, la vittima, in guisa da « dar compimento nella nostra carne a quello che rimane dei patimenti di Cristo » (cfr. Col. I, 24). Alla nostra incomprensione, alla nostra debolezza, Egli ha in questi giorni svelato le Scritture, e il nostro cuore, come quello dei discepoli di Emmaus, ci ardeva in petto, perché intravedevamo, con intelletto più intimamente illuminato dallo Spirito divino, il gran mistero del dolore e della morte, che conduce alla beatitudine nella gloria. L'ora è venuta di ridiscendere nel piano fra le anime alle nostre cure affidate, cooperando con Cristo alla salutifera azione della sua Chiesa, con la quale Egli ha promesso di rimanere sino alla consumazione dei secoli.

Ed invero sino alla consumazione dei secoli, poiché Cristo così vuole, poiché la sua onnipotenza divinamente la sostiene, la Chiesa vive e vivrà in sempre giovanile freschezza. È un profondo conforto per noi tutti, che abbiamo dedicato la nostra vita al servigio di lei. Il nostro tempo, che potrebbe ben dirsi apocalittico, vede vacillare ordinamenti, potenze, sistemi terreni, esistenti da secoli, o che si erano voluti creare per i secoli, e la presente guerra sembra voler dare a così formidabili trasformazioni ed eventi la sua sanzione e il suo compimento. E come tremendamente potrebbero avverarsi anche ai giorni nostri, per taluni che disprezzano o perseguitano la Chiesa, le parole del Profeta: « Arrogantia tua decepit te, et superbia cordis tui . . .: cum exaltaveris quasi aquila nidum tuum, inde detraham te, dicit Dominus » (Ier. 49, 16)!

Senza dubbio i grandi rivolgimenti politici e sociali sogliono portare esteriormente anche nella Chiesa profonde conseguenze; ma non possono toccare né toccheranno mai la sua vita. La Provvidenza divina ha mantenuto sino ad ora anche su di noi la sua mano protettrice. A lei tranquillamente ci affidiamo per l'avvenire. Violenti turbini possono far crollare i templi di pietra, simboli della Chiesa; possono esigere il sacrificio di vite umane, e noi tutti saremmo certamente pronti, se così il Signore volesse, ad immolare la nostra vita, questa breve vita mortale, per i nostri fratelli. Ma la Chiesa e il Papato — ce ne danno sicura garanzia le promesse divine —, la rocca di Pietro e il duomo mondiale su di essa edificato non uscirebbero dall'uragano che nuovamente e più saldamente rafforzati.

Perciò, Venerabili Fratelli e diletti figli, lavoriamo, lavoriamo per la Chiesa e per le anime, col dono totale di noi stessi, in spirito di preghiera, di penitenza e di mortificazione, senza calcoli nè riserve, affatichiamoci, consumiamoci, senza lasciarci mai neanche menomamente scoraggiare dalle avversità. Tempi come i nostri suscitano facilmente l'impressione che la verità e le virtù cristiane abbiano perduto del loro valore e del loro salutare influsso sugli spiriti. Certamente non vi è nessuno che non veda e non riconosca la serietà e la gravità della presente condizione religiosa. Non lasciamoci però nemmeno ingannare da false apparenze di decadimento. Vi è anche ora nel mondo — e Noi stessi, possiamo dire quotidianamente, ne riceviamo e ne miriamo coi Nostri propri occhi la confortante testimonianza — vi è viva fede e nobile eroismo cristiano; vi sono milioni e milioni di anime, che attendono e invocano ansiose dalla Chiesa la parola della verità e il pane di vita, e da tante regioni vicine e lontane giunge incalzante al Nostro orecchio l'eco della voce e dell'invito del Redentore: « Levate oculos vestros et videte regiones, quia albae sunt iam ad messem » (Io. 4, 35).

Per quelle anime e per questa messe lavoriamo e sacrifichiamoci per Ipsum et cum Ipso et in Ipso, per Lui che è il Capo e il Cuore, la forza e la vita della sua Chiesa.

E affinché questi santi pensieri e questi propositi siano avvalorati, per la intercessione della dolcissima e Immacolata Madre di Dio e Madre nostra Maria, dall'abbondanza della divina grazia, impartiamo di gran cuore a voi tutti la Nostra paterna Apostolica Benedizione.


*Discorsi e Radiomessaggi di Sua Santità Pio XII, VI,
  Quinto anno di Pontificato, 2 marzo 1944 - 1° marzo 1945, pp. 217-220
  Tipografia Poliglotta Vaticana

 

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