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DISCORSO DI SUA SANTITÀ PIO PP. XII
AI PARTECIPANTI AL VII CONGRESSO NAZIONALE
DELLA UNIONE CRISTIANA IMPRENDITORI E DIRIGENTI-U.C.I.D.*

Aula della Benedizione - Domenica, 5 giugno 1955

 

Avete tenuto a Napoli, diletti figli, il vostro VII Congresso nazionale sul tema « L'imprenditore e l'avvenire del Mezzogiorno » ed ora avete voluto metterCi a parte dei vostri lavori e domandarCi di benedirli. Volentieri accogliamo la vostra richiesta, persuasi come siamo del valore delle vostre deliberazioni e desiderosi che i fecondi scambi di vedute, i quali hanno reso cospicuo il vostro Congresso, vi ispirino la ferma volontà di passare alle conclusioni pratiche.

Da alcuni anni la sorte delle regioni meridionali in Italia ha occupato vivamente l'attenzione delle pubbliche Autorità del Paese. Questa parte così vasta ed importante del territorio nazionale è passata attraverso tutti i gradi di un continuo impoverimento. Le sue popolazioni generose, ricche dei beni della mente e del cuore, impazienti di svolgere la loro attività sopra un terreno che risponda alle loro energie, furono tenute in una condizione economica spesso deplorevole tra la miseria e la disoccupazione divenute realtà quotidiane. L'ingiustizia latente di questo stato di cose ha gravato, si può dire, su tutta la nazione, e perciò quanti sentono tutta l'importanza dei fatti sociali e prevedono le conseguenze, forse lontane ma spesso fatali, del loro squilibrio, si sono intensamente compiaciuti per le intraprese pubbliche e private, che con un vivo impulso e una lodevole risolutezza, si adoperano ora per porre fine a una simile condizione. L'ampiezza del male e dei rimedi da apportarvi era tale che l'intervento dei pubblici poteri, interpreti della volontà comune della nazione, era qui assolutamente necessario. Ma affinchè questi sforzi conseguano lo sperato felice successo, essi richiedono la collaborazione di tutti i cittadini, che dispongono di una considerevole possibilità economica, vale a dire, in primo luogo, dei dirigenti di imprese.

Voi, diletti figli, avete ben compreso che in un lavoro così indispensabile e di una tale portata sociale e morale gl'imprenditori cattolici hanno un grave officio da compiere, e Noi vi lodiamo per aver iscritto nel programma del vostro Congresso lo studio della missione dell'imprenditore nel riassetto economico del Mezzogiorno d'Italia.

È stato sempre uno dei punti essenziali della dottrina sociale cristiana l'affermazione della primaria importanza della intrapresa privata rispetto a quella sussidiaria dello Stato. Non già per negare l'utilità e la necessità, in alcuni casi, dell'intervento dei pubblici poteri, ma per rilevare questa realtà, che cioè la persona umana, come è il fine della economia, cosi ne è il più importante motore. Oggi più che mai questa tesi è oggetto di un largo dibattito, che si svolge nei fatti più che nelle parole. Ora il vostro Congresso si proponeva di esaminare i mezzi per rinnovare sotto l'aspetto economico un gruppo sociale considerevole. Tutto non è là da creare, senza dubbio; una grande opera è già compiuta. Ma in molti luoghi lo sforzo principale resta da fare, cominciando dalle infrastrutture: mezzi di comunicazione, abitazioni, lavori d'irrigazione e di sistemazione del suolo, sviluppo dell'attrezzatura agricola, miglioramento delle industrie esistenti e creazione di nuove intraprese, formazione tecnica della mano d'opera e dei quadri, formazione soprattutto di una eletta di lavoratori che siano, fra gli altri, gli artigiani del progresso sociale e colturale. E si ricordano naturalmente le parole del Vangelo : « Chi di voi, volendo costruire una torre, non calcola prima a tavolino la spesa, se ha tanto da condurla a compimento? » (Luc. 14, 28). Si tratta infatti non soltanto d'investire capitali, di correre forse grossi rischi finanziari, ma specialmente di mettere in atto un pensiero sociale, una concezione della economia, delle sue leggi, del suo scopo, dei suoi limiti. Si tratta di dirigere tutto un movimento di progresso in un prospetto ben definito. Ecco i motivi che giustificano le vostre riflessioni e le vostre ricerche, alle quali diamo ben volentieri il Nostro appoggio e il Nostro incoraggiamento.

Il primo pensiero di un imprenditore cristiano, quando si accinge a risolvere un tale problema, deve essere di oltrepassare gli elementi immediati. A questa sola condizione egli resterà fedele al principio che abbiamo testè ricordato, cioè alle massime della sociologia cristiana intorno al valore trascendente della persona umana.

Le questioni che occupano la vostra mente circa l'avvenire del Mezzogiorno si trovano innanzi tutto circoscritte in un quadro geografico: una regione determinata dell'Italia. Ma chi non vede fino a qual punto la nazione intera vi è interessata? Si può anzi dire che anche la economia di altri Paesi ne dipende in qualche modo. È questa una ragione per essi di apportare il loro aiuto a tale opera di riassetto. Una simile collaborazione, altamente desiderabile, v'invita a considerare il problema sotto un aspetto meno strettamente nazionale e a dare ai vostri interventi una dimensione più vasta e significativa.

Occorre inoltre rivolgere l'attenzione alla evoluzione sociale, che produrranno nel Mezzogiorno i progressi economici. È facile d'immaginare l'imbarazzo e le difficoltà di coloro, che durante decine di anni hanno dovuto rassegnarsi a una dolorosa passività, e che ora sono indotti a modificare il loro genere di vita, ad interessarsi alle nuove intraprese, a prendere attivamente nelle proprie mani la loro sorte. Ma non si può per questo arrestarsi a mezza strada, sostituire ad una forma antica di tutela un nuovo tipo di soggezione, che, liberando l'uomo da una servitù economica, gl'imponesse in compenso una dipendenza sociale anche meno sopportabile. Ora ciò avverrebbe, se gl'imprenditori, lavorando alla trasformazione del Mezzogiorno, ne subordinassero lo sviluppo ai loro propri interessi. Fin dal principio importa di ben convincersi che il fine economico a cui tendono i particolari e lo Stato come tale è ordinato alla vera elevazione di una popolazione, e quindi alla conquista della sua legittima autonomia economica, sociale e culturale. Perciò si deve fin dall'inizio ammettere pienamente i diritti degli altri, le loro giuste esigenze, le loro profonde aspirazioni, e volerle adeguatamente soddisfare. Questo atteggiamento impegna colui, che presta il suo concorso, ad uno sforzo notevole di disinteresse, condizione del senso veramente cattolico del suo intervento. In tal modo voi avete l'occasione di praticare l'equità e la carità in un modo eccellente, perchè date a queste la loro dimensione sociale, in cui cioè esse divengono in sommo grado una prova, iscritta nei fatti, di spirito cristiano. Con ciò stesso voi rendete anche un considerevole servigio a popolazioni particolarmente aperte ai valori spirituali, all'autonomia della persona, alle ricchezze morali della vita familiare, alla utilità dei vincoli sociali più larghi, che uniscono le collettività in città, in regione, in nazione.

Che una tale missione richiegga dal capo della intrapresa cristiana una seria preparazione, chi potrebbe dubitarne? Voi stessi, del resto, avete toccato questo argomento nelle vostre discussioni. Per conseguenza Ci restringeremo qui a rilevare la necessità per lui, se vuol essere veramente pari al suo officio, di vivere intensamente la dottrina che professa con le labbra. Ciò significa che col cuore e con la mente ne penetri le esigenze interne e si sottometta alle sue ispirazioni generose. L'insegnamento della Chiesa, che dà una formula chiara dei principi cattolici, rischia di non essere ben compreso nè applicato, se non trova nel dirigente responsabile, invece di una accoglienza rassegnata e passiva, la pienezza di una vita interiore intensa, nutrita alle fonti sacramentali della grazia. Ci sembra che un pensiero sociale cristiano deve essere profondamente organico; lungi dal costruirsi unicamente partendo da enunciazioni astratte, esso deve corrispondere con costante fedeltà alle intenzioni della divina Provvidenza, quali si manifestano nella vita di ogni cristiano ed in quella della comunità universale alla quale appartiene.

L'atto creatore di Dio, che ha lanciato i mondi nello spazio, non cessa mai di suscitare la vita con una abbondanza e una varietà stupefacenti. Nell'individuo come nella società l'aspirazione verso il meglio e la perfezione naturale e soprannaturale esige un superamento continuo e spesso anche un distacco penoso. Per seguire questo cammino ascendente, per guidarlo e attrarvi gli altri, un duro lavoro s'impone. Noi vediamo con gioia che esso non vi sgomenta e che voi siete pronti ad assumere tutte le responsabilità, che derivano dal vostro officio nella società cristiana.

Diletti figli! Lasciate che alla fine del Nostro dire vi esprimiamo, sotto un particolare aspetto, il Nostro compiacimento per aver voi scelto quale argomento del vostro Congresso un oggetto che certamente tocca altresì i vostri fini ed interessi economici, ma che anche più vi riguarda come cittadini e come cristiani: come cittadini, consapevoli di dover collaborare alla unità e alla prosperità della Nazione; come cristiani, conscii della vostra corresponsabilità nel promuovere la religione e la coltura cristiana fra coloro che sono vostri fratelli e sorelle in Cristo. Questo doppio ufficio assume per voi una forma concreta nel « problema del Mezzogiorno », e voi non volete sottrarvi a tale impegno.

Forse gl'imprenditori erano da troppo tempo abituati a rimanere nella stretta cerchia delle loro proprie cure e dei loro scopi economici, e a non prendere un interesse attivo alla vita comune della società e dello Stato. Il che forse — e anche più che alcuni determinati eventi deplorevoli — hanno causato e diffuso largamente la voce che la economia, ossia i dirigenti di essa, siano la oscura potenza, che tra le quinte dirige tutto ciò da cui dipende la sorte dei popoli.

Perciò Noi Ci rallegriamo per la vostra potente azione in pubblico e per il pubblico. Senza dubbio voi siete del numero di coloro, il cui lavoro nella età della tecnica non è diminuito, ma aumentato; tuttavia torna a vostro vantaggio l'aver dedicato il vostro tempo nei giorni del Congresso alle cose pubbliche. Altrimenti è da temere che oggi, quando gigantesche organizzazioni hanno e fanno valere il loro peso nelle cose sociali, le questioni della vita pubblica vengano regolate senza il vostro concorso. Anche gl'imprenditori hanno infatti diritto ad essere ascoltati e che la loro competenza, particolarmente atta a giudicare le questioni con serenità e a. ponderare la gravità dei pericoli, eserciti un equo influsso.

In questo campo, specialmente a voi pensiamo, diletti figli, e il tema della vostra Assemblea Ci dà garanzia che volete essere imprenditori cattolici nel senso più ampio e nobile della parola: uomini della economia, ma al tempo stesso probi cittadini e cristiani.

Col fervido augurio che la vostra Unione possa continuare la sua opera costruttiva a vantaggio della Nazione e di altri popoli, invochiamo su di voi i più eletti favori celesti, di cui è pegno la Benedizione Apostolica, che di gran cuore v'impartiamo.


*Discorsi e Radiomessaggi di Sua Santità Pio XII, XVII,
 Diciassettesimo anno di Pontificato, 2 marzo 1955 - 1° marzo 1956, pp. 119 - 123
 Tipografia Poliglotta Vaticana

 

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