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CONCELEBRAZIONE EUCARISTICA PER RICORDARE,
AD UN MESE DI DISTANZA, LE VITTIME DEGLI ATTENTATI TERRORISTICI
NEGLI STATI UNITI D'AMERICA

OMELIA DEL CARDINALE VICARIO CAMILLO RUINI

Basilica di san Giovani in Laterano
Giovedý 11 ottobre 2001

Una parola di antica saggezza dice che davanti alla morte siamo tutti uguali, almeno nel senso che essa è il nostro comune destino e che quando essa sopraggiunge a nulla servono più, per nessuno, gli sforzi e i poteri umani. Eppure la morte può essere anche molto diversa, sia per coloro che ne sono direttamente colpiti sia per le persone a loro legate. Così, quella che più ci commuove è la morte che giunge improvvisa, nel pieno della vita. Il dolore e la pietà, il turbamento e anche l'ira diventano poi ancora più grandi, e quasi intollerabili, quando, come è accaduto l'11 settembre a New York e a Washington, la morte è frutto di una premeditata e arbitraria decisione umana, rivolta contro un numero grandissimo di persone, alle quali nulla si poteva concretamente imputare.

Degli attentati dell'11 settembre, dei loro effetti, implicazioni e motivazioni, giustamente tutti noi ogni giorno parliamo; anzi, da essi si sono già sprigionate moltissime conseguenze concrete, alcune delle quali terribilmente impegnative. Qui però, all'altare del Signore, la nostra parola e il nostro cuore si rivolgono in primo luogo alle persone stesse dei caduti, nella loro propria umanità solo apparentemente cancellata. Abbiamo ascoltato infatti le parole di una Sapienza non soltanto umana, che già prima di Gesù Cristo ci ha aiutato a guardare dentro e oltre il fosso della morte. "Le anime dei giusti sono nelle mani di Dio - dicono queste parole - nessun tormento le toccherà". E ancora: "Anche se agli occhi degli uomini subiscono castighi, la loro speranza è piena di immortalità".

Di fronte all'evidenza della morte e della distruzione queste parole possono forse risuonare dentro di noi come una generosa ma troppo fragile consolazione. E però altre parole, quelle che abbiamo ripetuto nel Salmo e che provengono dalla medesima Sapienza non soltanto umana, ci aiutano a comprendere meglio dove quella speranza di immortalità affonda le sue radici. Sono parole che da una parte riconoscono, anzi sottolineano la nostra piccolezza, il nostro nulla davanti a Dio: "O Signore, che cosa è l'uomo perché te ne ricordi, il figlio dell'uomo perché te ne curi?". Ma dall'altra parte rivelano senza esitazione il segreto della nostra nobiltà, il motivo per cui ciascuno di noi è prezioso davanti a Dio: "L'hai fatto poco meno degli angeli, di gloria e di onore lo hai coronato: gli hai dato potere sulle opere delle tue mani, tutto hai posto sotto i suoi piedi".

Quella che ci viene offerta non è dunque una speranza ingenua, è piuttosto una fiducia e un'attesa legata a quella domanda a cui nessuno può sfuggire, la domanda su noi stessi, sulla verità del nostro essere. Una domanda alla quale già diamo tutti, almeno implicitamente, una precisa risposta, quando affermiamo che ciascuna persona umana deve sempre essere trattata come un fine, e mai come un mezzo.

Alla luce della fede in Gesù Cristo sia questa domanda sia questa attesa acquistano una forza e una densità nuove. Perché nel bambino nato da Maria il Verbo eterno di Dio, uno con il Padre, ha unito per sempre a se stesso la nostra natura, innalzando l'uomo a una dignità assoluta; lasciandosi crocifiggere ha condiviso fino in fondo la vicenda sconfinata del dolore umano; risorgendo dai morti ci ha dato il segno che anche riguardo al nostro corpo la morte non avrà l'ultima parola.

È questo ciò che domandiamo, con ferma speranza e umile fiducia, a Dio nostro Padre per ciascuno di coloro che sono periti negli attentati dell'11 settembre e per chiunque, per qualsivoglia motivo, sia giunto al termine della propria esistenza terrena.

Ora, però, non possiamo evitare di volgere lo sguardo a noi stessi e lo facciamo lasciandoci interpellare dall'annuncio delle beatitudini, che abbiamo udito nel Vangelo. È un annuncio di apparente follia, tanto si innalza al di sopra di ogni misura umana, un annuncio che ci fa intuire quanto sia debole e infondata, di fronte alla santità di Dio, ogni pretesa di nostra autosufficienza morale.

Eppure è un annuncio che non ci umilia e non ci impaurisce, perché sentiamo che in esso si esprime l'amore di Colui che così non ha soltanto parlato, ma è anzitutto vissuto.

In realtà le beatitudini del Vangelo non intendono sostituirsi né alle leggi degli Stati né alle norme e ai criteri dei rapporti tra le nazioni. Ma non per questo esse sono meno efficaci, meno protese a tradursi in scelte di vita. Al contrario, esse hanno indicato a innumerevoli uomini e donne le vie di un coraggio radicale e di un amore senza frontiere e sono state attraverso i secoli il lievito che ha reso più autenticamente umane svariate civiltà e molte nazioni.

Perciò, Dio infinitamente grande e amico dell'uomo, in questo tempo gravido di minacce nel quale siamo tutti messi alla prova, sale a te con maggiore slancio la nostra preghiera, sostenuta e accompagnata dalla preghiera del Papa, spiritualmente presente con noi in questa sua Cattedrale.

Donaci, Signore, la forza morale per conservare intatta, anzi, per aumentare e purificare, nell'asprezza del confronto e nel dolore per il sangue versato, la capacità di comprendere, di amare e di perdonare. Fai, o Signore, che questo nostro mondo, sempre più piccolo e interdipendente nonostante le sue atroci divisioni, possa presto trovare le vie per costruire una pace e una solidarietà basate su più solidi fondamenti morali. Rendi, attraverso queste durissime prove, migliori e non peggiori i nostri cuori.

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