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DISCORSO DI SUA SANTITÀ PIO PP. XII
AI DIPENDENTI DEGLI OSPEDALI RIUNITI DI NAPOLI*

Venerdì, 11 novembre 1955

 

Nell'accogliervi oggi in questa Nostra dimora, Noi sappiamo, diletti figli e figlie, di rispondere a un vostro ardente desiderio; siamo quindi particolarmente lieti di vedere ora il vostro grandioso gruppo, rappresentante quegli « Ospedali riuniti di Napoli », che da cinque secoli hanno scritto negli annali della Città partenopea splendide pagine di abnegazione, di carità viva, di instancabile dedizione nel servizio dei malati.

Bisogna infatti risalire al decimosesto secolo per assistere alla fondazione del primo dei vostri ospedali, quello di S. Maria del Popolo, detto poi degl'Incurabili, dovuto all'impulso di una anima fervorosa, e che doveva in breve tempo divenire un focolare luminoso di carità e un rifugio per i sofferenti; vi fu istituita una Scuola medica da una schiera di celebri Maestri, continuata fino al presente, senza perdere nulla del suo fulgore, nelle persone di insigni clinici. Agli Incurabili si aggiunsero in appresso altri edifici ospitalieri : il « Gesù e Maria », il « S. Maria della Pace », il « S. Maria di Loreto », sostenuti dalla generosità di donatori, che li misero in grado di estendere ad una sempre più larga cerchia di bisognosi il soccorso della assistenza sanitaria. Ma, come a tutte le opere di lunga lena, non poteva neanche a questa mancare la prova : il deperimento degl'impianti, la svalutazione della moneta, la mancanza di fondi misero gli Ospedali di Napoli in difficilissime condizioni. Al momento poi in cui lo Stato affrontando il problema del necessario lavoro di rinnovamento, intraprendeva la costruzione del magnifico edificio del « Cardarelli », la seconda grande guerra mondiale minacciò di rimettere in dubbio tutto l'avvenire dell'istituto. Un serio sforzo, compiuto negli ultimi due anni, ha permesso di condurre a buon fine l'opera di restaurazione, di guisa che al presente voi avete giustamente il vanto di una organizzazione ospitaliera divenuta perfettamente adeguata alle elevate esigenze che i progressi della. medicina pongono in questo campo: felice risultato di una cooperazione armoniosa da parte del Governo, dell'amministrazione comunale, di generosi cittadini, dei Professori, dei Dottori e dei dipendenti di ogni grado, pienamente coscienti della importanza sociale del loro lavoro e del peso della loro responsabilità.

Salutiamo di cuore gli addetti all'« Istituto Sanatoriale "Principi di Piemonte" » e alla « Clinica Tisiologica dell'Università di Napoli ». Conosciamo l'ingente lavoro intrapreso dal 1939 in questo centro di ricerche e di cure. Dotato di biblioteche e di laboratori scientifici, con una Scuola di specializzazione in Tisiologia, coi suoi centri di chirurgia, di statistica e di vaccinazione antitubercolare, costituisce, per così dire, una fortezza munita di armi molteplici e potenti per la lotta contro uno dei maggiori flagelli, che colpiscono ancora in maniera formidabile tante migliaia di vite umane. Tra i suoi principe mezzi di azione rileviamo la concezione patogenetica unitaria della tubercolosi, dovuta al suo illustre e altamente benemerito Direttore, onore della vostra Università, con un metodo di cura che porta il suo nome. Esso consiste soprattutto nell'aver introdotto fra tanti lavori e studi concernenti i diversi aspetti di quella malattia, una dottrina e un sistema che diagnostica e chiarisce il suo processo di evoluzione, permette di prevederne la direzione e apre così un cammino sicuro al medico pratico. Si deve segnalare altresì l'azione svolta, per ciò che riguarda la prevenzione della tubercolosi, in due popolosi quartieri della Città. I risultati ne sono stati felici e consolanti, tanto che, come si afferma, in sei anni i casi di morbosità per tubercolosi in quel settore sono stati ridotti di due terzi.

Questo breve e incompleto accenno all'azione ospitaliera e sanitaria nella Città di Napoli non ha avuto altro scopo, diletti figli e figlie, che di delineare a larghi tratti il quadro della vostra attività quotidiana. Noi vorremmo ora mostrarvi in qualche modo il senso profondo del vostro lavoro e la nobiltà dei suoi scopi.

A voi non sfugge certamente che le professioni dedicate alla cura dei malati importano al tempo stesso gravi responsabilità e pesanti doveri, ma anche grandi ed intime soddisfazioni. Se si eccettua il ministero sacerdotale, che entra in diretto contatto con le anime, nessun'altra categoria di persone più di voi penetra nell'uomo in momenti critici della vita, quando si trova di fronte al problema della sofferenza, e voi non ignorate in quali terribili forme questa può talvolta presentarsi. Voi avete veduto malati resi immobili da anni, gravemente minorati nel corpo e nelle facoltà spirituali, sottoposti a lunghe e dolorose cure, di cui non si può spesso garantire il felice esito. Alcuni sono privi di famiglia e di amici, e lottano soli contro il male che li opprime, con penose alternative di speranza e di sconforto.

A questo punto avete provato nel fondo dell'animo vostro l'ardente brama di andare in loro soccorso, di alleviare la loro angoscia; avete sentito quell'impulso, che metteva in opera tutte le risorse della vostra generosità. Quale cosa più delicata che di non offendere una sensibilità già ferita, dalle percezioni raffinate, dai riflessi ravvivati; quei malati, talvolta impazienti o capricciosi, attendono di essere trattati con premura, di essere considerati non come casi specificati dalla natura del loro male, ma come persone viventi; chiedono che sia veramente compreso il loro stato e il loro affanno. Ora non si può negare che gli Ospedali presentano per la persona del malato il pericolo di cadere in una certa « anonimia. ». Le necessità della organizzazione impongono in larga misura l'uso di disposizioni generali, che non permettono di tener conto di tutti gli aspetti particolari. I servizi ospitalieri sono regolati da norme che definiscono le prestazioni di ciascuno; una volta queste adempiute, il medico o l'infermiere possono credere sinceramente di aver soddisfatto tutti i loro doveri. Tuttavia la vera carità mira più lungi del semplice obbligo; non si crede mai pienamente appagata; non si risparmia nel dono di sè stessa; indovina e previene i desideri di coloro a cui si dedica; sopporta pazientemente i loro difetti. Ecco ciò che da voi si domanda in realtà, di saper pensare ad altri, per poter portare loro un interesse e un affetto profondi.

Senza dubbio la partecipazione alle altrui pene, la commiserazione che si mostra all'afflitto, esigono un grande oblio di sè; obbligano a desistere da ogni indifferenza e da una certa insensibilità, che affievolisce a poco a poco la vivacità delle reazioni dinanzi a uno spettacolo doloroso, ma sempre simile. In tal guisa la vostra attività, lungi dal divenire una ripetizione di atti materiali più o meno meccanici, importerà la viva testimonianza di una presenza fraterna presso un essere sofferente, e vi costringerà a penetrare e a coltivare nel fondo di voi stessi ciò che vi è di migliore, di più umano e soprattutto di più cristiano.

Poichè — e su questo punto vorremmo particolarmente attirare la vostra attenzione — voi avete potuto certamente rilevare più volte la forza della fede cristiana e di una speranza che oltrepassa le visioni troppo ristrette di questo mondo. Il malato ben sente che gli appoggi umani a mano a mano gli sfuggono; che anche se è circondato, confortato, consolato, nessuno può giungere fino al più intimo di lui stesso, e che deve sopportare da sè solo il suo destino. Il vero soccorso non può venire che da Dio, dal Cristo crocifisso, che con la sua grazia sostiene ed eleva lo spirito e il cuore. È però ben difficile per chi non vi è stato preparato, di aprirsi alle verità liberatrici, di rinunziare ad ogni vana rivolta, di entrare nella concezione redentrice, ove la sofferenza è considerata come espiazione della colpa, partecipazione alla passione di Cristo e al suo potere salvifico. Cosi Gesù attende che anime devote, fedeli, vigili, trasmettano il suo messaggio, lo interpretino e lo facciano comprendere ed accettare. In tal guisa, diletti figli e figlie, un magnifica campo di apostolato si apre al vostro zelo, e Noi siamo sicuri che voi avete già sperimentato come la vostra professione consegue là il suo fine più alto e vi attinge la forza di continuare il suo arduo lavoro. Voi trovate al tempo stesso le più durevoli gioie e le consolazioni più intime nella coscienza di compiere un'opera, che nè il tempo nè la morte varranno a distruggere.

Affinchè il divino Consolatore vi comunichi l'unzione della sua grazia e faccia voi i messaggeri della sua celeste Provvidenza, accordiamo di tutto cuore a voi, ai vostri malati, a tutti coloro che vi sono cari, la Nostra paterna Apostolica Benedizione.


*Discorsi e Radiomessaggi di Sua Santità Pio XII, XVII,
 Diciassettesimo anno di Pontificato, 2 marzo 1955 - 1° marzo 1956, pp. 389 - 392
 Tipografia Poliglotta Vaticana

 

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