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DISCORSO DI SUA SANTITÀ PIO XII 
ALL'ON. LUIGI EINAUDI,
PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA ITALIANA

Mercoledì, 15  dicembre 1948

 

All’Eccellentissimo Luigi Einaudi,
Presidente della Repubblica Italiana.

Con vivo compiacimento del Nostro animo riceviamo nel Palazzo Vaticano e salutiamo con grande affetto l’Eccellenza Vostra, Signor Presidente, a cui è affidata la suprema direzione della Repubblica Italiana, insieme all’Ecc.mo Signor Ministro degli Affari Esteri e agli altri illustri personaggi del seguito.

Le doti esimie che L’adornano e in modo speciale la singolare perizia nelle scienze economiche, la sagacia nel discernere e nel deliberare, e la scienza del diritto, hanno portato l’Eccellenza Vostra, che già l’esperienza dei fatti aveva dimostrato e provato tanto benemerito della Patria, a questa dignità, fra il consenso ed il plauso dei cittadini. Non è certo questa una piccola prova di fiducia, soprattutto nei tempi turbolenti in cui viviamo, mentre non ancora sono rimarginate le piaghe profonde di una guerra atrocissima, e quasi dovunque i popoli sono angustiati ed oppressi dall’incertezza del domani. In tali circostanze, i Deputati e i Senatori d’Italia con larghissimo suffragio designarono l’Eccellenza Vostra e La stimarono degno di essere eletto alla più alta magistratura della Repubblica.

Noi pertanto Ci congratuliamo con Lei, ed esprimiamo l’augurio che, sotto la Sua guida, l’Italia, tanto a Noi cara, possa quanto prima, a sollievo soprattutto dei poveri e dei bisognosi, riparare le rovine infertele dalla terribile guerra, attuare quell’officio che il Divino Consiglio le ha assegnato, che la storia conferma, e che la sua stessa posizione geografica in certo modo determina.

Essa infatti, posta all’incrocio delle tre stirpi, in cui si suddivide il genere umano, sembra quasi un porto proteso verso tutte le genti, per unirle coi legami della fraterna amicizia in una sola grande famiglia umana.

Questo fu ben compreso da Roma fin dalle sue origini, allorché per prima innalzò il vessillo del diritto delle genti e, con questo, federò i popoli vinti. Ma quando, con la vittoria della religione cristiana, Roma divenne veramente maestra del mondo, allora essa assolse con pienezza alla missione a lei affidata, e la continua a svolgere insegnando che tutte le genti hanno Iddio per Padre comune, che tutte sono state redente dallo stesso sangue di Cristo e tutte sono destinate alla medesima Patria celeste.

Fondata su questi principii, la pace, da lungo tempo quasi esule dalla terra, torni a rivisitare i popoli, scacciando lontano gli odi e i rancori, con i quali finora l’Erinni di una guerra crudele ha tormentato gli animi.

Ci arride la ferma speranza che l’Italia, da quasi due millenni irrigata dalle onde salutari del Vangelo, possa, sotto l’influsso del prudente consiglio dell’Eccellenza Vostra, con forte energia lavorare a quest’opera, e in breve tempo riparare i gravi danni subiti; in modo che Roma, patria comune, saluti di nuovo tutte le genti, unite da fraterno vincolo.

Intanto Le esprimiamo, Ecc.mo Signor Presidente, la Nostra gratitudine per l’ossequio tributato al Vicario di Cristo, mentre impartiamo di gran cuore al nobilissimo popolo Italiano, che seguiamo con il Nostro paterno affetto, a Lei, alla Sua famiglia, e a tutti coloro che insieme con Lei attendono con sincera volontà a riparare le fortune d’Italia e a confermare la pace, la Benedizione Apostolica, auspicio dei lumi celesti.

 

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