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DISCORSO DI SUA SANTITÀ
PIO XII ALL'AMBASCIATORE
STRAORDINARIO E PLENIPOTENZIARIO DELLA REPUBBLICA ARGENTINA*
Signor Ambasciatore,
All’apogeo di una brillantissima carriera, arricchita dal lavoro,
dall’esperienza e da abbondanti meriti al servizio della sua patria, la divina
Provvidenza e l’alta fiducia dell’Eccellentissimo Signor Presidente della
Repubblica Argentina, hanno condotto Vostra Eccellenza a questa Eterna Città,
nel cuore del mondo cattolico, per essere Ambasciatore straordinario e
Plenipotenziario di una Nazione che, come con religiosa soddisfazione e
patriottico orgoglio Vostra Eccellenza ha in questo momento terminato di mettere
in evidenza, proclama Dio, «fonte di ogni ragione e giustizia» nella prefazione
stessa della sua Costituzione, e dà alla Religione Cattolica, Apostolica e
Romana un Posto d’onore, d’accordo con le migliori tradizioni dei suoi antenati
Europei della cattolica e feconda madre patria spagnola.
Con una tale base non meraviglia che il popolo argentino fosse uno dei primi
nell’abolire la schiavitù, negli albori del secolo XIX, dimostrando già quel
sentimento di umanità cordiale che lo doveva caratterizzare sempre; come prima
aveva saputo conquistare un posto distinto agli inizi della coltura, aprendo in
Cordoba la seconda Università di tutta l’America del Sud nell’anno 1614, e
installando nella stessa città con la sua prima tipografia già alla fine dello
stesso secolo.
Noi ben lo sappiamo, Signor Ambasciatore, la professione di Dio e di
conseguenza delle norme e dei valori che germogliano dalla santa fede per la
vita, non solo vive stampata nello stesso frontespizio della vostra
Costituzione, ma vive anche scolpita nelle idee e nei sentimenti di tutto il
vostro nobile Paese.
Chi come Noi, fu testimonio delle luminose giornate di quell’indimenticabile
ottobre del 1934, e poté vedere come il vostro popolo sa venerare il Re
Encaristieo e la sua benedetta Madre, mai dubiterà dove convergano i cuori dei
suoi migliori figli.
Chi, come Noi, ebbe occasione di contemplare l’elemento militare della
Nazione, accostarsi in massa alla Mensa Eucaristica per nutrirsi del pane dei
forti, facilmente indovinerà, meglio di chi non ebbe quella gioia; quale fosse
il sentimento che animava Vostra Eccellenza, soldato argentino esperto e capo di
alta graduazione, al pronunziare poco fa quelle nobilissime espressioni, che
tanta commozione hanno suscitato nel Nostro cuore.
Sono parole, lo sappiamo molto bene, non solamente di un abile diplomatico e
di un valente militare, ma eziandio di un fecondo scrittore, della stessa
stirpe, per citare solo un nome, di quel Presidente della Repubblica ed
eccellente poligrafo che fu il Generale Mitre Bartolomeo, eminente personalità
in quasi tutti i campi, ancorché forse non arriverà nella poesia alla
squisitezza di Giuseppe Marmol, nel vigore della narrazione alla forza quasi
ciclopea di un generale Domenico Faustino Sarmiento, e nell’impeto oratorio alle
meraviglie di un frate Mamerto Esquiu, se vogliamo mantenerci sempre nei limiti
del vostro ricco mondo letterario.
Vostra Eccellenza non è nuovo nel suolo materno di Roma. Per ciò stesso
dispone, meglio di tutti, di elementi sufficienti per misurare e giudicare il
cumulo di rivolgimenti e di trasformazioni che l’Europa, e con essa tutto il
mondo civilizzato hanno sofferto e soffrono dacché Vostra Eccellenza, sono due
lustri e mezzo, arrivò per la prima volta in carattere ufficiale a questo suolo
italiano e romano.
Inoltre, venendo da un paese non colpito dalla guerra e ricco di tesori
naturali, da una Nazione destinata a grandi imprese materiali e spirituali, non
sfuggirà ai suoi occhi scrutatori la tragica situazione di una gran parte delle
nazioni europee, che trascinano un’esistenza più simile ad una lenta agonia che
ad una ottimista e sicura convalescenza.
La contemplazione di così miserabile stato, che con le cose materiali, va
corrodendo nello stesso tempo le forze spirituali e le vitali aspirazioni di chi
in esso giace, e che invece di migliorare si aggrava senza tregua per
l’inutilità degli sforzi fino qui realizzati in favore della pace, spiegherà a
Vostra Eccellenza, e con Vostra Eccellenza al Governo e al popolo argentino,
perché Noi, senza curarCi dei disinganni e delle non rare deformazioni ed
alterazioni delle Nostre intenzioni, Noi abbiamo fatto ed eseguiremo, facendoCi
sempre con supplichevole energia. gli interpreti delle ansie dei desideri
pacifici di tutti i buoni, dicano quello che dicono, facciano quello che fanno i
nemici della verità, i difensori del principio della forza e i propugnatori di
una ragione di stato e di un ordine morale, che vivono fuori dell’osservanza e
del rispetto alle leggi morali.
Come conseguenza delle scoperte scientifiche dei nostri giorni, il mondo ci è
rimasto troppo piccolo perché nessuno possa guardare come un «problema remoto»,
la cui attualità e urgenza diminuisce in proporzione con la maggior distanza
geografica dall’epicentro delle convulsioni e dei disturbi, e quelle agitazioni,
quelle miserie, e quelle oppressioni che stanno soffrendo alcune delle sue
parti, più o meno importanti.
Nella scuola acerba del dolore, se vogliamo chiamare così il conflitto
bellico e gli anni seguenti, i popoli migliori hanno acquistato la coscienza di
questa solidarietà indivisibile tra gli stati, tanto per la prosperità come per
l’avversità; e mentre questo sforzo fraterno, che sbocca nell’aiuto reciproco,
ogni giorno li lega e unisce più strettamente, vanno imparando a ricacciare le
insidie di un egoismo insensato.
Precisamente per questo, Signor Ambasciatore, Ci compiacciamo non poco di
poter dedurre dalle Sue eloquenti parole che le Nostre continue sollecitudini e
diligenze per suscitare e diffondere le iniziative e organizzazioni di soccorso
in favore dei milioni di vittime di tutte queste recenti calamità, hanno
incontrato nel generoso cuore argentino un’eco tanto filiale e misericordiosa.
Approfittiamo, perciò, con piacere della presente solenne occasione per
dimostrare sempre più la Nostra riconoscenza a Sua Eccellenza il Signor
Presidente della Repubblica, ai Membri del governo, al venerabile Episcopato, il
Clero secolare e regolare e a tutti i Nostri amati figli dell’Argentina, per il
posto così onorevole che hanno saputo occupare in questa lotta comune per
alleviare le miserie, conseguenze della guerra e del dopo guerra, con la
sicurezza che anche domani potremo contare, senza inganni, sui suoi nobili
sentimenti di carità umana e cristiana.
Pieni di sì consolante fiducia diamo a Vostra Eccellenza, che in quei sempre
più lontani, ma sempre più indimenticabili giorni dell’anno 1934, Ci rese, come
a Legato Pontificio, gli onori militari in terra argentina, il Nostro cordiale
benvenuto, con la certezza che, nell’esercizio del suo importante ufficio,
incontrerà sempre in Noi l’aiuto più benevolo.
Frattanto, fidando del felice esito della sua missione, invochiamo sopra il
Governo e sopra l’amatissimo popolo argentino e in modo speciale sopra Vostra
Eccellenza la protezione celeste e le più abbondanti grazie.
*Atti e
discorsi di Pio XII,
vol. X, p.61-65.
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