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GIUBILEO DEI GOVERNANTI E
DEI PARLAMENTARI
CONFERENZA STAMPA DI PRESENTAZIONE DELLA
PROCLAMAZIONE DA PARTE DEL SANTO PADRE DI SAN THOMAS
MORE A PATRONO DEI GOVERNANTI E DEI POLITICI
INTERVENTO DEL CARD. ROGER ETCHEGARAY
San Tommaso Moro o l’elogio della coscienza
All’approssimarsi del Giubileo di quanti hanno responsabilità
politiche, è un grande dono che Giovanni Paolo II offre loro, assegnando come
patrono celeste san Tommaso Moro: un patrono di così alta levatura, alla misura
di tutti quelli che debbono gestire la "cosa pubblica". Questo gesto
spirituale è stato suggerito al Papa da uomini e donne di ogni orizzonte
politico dei vari continenti. Tra i motivi che lo hanno fatto aderire alle loro
richieste, Giovanni Paolo II evidenzia: "E fu proprio nella difesa dei
diritti della coscienza che l’esempio di Tommaso Moro brillò di luce
intensa". Ed aggiunge che la sua iniziativa è "in piena sintonia con
lo spirito del Grande Giubileo, che ci immette nel terzo millennio
cristiano".
Quando il Papa Pio XI canonizzò Tommaso Moro nel 1935 (due anni
prima delle encicliche contro il nazional-socialismo e il comunismo), pronunciò
queste semplici parole: "Che uomo completo!", riprendendo d’altronde
la definizione che Erasmo dava del suo amico: "omnium horarum
hominem": "un uomo per tutte le ore".
Di fatto, brillante avvocato alla City di Londra, membro a 27
anni del Parlamento di cui divenne lo speaker, poi Lord Cancelliere del Regno,
primo laico ad assumere questa alta carica, Tommaso Moro ha affascinato i suoi
contemporanei di tutta l’Europa. Carlo V diceva che avrebbe preferito perdere
le migliori città del suo impero che essere privato di uno solo dei suoi
consigli. Figura centrale dell’umanesimo, riceve nella sua celebre casa di
Chelsea i grandi nomi del Rinascimento da Erasmo a Holbein il Giovane che fece
il suo ritratto. Autore della straordinaria "Utopia" coltiva le arti,
ma porta il cilicio. Uomo immerso negli affari pubblici, ma padre premuroso per
i suoi quattro figli e parrocchiano assiduo alla messa quotidiana. Vive con
pienezza il programma evangelico: essere nel mondo senza essere del mondo. Egli
assume il duplice ruolo di Marta e Maria. A 55 anni, al culmine della gloria e
del potere, dà le dimissioni. Per motivi di coscienza, per non chiudere gli
occhi su delle ingiustizie flagranti. Tre anni dopo, è in prigione per quindici
mesi durante i quali scrive il suo ultimo libro sulla Passione di Cristo, poi è
la decapitazione, per avere rifiutato con cortesia ma fermezza di cedere all’arbitrio
del suo Re che cercava di asservire la Chiesa allo Stato. Era il 6 luglio 1585.
La vigilia, nella sua ultima lettera ( scritta con il carbone di legna ) a sua
figlia Margaret, spiega perchè è felice di dare la vita quel 6 luglio: è l’ottava
della festa di san Pietro, "roccia" dell’unità romana che Enrico IV
aveva osato attaccare e, poi, è la vigilia della festa di san Thomas Becket, l’arcivescovo
di Canterbury martirizzato nella sua cattedrale nel XII secolo per la difesa
della libertà religiosa.
Salì i gradini del patibolo appoggiato al braccio del
luogotenente della Torre, dicendogli: "La prego, mi aiuti a salire; per
scendere, me la caverò da solo!"Quindici giorni prima della decapitazione
dell’uomo di Stato, un uomo di Chiesa aveva subito la stessa sorte, John
Fisher, vescovo di Rochester: oggi sono onorati insieme nel calendario dei
santi.
Tutti, gli anglicani come i cattolici, hanno visto in lui in
primo luogo non solo un santo ma un eroe della coscienza e un martire della
fede. E gli uomini politici, qualunque fosse la loro credenza o miscredenza, lo
hanno considerato come uno dei più grandi rappresentanti delle tradizioni
giuridiche di cui l’Inghilterra è, a buon diritto, molto fiera.
Giovanni Paolo II, proclamando ora Tommaso Moro patrono dei
governanti e dei politici, vuole ricordare loro la priorità assoluta di Dio
fino in seno agli affari pubblici. In un tempo di eclissi della coscienza, il
Papa mostra a noi tutti un uomo che ha preferito la morte alla vita per fedeltà
alla sua coscienza, a una coscienza che non ha cessato di illuminare alla luce
di Dio e dei consigli dei saggi, lontano da ogni fanatismo e soggettivismo. Non
è facile fare l’elogio della coscienza e testimoniare il suo valore supremo;
poiché essa esige cure costanti di formazione, di maturazione affinché l’uomo
vi scopra "la presenza di una legge che non si è dato da se stesso e alla
quale è tenuto ad ubbidire" (Gaudium et Spes", n. 16).
A leggere le lettere commoventi scritte in prigione da Tommaso
Moro, capiamo meglio fino a che punto l’obbligo di coscienza, che egli aveva
posto nei confronti di tutte le autorità prestabilite, emergesse dalla sua
santità.
A scoprirlo e ad imitarlo, ciascuno di noi si sentirà più uomo
perchè più chiamato alla santità, più libero perchè più distaccato da
tutto, più gioioso, perchè più amoroso verso tutti.
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