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L'ANNO DI GESÙ CRISTO Commissione
Pastorale-Missionaria
IL GRANDE GIUBILEO DEL 2000, LA RISCOPERTA DELLA
CATECHESI
Angelo Amato
Gesù il personaggio più conosciuto della storia
Ancora un grande ritratto di Gesù dominava a dicembre del 1996 la
copertina di "Time Magazine", la rivista più letta del
mondo. La didascalia, "Jesus Online" faceva riferimento al grande
flusso di notizie religiose che anima il mondo di Internet. Allo stesso
tempo suggeriva un fatto confortante: il frenetico mondo dei Mass Media viene
riscattato dalla sua apparente superficialità con il richiamo a Gesù,
essenziale riferimento spirituale dell'umanità.
Era comunque la seconda volta nel solo 1996 che Time Magazine
metteva in copertina il volto di Gesù, il personaggio più
conosciuto e più interpretato della storia. E' questo un fatto facilmente
constatabile consultando un qualsiasi catalogo di biblioteca. La bibliografia
riferita a "Gesù Cristo" è più ampia di qualsiasi
altra voce. Non si piò fare a meno di ricordare qui la profezia
dell'evangelista Giovanni che, concludendo il suo vangelo, scriveva: «Vi
sono ancora molte altre cose compiute da Gesù, che, se fossero scritte
una per una, penso che il mondo stesso non basterebbe a contenere i libri che si
dovrebbero scrivere» (Gv 21,25).
Ma il mondo non solo è pieno di libri su Gesù. Ci sono anche
dipinti, cattedrali, musiche ispirate al suo mistero e alla sua vita. Si pensi
alle icone orientali, dense di spiritualità, o ai magistrali volti di
Cristo bambino di Leonardo da Vinci, di Cristo crocifisso del Masaccio, di
Cristo risorto di Piero della Francesca, di Cristo giudice di Michelangelo. Il
volto e la storia di Gesù hanno segnato e continuano a segnare il volto e
la storia dei grandi artisti. Anche la musica ha dato il suo geniale contributo
alla lode di Gesù attraverso i suoi più ispirati esponenti: dal
canto gregoriano alle composizioni sacre di Monteverdi, Vivaldi, Mozart,
Shubert, Beethoven. Chi non ricorda con commozione il Messia di G.F.
Handel o il Magnificat di J.S. Bach?
Gesù, parola del Padre
Ma Gesù non ha ispirato solo gli artisti. Benedetto da Norcia,
Francesco d'Assisi, Domenico di Guzman, Caterina da Siena, Ignazio di Loyola,
Francesco di Sales, Giovanni Bosco, Teresa di Calcutta sono solo alcuni nomi di
quell'interminabile teoria di uomini e donne di ogni lingua e di ogni nazione
che hanno seguito Gesù, hanno testimoniato il suo vangelo e hanno
arricchito la storia con la loro benefica presenza. Come si spiega questo
fascino universale di Gesù, dal momento che egli visse in una regione
periferica come la Palestina e dal momento che la sua predicazione durò
solo pochissimi anni? qual è il segreto dell'efficacia della sua parola?
La risposta è semplice nella fede. Gesù è Figlio di Dio
e la sua parola è parola di vita eterna: «Dio infatti ha tanto amato
il mondo da dare il suo Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui
non muoia, ma abbia la vita eterna» (Gv 1,16). Ancora oggi i
cristiani ripetono con San Pietro: «Signore, da chi andremo? Tu hai parole
di vita eterna»(Gv 3,68).
Gesù, comunicatore esemplare
Gesù fu un'instancabile maestro, che insegnò con entusiasmo,
autorità ed efficacia: «Gesù percorreva tutte le città
e i villaggi, insegnando nelle loro sinagoghe, predicando la buona novella del
Regno, e curando ogni malattia ed infermità» (Mt 9,35). San
Luca ci trasmette una specie di diario di una giornata di apostolato di Gesù
a Cafarnao: è un susseguirsi di incontri, viaggi, miracoli, insegnamenti
(Cf Lc 4,31-44). Gesù ammaestra il popolo, guarisce un
indemoniato, risana la suocera di Simon Pietro e molti altri ammalati colpiti da
mali di ogni genere. Per ben due volte l'evangelista sottolinea lo stupore della
gente per l'autorità e la potenza manifestata dalle sue parole e dalle
sue opere.
L'evangelizzazione di Gesù fu un esempio di comunicazione "globale".
Egli infatti, insegnò con la parola, usando una molteplicità di
generi letterari, come discorsi brevi, parabole, detti sapienziali,
similitudini, parole unite ai fatti. Pagine immortali di questo suo insegnamento
sono, ad esempio, il discorso della montagna - programmatico per la comprensione
del cristianesimo (Mt 5,7) - con lo sconvolgente incipit delle
beatitudini (Mt 5,3-12); le parabole del buon Samaritano (Lc
10,30-37) e del figliol prodigo (Lc 15,11-32); il discorso sul giudizio
finale (Mt 25,31-46); il grande ammaestramento dato nell'ultima cena ai
discepoli (Gv 13-17). Da ciò prese ispirazione e forza la teoria
della non violenza del Mahatma Gandhi.
Gesù comunicò anche con i suoi atteggiamenti spesso
anticonvenzionali - non in continuità con la cultura religiosa e sociale
del tempo -, nei confronti soprattutto dei poveri, degli emarginati, degli
ammalati, dei bisognosi, dei nemici, degli stranieri, delle donne, dei bambini,
della legge, del tempio. Perdonò i peccatori, rispettò e onorò
le donne, accolse i piccoli, amò i suoi nemici, fu misericordioso con i
suoi discepoli che lo avevano rinnegato o abbandonato.
Gesù comunicò con i suoi gesti, i suoi silenzi, i suoi
sguardi. Anche il suo movimento spaziale divenne comunicazione salvifica. il
viaggio verso Gerusalemme aveva una precisa intenzionalità di rivelazione
e di compimento della sua missione redentiva: «Ecco, noi stiamo salendo a
Gerusalemme, e il figlio dell'uomo sarà consegnato ai sommi sacerdoti, e
agli scribi, che lo condanneranno a morte e lo consegneranno ai pagani perché
sia schernito e flagellato e crocifisso; ma il terzo giorno risusciterà»
(Mt 20,19).
La stessa chiamata dei discepoli alla sequela (Cf Mc 1,16-20 par.)
fu comunicazione di straordinarie verità religiose, ed esperienza di
condivisione di vita e di partecipazione agli stessi ideali apostolici. La
sequela, infatti, implicò nei discepoli comunione quotidiana "con
lui" (Mc 3,14; «si fermarono presso di lui», Gv 1,39)
nella predicazione, nella preghiera, nella gioia di miracoli straordinari (il
miracolo dell'acqua cambiata in vino alle nozze di Cana: Gv 2,2.11),
nell'intimità dell'ultima cena (Gv 13-17), nel dolore per la
morte di Lazzaro (Gv 11), per l'imminenza della passione nell'orto degli
ulivi (Gv 18), per la crocifissione (Gv 19,26-27). La vita e la
missione di Gesù diventarono la vita e la missione dei discepoli.
Nei tre anni della sua vita pubblica Gesù mise in atto un educazione
alla fede così totalizzante, che diventò una vera e propria osmosi
vitale. Attraverso questa intensa pedagogia, che raggiunse il suo punto di
estrema concentrazione e maturazione a Pasqua, egli comunicò e motivò
il contenuto essenziale della fede cristiana: La salvezza si raggiunge
nell'esperienza di comunione con lui e con il Padre nella carità dello
Spirito santo: «Se uno mi ama, osserverà la mia parola e il Padre
mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui»
(Gv 14,23).
La catechesi cristiana: Gesù è "il Signore"
A partire dalla Pasqua, gli apostoli e i discepoli fecero risuonare (di qui
il termine catechesi, dal greco katechéo, che significa "faccio
risuonare, in segno a viva voce") con straordinaria efficacia e dedizione
l'annuncio salvifico del loro Maestro. San Paolo, ad esempio, afferma: «Chi
viene catechizzato nella dottrina, faccia parte di quello che possiede a
chi lo catechizza» (Gal 6,6: il verbo viene usato due volte).
L'insegnamento di Gesù il Signore e il suo evento di morte e risurrezione
costituirono il contenuto del primo annuncio missionario e dei primi scritti
cristiani: «Se confesserai con la tua bocca che Gesù è il
Signore (...) sarai salvo»(1 Cor 13,3-5). Per questo evangeli non
sono altro che i catechismi della comunità cristiana degli inizi. La
catechesi fu intesa e vissuta come maturazione e comunicazione globale della
fede attraverso l'annuncio di Gesù ( kérygma), la
preghiera, la lode e l'azione sacramentale della Chiesa (leiturgìa,
eucharistìa), il servizio ai bisognosi (diakonìa), la
comunione con Dio e con i fratelli (koinonìa, ekklesìa),
la testimonianza anche suprema del martirio (martyrìa). La
catechesi postpasquale fu quindi globale come quella di Gesù.
Gesù Cristo, centro della catechesi
Anche oggi il centro della catechesi ecclesiale è Gesù Cristo.
Aprendo il Concilio Ecumenico Vaticano II (11 novembre 1962), Papa Giovanni
XXIII proclamò Gesù Cristo «centro della storia e della vita;
gli uomini o sono con lui e con la Chiesa sua e allora godono della luce, della
bontà, dell'ordine e della pace; oppure sono senza di Lui». E'
questa del resto la definizione della catechesi: «Col nome di catechesi fu
chiamato l'insieme degli sforzi intrapresi nella Chiesa per fare discepoli, per
aiutare gli uomini a credere che Gesù è il Figlio di Dio, affinché
mediante la fede, essi abbiano la vita nel suo nome, per educarli ed istruirli
in questa vita e costruire il corpo di Cristo» (Ct n.1).
Il cristocentrismo nella catechesi ha un duplice significato. Anzitutto
indica che Gesù Cristo è l'unico vero Maestro, per cui nella
catechesi bisogna insegnare solo la dottrina e la vita di Gesù (Ct
n.6-8). In secondo luogo, la catechesi pone al centro del suo annuncio la "persona"
stessa del Salvatore, il suo mistero di incarnazione, passione, morte e
risurrezione redentrice. Infatti la finalità ultima della catechesi è
di «mettere qualcuno non solo in contatto, ma in comunione, in intimità
con Gesù Cristo: egli solo può condurre all'amore del Padre nello
Spirito e può farci partecipare alla vita della santa Trinità»
(Ct n.5).
L'anno cristologico che stiamo vivendo è un invito alla riscoperta di
Gesù maestro di vita. Giovanni Paolo II si augura che questo primo anno
possa diventare il «momento favorevole per la riscoperta della catechesi
nel suo significato e valore originario di "insegnamento degli Apostoli"
(At 2,42), circa la persona di Gesù Cristo ed il suo mistero di
salvezza» (TMA n.42).
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