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DISCORSO DI SUA SANTITÀ PIO XII
AI PARROCI ED AI PREDICATORI
QUARESIMALISTI DI ROMA*

Sala Regia - Martedì, 5 marzo 1957

  

Vi diamo il Nostro benvenuto con paterno affetto, diletti figli, Parroci di Roma e Predicatori quaresimalisti, che, guidati dal Nostro Venerabile Fratello, l'amatissimo Signor Cardinale Vicario e dai solerti Vicegerenti, siete venuti a visitare il Padre Comune, per farlo partecipe delle vostre ansie, dei vostri dolori, delle vostre gioie, delle vostre speranze. A questo vostro filiale gesto Noi siamo soliti ogni anno di rispondere con parole di compiacimento per il lavoro compiuto, di conforto e di incoraggiamento per le opere che vi attendono.

La « sollecitudine di tutte le chiese » (2 Cor. 11, 28) non Ci impedisce di guardare Roma come la Chiesa dal Signore a Noi particolarmente affidata: essa è in cima dei Nostri pensieri, come è al centro dei Nostri affetti, delle Nostre premure. Perciò seguiamo personalmente il vostro lavoro, compiacendoCi dei copiosi frutti raccolti, esaminando le difficoltà che avete incontrate, additandovi — per quanto è possibile — le mete da conseguire e i mezzi da usare.

Quest'anno si compie il primo lustro da quando rivolgemmo una fervida Esortazione ai fedeli di Roma, e con essa della terra (Discorsi e Radiomessaggi vol. XIII, p. 469 e segg.). Roma — voi lo sapete — è città unica al mondo, non solo perché è qui la sede del Papato e il centro della cristianità, ma anche per i problemi che essa presenta, per la loro varietà, vastità e soprattutto complessità. Ma Noi non dubitavamo che voi, diletti figli, avreste risposto prontamente al Nostro invito e vi sareste messi all'opera con generosa dedizione. Eravamo certi che non avremmo fatto risuonare invano il Nostro « grido di risveglio » e che ogni luce, la quale si fosse accesa in Roma, avrebbe brillato sul mondo, e ogni esempio, che fosse partito dall'Urbe, avrebbe trascinato altre città e altre diocesi in ogni parte della terra.

Oggi, a cinque anni di distanza, dobbiamo esprimere a tutti voi il Nostro vivo compiacimento, la Nostra paterna gratitudine.

Poiché non è possibile di contare le lacrime che avete asciugate, le speranze che avete fatto rinascere, le armonie che avete ristabilite; nè è facile di conoscere gli ostacoli, che ognuno di voi ha dovuto superare, quando lo sconforto tentava di vincervi, la insensibilità di tanti buoni vi opprimeva, gli assalti dei cattivi vi stancavano. Eppure molto si è fatto, diletti figli. Si sono moltiplicate le chiese, le parrocchie; sono state costruite numerose cappelle là dove i fedeli non hanno ancora un parroco, ma vogliono ugualmente riunirsi per il catechismo, per la frequenza alla S. Messa festiva, per accostarsi ai SS. Sacramenti. Si sono allestiti numerosi campi sportivi, sono state aumentate le scuole elementari e secondarie; operano in varie parti di Roma i Centri zonali di cultura religiosa, e vi è, promettente e dinamica, tutta l'azione di coloro che dedicano le loro cure alla gioventù studentesca romana nella scuola e fuori della scuola. Ci ha procurato immensa gioia l'apprendere, per esempio, il numero e l'ardore con cui i giovani partecipano al Concorso Veritas; segno che gli insegnanti di religione, accuratamente scelti e assiduamente vigilati, hanno saputo ottenere dai giovani quello che tempo fa era ancora assolutamente imprevedibile.

Naturalmente la Nostra particolare riconoscenza va a coloro che hanno impartito le norme per l'impostazione del lavoro, a chi ha dato l'impulso per l'esecuzione, a chi ha saputo paternamente guidarvi, affinché, nel rispetto dell'obbedienza, voi poteste prendere tutte le intraprese utili per il bene di Roma. E come sarebbe ingiusto l'ignorare i buoni effetti ottenuti e misconoscere i generosi sforzi per conseguirli, così sarebbe pericoloso contentarsi di ciò che si è fatto, e non accettare volentieri le considerazioni e i consigli che venissero esposti o dati con retta intenzione e con animo paterno e fraterno. Roma è ancor lungi dall'essere come Dio la vuole, come Noi e voi la desideriamo. Guardate, per esempio, il quadro che essa offre allo sguardo di tutti con una crudezza impressionante: migliaia di romani continuano a chiamarsi cristiani e si stupiscono che la Chiesa si rifiuti di trattarli come i veri fedeli. Sono battezzati e professano la fede in Gesù Cristo, ma non obbediscono ai Pastori stabiliti da Lui e non osservano i suoi comandamenti. Infatti, nonostante le esplicite condanne della Chiesa, i molteplici avvertimenti e le accorate esortazioni, seguitano a sostenere che si può servire al tempo stesso Dio e il nemico di Dio; accade anzi talvolta che, messi nella necessità di scegliere, preferiscano di abbandonare la Chiesa, rimanere senza Sacramenti, in vita e perfino in punto di morte, pur di continuare a militare e a sostenere movimenti che vogliono la distruzione del Cristianesimo e attentano alla esistenza della stessa civiltà umana. Voi avete contato questi infelici vostri fratelli lontani; anche Noi li conosciamo e i loro nomi sono come scritti a carattere di fuoco nel Nostro cuore inquieto e angosciato.

Ma anche in un altro campo il volto di Roma Ci appare sfregiato nei suoi più puri lineamenti. Come voi ben sapete, il Concordato fra la Santa Sede e l'Italia (art. 1 capov. 2) prescrive che « in considerazione del carattere sacro della Città Eterna, sede vescovile del Sommo Pontefice, centro del mondo cattolico e meta di pellegrinaggi, il Governo italiano avrà cura di impedire in Roma tutto ciò che possa essere in contrasto col detto carattere ». Si può dire che tale è la sua presente condizione? Siamo dolenti di dover rispondere che no. Per citare un solo esempio; anche di recente un grande quotidiano, non sospetto di « clericalismo », in una corrispondenza da Roma descriveva a vivi colori due grandi manifesti murali volgarmente pornografici, che in quei giorni tappezzavano le principali vie di Roma; di uno dava anche le misure, largo forse sette metri, alto tre, la cui base toccava i marciapiedi. Chi potrebbe dire quali rovine di anime, specialmente giovanili, simili immagini provocano, quali impuri pensieri e sentimenti possono suscitare, quanto contribuiscano alla corruzione del popolo, con grave pregiudizio della stessa prosperità della Nazione, che ha bisogno di una gioventù sana, forte, educata alle più nobili aspirazioni della virtù! Aggiungete le riviste pornografiche esposte nei chioschi, il cinema immorale, e anche la televisione, che penetra fin nella intimità delle case e vi apporta non di rado — come Ci viene riferito — spettacoli audaci, atti a turbare profondamente le coscienze. Perciò —, nella scarsa aspettazione di avere altrove una difesa veramente efficace, massime dopo la pronunziata dichiarazione di illegittimità costituzionale di alcune precedenti norme —, occorre che, in tali casi, i cattolici di Roma difendano de sè i diritti della religione e del buon costume, e, — in unione con le altre oneste persone di ogni tendenza, ma pensose della moralità del popolo —, sollevino una energica protesta della pubblica opinione, la cui reazione, mostrando quale è veramente « il comune sentimento », imponga alle Autorità competenti di addivenire ai necessari provvedimenti. È un ufficio che affidiamo particolarmente a voi, predicatori e curatori di anime, e che vi meriterà la gratitudine di quanti vogliono il vero bene del buon popolo romano.

Per passare a un diverso argomento, non possiamo nascondervi la Nostra sollecitudine per la scarsezza del Clero in Roma. Si deve far distinzione fra il clero della Roma universale e quello della Roma diocesana. Nella prima, centro del mondo cattolico, vi sono i sacri Dicasteri, gli Istituti Pontifici nazionali ed internazionali, le Curie Generalizie. L'aiuto che può venire alla diocesi di Roma dal pur cospicuo numero di sacerdoti appartenenti alle suddette opere, sarà necessariamente ridotto e non continuo, a causa dei loro impegni di ufficio e di studio. La realtà è che Roma ha un urgente bisogno di sacerdoti e, mentre diventano sempre più rapidi l'incremento demografico e l'immigrazione, e aumentano le esigenze delle anime, resta inadeguata la somma dei giovani, che entrano in Seminario e ascendono all'altare.

Grande è il lavoro che vi attende, diletti figli, e Noi vi esortiamo a non perdervi d'animo, come vi raccomandiamo di considerare l'urgenza della vostra azione ordinata e coordinata.

Nel campo di Dio, che è il mondo, voi raccoglierete abbondanti frutti, se saprete preparare il terreno, se il seme sarà gettato abbondantemente e con senno, se la coltivazione sarà premurosa e costante, se la raccolta verrà fatta tempestivamente e con diligenza. Per portare il Nostro paterno consiglio ín questo faticoso lavoro, eccoCi a fare con voi alcuni istanti di meditazione sul campo che è il mondo, sul seme che è la parola di Dio, sull'agricoltore che è Dio stesso.

I° — « Ager est mundus» il campo è il mondo (Matth. 13, 38).

Vi è un mondo, corrotto e corruttore, perché impastato di male: « in maligno positus » (I Io. 5, 19). Questo mondo è stato ,dannato da Gesù: « nunc iudicium est mundi» (Io. 12,31), ma è vinto dalla sua forza onnipotente: « ego vici mundum » (Io. 16, 33). A questo mondo voi non appartenete, e perciò esso vi odia: « quia... de mundo non estis, sed ego elegi vos de mundo, propterea odit vos mundus » (Io. 15, 19). Con tale mondo voi non dovete mescolarvi, e meno ancora confondervi: non potete intrecciar dialoghi, scendere a patti, cercar compromessi; il suo principe è Satana: « princeps mundi huius » (Io. 14, 30) e con Satana non può esservi accordo.

Ma vi è uri altro mondo: il mondo che Dio ha amato: « Sic... Deus dilexit mundum » (Io. 3, 16); il mondo, nel quale Gesù, figlio di Dio, è stato mandato, non per condannarlo, ma affinché sia salvato per opera di lui: « non enim misit Deus filium suum in mundum, ut iudicet mundum, sed ut salvetur mundus per ipsum » (Io. 3, 17). Il mondo di cui Gesù è luce: « quamdiu sum in mundo, lux sum mundi » (Io. 9, 5); il mondo, cui il Pane, che è la carne di Gesù, dona la vita: « panis, quem ego dabo, caro mea est pro mundi vita » (Io. 6, 51).

In questo mondo, in questo campo, vi sono germogli che attendono di essere coltivati; piante che vogliono crescere e moltiplicarsi; frutti che devono essere raccolti. Vi è soprattutto un terreno che aspetta di essere seminato. In esso sono pronti i solchi, tracciati e scavati ín profondità dalle delusioni sofferte, dalle lacrime versate, dalla prepotente volontà che torni a fiorire la fede e a fruttificare la speranza. Vorremmo che prescindeste, diletti figli, in questo momento dalla strada che è oltre í confini, dai sassi che si possono incontrare nel campo stesso; vorremmo che non consideraste per ora í rovi e le spine che qua e là vi si trovano, ma soltanto il terreno buono: esso è molto, diletti figli, e attende, anche se inconsciamente, una abbondante semenza.

2° — « Semen est verbum Dei » la semente è la parola di Dio (Luc. 8, 11). É la parola che guida, che illumina, che dà la vita. Consci dell'urgente bisogno dei tempi, Noi cerchiamo di prodigarCi secondo le Nostre deboli forze, affinché chi viene a Noi, torni alla sua casa, alla sua officina, alla sua scuola, alla sua scienza, portando in cuore la certezza che solo Gesù può finalmente far rinascere nel mondo i fiori della speranza e i frutti della carità.

Noi vi esortiamo, diletti figli, a non darvi pace, a non concedervi tregua: ognuno di voi predichi questa sacra parola; ognuno di voi insista con costanza e ardimento, anche quando una falsa prudenza consiglierebbe di desistere; ognuno di voi si raccomandi, insista, se vi è bisogno, pazientemente. Noi vediamo — e gli uomini vedono — che cosa è accaduto, che cosa sta accadendo per essersi essi allontanati dalla sana dottrina, per aver chiesto a caso, a maestri secondo le proprie passioni, le verità da, credere e le norme da seguire (cfr. 2 Tim 4, 3). Rivolgetevi ai fanciulli, agli adolescenti, ai giovani, agli adulti: non trascurate alcun mezzo, non disprezzate alcun metodo. Oggi, come ai primi tempi, « non est aequum nos derelinquere verbum Dei » (Act. 6, 2). Dobbiamo proclamare alto, dobbiamo far risuonare con forza il monito di S. Paolo: « Fundamentum enim aliud nemo potest ponere praeter id quod positum est, quod est Christus Iesus » (1 Cor. 3,11). Porre altri fondamenti alla costruzione del mondo, significherebbe prepararne la rovina; gettare nel terreno altra semente che non sia Cristo Gesù, significherebbe trasformare in deserto il campo che è di Dio; significherebbe veder crescere accanto al buon grano la zizzania : che sembra amore, ed è odio; che sembra pace, ed è guerra; che sembra libertà, ed è licenza; che sembra giustizia, ed è sopraffazione; che sembra prudenza, ed è paura; che sembra coraggio, ed è imprudenza; che sembra previdenza, ed è diffidenza.

E qui vorremmo aggiungere una particolare raccomandazione per la assidua predicazione della parola di Dio durante la celebrazione della Santa Messa nelle domeniche. Noi non disconosciamo certamente il valore della grande, solenne predicazione in particolari circostanze, e ne è una chiara prova la gradita presenza, che qui volentieri salutiamo, dei predicatori quaresimalisti. Essa senza dubbio mantiene tutta la sua importanza, ma per la sua stessa natura è straordinaria ed eccezionale. I fedeli, quando è da attendersi una parola breve, ma ben ponderata, detta con profonda convinzione e che religiosamente edifica e arricchisce gli animi, sogliono trovarsi volentieri ad ascoltarla nelle domeniche e nei giorni festivi; il che non esclude che anche in quelle circostanze eccezionali, a cui abbiamo ora accennato, vi convengano, non di rado anzi in alto grado. Ma oltre a tale prontezza di accoglimento da parte dei fedeli, la comune predicazione domenicale presenta due note caratteristiche, che ne aumentano il valore: essa cioè, al tempo stesso, è una familiare e fiduciosa conversazione del parroco col gregge a lui affidato, ed inoltre avviene regolarmente ogni settimana e in ogni ricorrenza festiva. Questa regolarità dà a quella parola — sempre nella supposizione che essa venga dal cuore e vada ai cuori — una forza, che lentamente e quasi inavvertitamente, ma infallibilmente, esercita la sua efficacia.

3° — « Ager est mundus, semen est verbum Dei, Pater agricola est » (Io. 15, 1). L'agricoltore è Dio.

Questo Nostro invito, questa Nostra quasi accorata insistenza non deve farvi cadere in inganno quasi che da Noi e da voi dipenda in tutto, o almeno principalmente, la fioritura e la fruttificazione della vigna del Signore. Noi siamo cultura di Dio « Dei agricultura » (1 Cor. 3, 9), allo stesso modo che, pietre vive della sua Chiesa, siamo costruzione divina: « Dei aedificatio » (ibid.). Chi si limita ad osservare le apparenze, chi non penetra nella profondità delle realtà soprannaturali, può essere indotto a credere che quanto fiorisce nel giardino della Chiesa, e quanto fruttifica nel mondo, sia opera di uomini: uomini seminano, uomini irrigano, uomini potano, uomini coltivano. In realtà il vero seminatore, il vero irrigatore, il vero potatore, il vero coltivatore è Dio. « Pater meus agricola est », proclama Gesù. E San Paolo precisa: « Ego piantavi, Apollo rigavit; sed Deus incrementum dedit. Itaque neque qui plantat est aliquid, neque qui rìgat; sed qui incrementum dat Deus » (1 Cor. 3, 6-7). Che cosa sono dunque gli uomini che cosa siamo tutti noi, che cosa facciamo da noi? Senza Gesù nulla siamo, senza di Lui non possiamo far nulla: « sine me nihil potestis facere» (Io. 15, 5). Che cosa, invece, noi siamo con Lui? Che cosa possiamo fare uniti a Lui, avendo in noi, vivo, inabitante, operante, Gesù? Tutto. « Omnia possum in eo, qui me confortat » (Phil. 4, 13). Dunque non siamo noi autori delle opere apostoliche, ma strumenti di Dio, coltivatori del suo campo, dispensatorì della sua parola e della sua grazia: « dispensatores mysteriorum Dei » (1 Cor. 4, 1).

Se questo è vero, diletti figli, voi comprenderete appieno la necessità, per tutti coloro che vogliono operare nella vigna del Signore, di essere uniti strettissimamente a Lui, di identificarsi con Lui. Non è difficile immaginare quello che accadrebbe in Roma, quello che accadrebbe nel mondo, se tutti i sacerdoti si presentassero agli uomini « non in persuasibilibus humanae sapientiae verbis, sed in ostensione spiritus et virtutis » (1 Cor. 4, 1), cosicché la luce della fede, la fermezza della speranza e l'ardore della carità non derivino dalla sapienza degli uomini, ma dalla forza di Dio (cfr. ibid. 3). Se fosse in essi Gesù che prega, Gesù che predica, Gesù che soffre, Gesù che opera, chi potrebbe descrivere l'abbondanza delle acque che scorrerebbero per il mondo, e le piante che si moltiplicherebbero e l'incanto dei fiori e la bontà dei frutti? Possa Gesù far risplendere nella vostra mente l'incanto di questa luce e farvi sentire in cuore la forza di questa certezza! Possa Gesù divenire il dominatore assoluto delle vostre anime!


*Discorsi e Radiomessaggi di Sua Santità Pio XII, XIX,
Diciannovesimo anno di Pontificato, 2 marzo 1957 - 1° marzo 1958, pp. 5-7
Tipografia Poliglotta Vaticana;

A.A.S., vol. XXXXIX (1957), n. 4, pp. 208-215.

   

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