La Chiesa santa e la richiesta di
perdono dei cristiani - Rino Fisichella
"Gli uomini che compongono la Chiesa sono fatti dell'argilla di Adamo e
possono essere e spesso sono peccatori. La Chiesa è santa nelle
strutture, e può essere peccatrice nelle sue membra umane in cui si
realizza; è santa in cerca di santità
è santa in se
stessa, inferma negli uomini che le appartengono". Queste parole di Paolo
VI possono introdurci direttamente nella vexata quaestio che negli
ultimi mesi ha preso sempre di più proporzioni consistenti diventando
oggetto di discussione non solo tra i credenti, ma anche tra gli uomini di
cultura che di volta in volta si sono espressi nei quotidiani della stampa
internazionale.
A onor del vero, non sempre è stato colto il punto nodale della
problematica. Il rapporto tra santità della Chiesa e presenza in essa del
peccato è una questione che, per le forti connotazioni teologiche che
possiede, ha bisogno di una disanima molto accurata capace di entrare
all'interno di alcune distinzioni che il non addetto ai lavori difficilmente
riesce a seguire. Solo uno sguardo per nulla interessato alla questione
teologica e, forse con un pizzico di tendenziosità, può titolare "i
mea culpa della Chiesa", senza capire che una simile espressione è
carica di ambiguità e può condurre all'errore nella dottrina
cristiana e al fraintendimento dei fatti. Il vero problema non è il fatto
che la Chiesa chieda perdono; piuttosto, che la Chiesa santa accolga in sé
i peccatori che sono e rimangono figli suoi nonostante il peccato e questi la
Chiesa continua ad amare con sincerità nonostante la permanenza nel
peccato.
Lo scenario del Giubileo
Non sarà inutile, comunque, prima di affrontare più
direttamente la problematica teologica, cercare di verificare perché il
dibattito si è fatto oggi acceso e per quale motivo diversi fedeli si
sentono frastornati e incapaci di comprendere a fondo il perché devono
ogni volta chiedere perdono per colpe che loro non hanno commesso e senza
costatare la presenza almeno di una reciprocità in questo confessione;
dopotutto, quando si sbaglia la sapienza popolare vede giustamente che si è
sempre in due! Per comprendere meglio è necessario andare al contesto nel
quale si sviluppa questa tematica. Entriamo, quindi, nell'orizzonte del Giubileo
del 2000.
Il Giubileo nasce come momento peculiare di richiesta di perdono. Togliere
questa dimensione all'Anno santo equivarrebbe a distruggere il suo significato
primario. Uno sguardo anche velocissimo alla storia dei 25 Giubilei mostra con
incontestabile evidenza storica che l'Anno santo è sempre stato visto
come un momento particolare di grazia per la remissione dei peccati. Dalla prima
Bolla di Bonifacio VIII, Antiquorum habet fino all'ultima di Paolo VI,
Ad limina Apostolorum, è possibile verificare un comune
denominatore: la Chiesa concede l'indulgenza per il perdono della colpa dei suoi
figli. Perché questo avvenga è necessario che questi abbiano a
chiedere perdono dei propri peccati. Il contesto giubilare, pertanto, nasce, si
sviluppa e conserva in sé l'idea propria di un momento in cui la parola
più significativa è il perdono.
Nella sua lettera Tertio millennio adveniente Giovanni Paolo II non
solo ha conservato questo scenario, ma vi ha impresso un significato più
originale e certamente più impegnativo. La miscela di questi due elementi
che possiedono una forte carica profetica, ha determinato una maggior presa di
coscienza nei confronti di alcune sottolineature che il Papa ha voluto esprimere
nella sua lettera. Cosa dice esplicitamente Giovanni Paolo II? Il punto di
partenza rimane la tappa giubilare che, in questa occasione, corrisponde con
l'ingresso della Chiesa nel terzo millennio della sua storia. Certamente non si
deve enfatizzare più del dovuto la data, ma resta un fatto
inequivocabile: la Chiesa è chiamata a riflettere sulla sua storia e
sulla testimonianza di fede che in questo millennio ha dato al mondo: "E'
bene che la Chiesa imbocchi questo passaggio con la chiara coscienza di ciò
che ha vissuto nel corso degli ultimi dieci secoli. Essa non può varcare
la soglia del nuovo millennio senza spingere i suoi figli a purificarsi, nel
pentimento, da errori, infedeltà, incoerenze, ritardi" (tma 33).
Come si nota, il richiamo primo che viene fatto è prendere coscienza
della responsabilità che la Chiesa possiede nei confronti del mondo. Se
si vuole, è il richiamo alla missione stessa della Chiesa: essere "luce"
del mondo e "sale" della terra. E' in forza di questa responsabilità
che non può nascondersi "sotto il moggio", ma deve rimanere "in
cima alla montagna" per essere ben vista da tutti; alla stessa stregua, non
le è permesso perdere sapore, perché "se il sale perde il suo
sapore a null'altro serve che ad essere gettato via". La Chiesa, quindi,
deve avere sempre coscienza della sua missione; ci sono momenti, però, in
cui le è richiesto più da vicino di prenderne maggior
consapevolezza, per l'imporsi di alcune scadenze o per l'avvicendarsi di vicende
che la riguardano in prima persona.
Il primo momento richiesto, come si nota, è l'esame di coscienza.
In altre parole, il papa chiede che si abbia momento di silenzio, di
riflessione, di studio e di preghiera intensa per comprendere ciò che è
stata la nostra storia di testimonianza nel mondo. Questi anni di preparazione
al Giubileo rientrano nella sfera dell'esame di coscienza. Esso è previo
e indispensabile; non può essere identificato, quindi, tout court
né con un riconoscimento di colpa né con una richiesta di perdono.
Si è ancora nella fase della verifica per stabilire "se" vi è
stata colpa, "perché" vi è stata e "come" si è
concretizzata. Ciò che preme, in prima istanza, è che vengano
analizzati i fatti storici e si compia, innanzitutto, un giudizio storico serio
e conforme ai fatti. A partire da qui, si stabilirà come chiedere il
perdono. Mi sembra, comunque, importante fin d'ora esprimere un personale
giudizio in proposito. Se vi è stata colpa è giusto e doveroso che
si abbia anche a chiedere perdono. Questo richiede la nostra fede, anche se
l'atto può essere sottoposto a inevitabili strumentalizzazioni o
fraintendimenti. Il messaggio che viene dato e la testimonianza che si pone sarà
di gran lunga più forte ed efficace delle strumentalizzazioni.
Il dilemma della storia
Queste precisazioni aprono la strada ad un ulteriore problema che riguarda
la storia e la sua interpretazione. Inutile negare che il nostro secolo vive
alla luce della scoperta dell'importanza della storia. La storia è
il criterio per giudicare l'efficacia delle nostre scoperte e la loro valenza.
Pur nelle sue ambiguità e nei misteri che ancora permangono, sappiamo che
non si può aggirare la storia; bisogna affrontarla e confrontarsi con i
risultati sempre parziali che le scienze raggiungono. In questo caso, saremo
sempre dinanzi al conflitto tra il "fatto" e la sua "interpretazione",
e mai verrà meno la pretesa di chi vorrà imporre la sua lettura
prospettica come l'unica e certa verità dei fatti. La storia, tuttavia, è
bene non dimenticarlo mai, ha il volto del Giano bifronte: da una parte ride,
dall'altra piange; il bene e il male verranno sempre a contrapporsi e a
ritrovarsi insieme senza permettere una chiara visione degli eventi. Certo, lo
storico sarà chiamato, per usare un'espressione di Leone XIII, a "non
affermare niente di falso e a non passare sotto silenzio nulla di vero", ma
nonostante questo, siamo sempre figli di una precomprensione e mai pienamente
liberi da compromessi. Dinanzi a un fatto storico si rimarrà sempre e
solo con la conoscenza "per approssimazione" perché mai si
riuscirà a raggiungere la globalità degli atti che sono alla base
di eventi storici.
E' sufficiente un esempio "neutro" per verificare immediatamente
quanto si vuole descrivere. Se si parla di catacombe, la mente di tutti va
immediatamente ai luoghi dove i cristiani si rinchiudevano e nascondevano per
paura dei cattivi romani! Sappiamo benissimo che le catacombe non avevano mai
assolutamente svolto questo ruolo e che servivano solo come normali cimiteri per
la sepoltura dei cristiani. Se l'esempio passa al tema delle inquisizioni, il
passaggio non è più così innocuo. Chi pronuncia la parola
inquisizione pensa immediatamente ai roghi e alle streghe innocenti e
all'oscurantismo del medio evo
pur con tutta la buona volontà gli
storici avveduti e gli esperti del settore avranno ancora molto da lavorare per
modificare l'immaginario collettivo.
Gli esempi servono solo per spiegare la necessità di un serio esame
di coscienza che sia capace di arrivare a un giudizio storico sui fatti che
vengono considerati come "colpe" della Chiesa, in modo da verificare
se realmente l'interpretazione che viene data è coerente con i fatti come
si sono svolti. E' questo motivo che ha spinto la Commissione teologico-storica
del Giubileo a corrispondere alle indicazioni espresse da Giovanni Paolo II in
Tertio millennio adveniente, cercando di verificare avvenimenti che
riguardano la nostra storia: il rapporto con le nostre origini e il controverso
legame tra la verità e la carità.
Il perdono: parola cristiana
E' bene ora ritornare al tema più teologico che ha dato il via alla
nostra riflessione. Esso si compone di alcuni interrogativi che devono trovare
risposta: chi deve chiedere perdono? A chi si chiede perdono? Perché
chiedere perdono? Partire da quest'ultimo interrogativo potrà spianare la
strada.
Chiedere perdono per la Chiesa non è un atto lasciato alla buona
volontà dei singoli. E' un compito a cui essa deve assolvere in forza del
suo essere mediazione del perdono di Dio stesso per gli uomini. Ogni giorno,
d'altronde, la Chiesa chiede perdono ogni qual volta si accosta a celebrare il
momento culminante di tutta la sua esistenza sacramentale, l'Eucaristia, e ne ha
buon motivo. L'apostolo nella sua prima lettera ai Corinti ha una nota
significativa in proposito: "Non voglio infatti che ignoriate, fratelli,
che i nostri padri furono tutti sotto la nube, tutti attraversarono il mare,
tutti mangiarono lo stesso cibo spirituale, tutti bevvero la stessa bevanda
spirituale: bevevano, infatti, da una roccia spirituale che li accompagnava e
quella roccia era il Cristo. Ma della maggior parte di loro Dio non si
compiacque e perciò furono abbattuti nel deserto. Ora, ciò avvenne
come esempio per noi
e sono state scritte per ammonimento nostro" (1
Cor 10,1-11). Paolo mostra chiaramente la sua interpretazione della storia del
popolo antico: una storia di salvezza per l'intervento di Dio e, insieme, una
storia di peccato per le mancanze di fede. Egli, tuttavia, vede la presenza di
Cristo già nel deserto -"la roccia che li accompagnava era Cristo"-
ciò significa che per i cristiani quella storia diventa un ammonimento
per non commettere gli stessi errori e peccati. Se il nostro sguardo, però,
si posa su alcuni testi neotestamentari si nota subito che la prima comunità
non ha avuto timore nel riconoscere alcuni atteggiamenti di reale peccato: la
debolezza di Pietro e il suo tradimento, l'ambizione dei figli di Zebedeo,
l'incredulità di Tommaso, la menzogna di Anania e Saffira, le divisioni e
le gelosie nella comunità di Corinto per non dimenticare quanto viene
rimproverato nel libro dell'Apocalisse alle "sette Chiese"
La
Chiesa di sempre, dunque, conosce la sua storia e proprio perché confida
nella misericordia di Dio non ha timore di riconoscere il peccato dei suoi
figli; basti l'ammonimento di Paolo: "Non siate di scandalo ai Giudei e ai
Greci e alla comunità di Dio" (1 Cor 10,32). Lontano da noi,
pertanto, la tentazione tipicamente "romantica" di idealizzare la
comunità primitiva e la Chiesa dei primi secoli a scapito della Chiesa di
oggi. "Chiesa di martiri", "chiesa dei poveri", "chiesa
delle catacombe" sembrano a volte volersi contrapporre alla Chiesa di oggi.
Tentativo nefasto perché fino a oggi continua la stessa identica Chiesa
che, come nell'antichità porta nel suo seno santi e peccatori, giusti e
eretici, lapsi e martiri. Ma questa considerazione non basta.
Credo la Chiesa santa
Nella professione di fede affermiamo: "Credo la Chiesa una, santa,
cattolica e apostolica". Queste quattro "note" sono costitutive
per la definizione della Chiesa come "Chiesa di Cristo" e ne
permettono il suo riconoscimento presso tutti i battezzati. La santità è
stata la prima caratteristica da sempre riconosciuta alla Chiesa. Già a
partire dal II secolo nella Epistola Apostolorum troviamo la dizione: la
"santa Chiesa"; a partire da qui, i testi dei Padri ripetutamente e
incessantemente definiscono la Chiesa "santa", fino a raggiungere la
professione di fede nicena-costantinopolitana.
Il fondamento biblico di tale denominazione, d'altronde, non lascia dubbi in
proposito. Gesù, il "santo di Dio" è il centro della
nuova comunità scelta e consacrata per innalzare a Dio il vero culto
spirituale. Questa Chiesa è il "tempio santo di Dio" e la morte
di Cristo la rende santa e immacolata. I battezzati sono chiamati semplicemente
i "santi" per indicare la loro appartenenza a Dio e la consacrazione
avvenuta per mezzo dell'acqua battesimale. La celebrazione dell'eucaristia
evidenziava presso tutti i credenti lo stato di santità a cui
partecipavano e a cui erano chiamati; situazione talmente vera da obbligare
l'apostolo a scrivere di compiere un serio esame di coscienza prima di
accostarsi alla celebrazione del banchetto (1 Cor 11, 30-32).
La santità della Chiesa è fondata per la presenza e l'azione
in lei dello Spirito Santo. E', dunque, santità originale che non trova
analogia alcuna nella storia precedente, è oggettiva, piena, fonte e
sorgente di ogni altra santità personale che in essa nasce e si sviluppa.
Se la Chiesa non fosse santa non potrebbe proclamare "santi" coloro
che danno testimonianza di vera vita evangelica. La storia della Chiesa,
pertanto, è anzitutto e prima di tutto una storia di santità. Non è
possibile soprassedere e misconoscere questa dimensione senza equivocare i testi
sacri e duemila anni di storia della Chiesa. Se la Chiesa è santa,
allora, non può per sua natura peccare né avere peccati. Qui si
pone, allora, un altro problema che si deve affrontare: la presenza dei
peccatori.
Il concilio ha ripetutamente espresso questo concetto. Alcuni testi sono
espliciti in proposito anche se in alcuni momenti sembrano creare contrasto tra
loro. Basti il riferimento a "La Chiesa il cui mistero è esposto dal
sacro concilio è per fede creduta indefettibilmente santa" del
numero 39 di Lumen gentium con il n. 48 della stessa costituzione: "La
Chiesa è insignita di vera santità già qui sulla terra,
anche se in modo imperfetto". Le due espressioni riportano al celebre testo
spesso frainteso di Lumen gentium 8: "La Chiesa santa e insieme
sempre bisognosa di purificazione". Queste espressioni ci riportano
immediatamente a dover considerare chi sia la Chiesa. Solo in questo orizzonte
diventa chiaro il senso che il concilio intende dare alle precedenti
affermazioni.
Non stoneranno, dunque, alcune parole sulla natura della Chiesa. La Chiesa è
un mistero sacramentale. Questo termine indica la sua reale natura e la sua
costituzione: essa possiede in se stessa una parte visibile che rimanda a una
realtà invisibile: "La Chiesa è in Cristo come un sacramento"
è con queste parole che si apre la costituzione Lumen gentium. Ciò
che si deve superare descrivendo la Chiesa è il pericolo sempre sotteso
di un dualismo che vorrebbe vedere da una parte una Chiesa visibile e dall'altra
una Chiesa invisibile. Non è così. La Chiesa è una
e insieme visibile e invisibile: "non si devono considerare come
due cose diverse, ma formano una sola e complessa realtà risultante di un
duplice elemento, umano e divino" (LG 8). La sua natura sacramentale è
ciò che le permette di offrirsi al mondo e agli uomini nella sua concreta
visibilità e a partire da qui rimandare alla dimensione invisibile che le
appartiene e che la costituisce come Corpo di Cristo.
Noi vediamo la Chiesa visibile e ne vediamo il suo sviluppo nella storia e
mediante le vicende della storia. E' così che la Chiesa viene a contatto
con i diversi popoli e culture, che si "adatta" ad essi e che assume
da queste strutture le forme stesse attraverso le quali organizza la sua vita.
In questa sua visibilità vengono a confluire le esistenze di quanti sono
battezzati e che formano a pieno titolo la Chiesa di Cristo. Qui la storia
mostra il suo volto: una storia di santità e una storia di peccati.
Inutile negarlo. Piaccia o no, la nostra storia è disseminata di vite di
santi e beati e di esistenze lacerate dal peccato. D'altronde, nessuno di noi
dimentichi la condanna dell'errore donatista che voleva i membri della
Chiesa come di soli puri e solo santi. Le parabole che Gesù ha raccontato
in proposito sia riguardo la crescita nello stesso campo del grano e della
zizzania o del pescatore che nella sua rete raccoglie pesci buoni e cattivi, non
dovrebbe farci dimenticare la realtà a cui apparteniamo e ciò che
noi personalmente siamo. Solo in Maria, alla fine, noi possiamo vedere
realizzato e compiuto ciò che per noi è ancora un cammino da
percorrere.
La necessaria purificazione
E' in forza di questa dimensione, comunque, che la Chiesa vive anche una
storia di purificazione che è insieme una storia di misericordia e di
perdono. Siamo "santi" in forza del battesimo, ma siamo chiamati a "essere
perfetti come il Padre celeste" (Mt 5,48). Siamo amati, ma spesso prevale
in noi il rifiuto dell'amore per voler gestire la nostra esistenza alla luce di
una nostra visione del mondo, volgendo le spalle a Dio e vedendo solo noi
stessi. Siamo chiamati a vivere "come si conviene ai santi" (Ef 5,3),
ma spesso non portiamo i frutti dello Spirito bensì le opere della carne
(cf. Gal 5,19-26). Ha ragione, dunque, l'apostolo Giacomo quando ci ricorda che
"tutti noi manchiamo/pecchiamo in molte cose" (Gc 3,2); per questo
nella preghiera che Gesù ci ha insegnato, chiediamo ogni giorno: "Rimetti
a noi i nostri debiti". Basti, come una conclusione, la citazione del p. de
Lubac: "Quando i primi secoli cristiani, adottando un termine biblico e
paolino, hanno parlato della "Chiesa dei santi" non hanno forgiato il
concetto orgoglioso di una Chiesa, grande o piccola, formata esclusivamente di
puri; come quando parlavano della "Chiesa celeste", essi non
misconoscevano affatto le condizioni della sua esistenza sulla terra
affermavano con questo che tutti coloro che sono entrati nella Chiesa sono stati
consacrati da Dio. Essi testimoniavano la loro fede nei frutti del battesimo ed
esprimevano la loro convinzione che tutta la vita del cristiano, che è "santa
per chiamata divina, deve esserne il logico sviluppo. Essi proclamavano che la
condizione cristiana obbliga alla santità
essi sapevano benissimo
che la Chiesa, in se stessa è "senza peccato", essa non è
mai, nei suoi membri, "senza peccatori" (Meditazioni sulla Chiesa,
70-71).
Il peccato, pertanto, pur lasciandoci ancorati alla santità
battesimale, non ci permette di rimanere nella carità di Cristo e,
quindi, allontana da noi la grazia che aiuta a crescere nella santità (grazia
santificante). E' proprio questa dimensione che tocca anche la Chiesa. Come
c'è una forza mistica che tiene uniti nella grazia e nell'amore, così
si riflette sulla Chiesa e nella Chiesa il peccato dei suoi figli. Questo le
impone la purificazione perché non ancora pienamente santa nei suoi
membri. Direi che su questo scenario si comprende il termine di "adombramento"
della santità della Chiesa. La vita di peccato dei suoi figli, che
rimangono figli della Chiesa sempre e fino alla fine dei tempi, oscura la santità
della Chiesa presso tutti coloro che possono conoscere la Chiesa solo nella sua
realtà visibile. Il mio peccato impedisce che si passi a cogliere
l'invisibilità di santità e grazia che la Chiesa possiede.
Possiamo giungere, da queste considerazioni, a una prima conclusione: chi
pecca è sempre e solo il singolo credente e del suo peccato porta il peso
della colpa e della responsabilità. Nessuno può sostituirsi al
singolo peccatore nell'impegno di riconoscere la colpa e chiedere perdono. Egli,
però, è sempre figlio della Chiesa anche se peccatore. Nella
nostra visione di fede, egli non è mai lasciato solo a se stesso e con il
peso del proprio peccato. La Chiesa, per questo, "si fa carico del peccato
dei suoi figli" e a nome loro chiede perdono. Essa lo può e lo deve
fare, perché è il luogo della riconciliazione tra Dio e gli
uomini. Nessuno può accedere al perdono di Dio da solo; ognuno lo riceve
sempre e solo mediante la mediazione della Chiesa. Ciò che si pone in
atto con la richiesta di perdono è, quindi, l'opera di mediazione che la
Chiesa compie; questa le è stata affidata da Cristo: è la sua
missione peculiare che deve svolgere in questa storia e da cui non può
esimersi pena il non essere più Chiesa di Cristo. Ciò comporta,
comunque, che si distingua tra "chiedere perdono" ed essere "responsabile
per la colpa". Si deve ricordare che non necessariamente chi chiede perdono
è responsabile della colpa. Mio figlio potrebbe rompere i vetri della
finestra del mio vicino e creare un grave danno. Io padre chiedo scusa al mio
vicino per lui e gli pago i debiti, ma non sono colpevole del gesto di mio
figlio. La Chiesa, pertanto, è santa e senza peccato, ma forte della sua
missione prende su di sé il peccato dei suoi figli senza esserne mai
colpevole e invoca il perdono.
Qui nasce l'equivoco e non viene colta la differenza sostanziale che esiste
a livello teologico. Molto dipende dal cattivo uso con cui impieghiamo il nostro
linguaggio, senza l'accortezza di verificare il valore semantico che possiede.
E' sufficiente entrare in chiesa e compiere una preghiera per dire che "sono
andato a messa", oppure aver parlato con un sacerdote e concludere "mi
sono confessato"
La Chiesa compie un "esame di coscienza" e
si fa "carico del peccato dei suoi figli" e subito si dice che la
Chiesa "chiede perdono per i suoi peccati". L'ambiguità del
nostro parlare è spesso alla fonte dei fraintendimenti e lascia il fianco
scoperto a quanti vogliono giocare e portare discredito più che
dibattere e creare cultura.
La Chiesa santa, allora, chiede perdono. In prima istanza a Dio. Il peccato è
sempre rifiuto della sua paternità e della sua vita di grazia. Quando la
Chiesa chiede perdono deve per prima cosa rivolgere la sua preghiera al Padre
perché solo lui è fonte del perdono e solo il suo amore è
stato negato. Ma c'è un secondo soggetto a cui si deve chiedere perdono
ed è la Chiesa stessa. Nessuna contraddizione in questo: gli uomini di
Chiesa chiedono perdono alla Chiesa per averne oscurato la santità con la
loro controtestimonianza. Questo non è un elemento secondario nel momento
in cui si attesta il carattere sacramentale della Chiesa. Le forme di "scandalo"
(tma 33) che abbiamo dato hanno impedito di accostarsi alla santità della
Chiesa e hanno creato ostacolo alla sua missione di evangelizzazione nel mondo.
Di questo bisogna prendere atto e chiedere perdono. Infine, si chiede perdono
anche agli uomini che con le nostre azioni sono stati offesi. Non si può
chiedere perdono a Dio che non si vede e rifiutare di farlo verso il fratello
che si vede e verso cui ci si è resi colpevoli.
A questo punto molti invocheranno la reciprocità, ma inutilmente. La
visione cristiana del perdono sgorga come conseguenza ultima dell'amore. Solo
chi ama davvero arriva fino al perdono, cioè fino a dimenticare l'offesa
ricevuta. L'amore cristiano non vive della reciprocità, ma del puro
donarsi senza nulla pretendere in cambio. Questo è l'amore che si lascia
inchiodare sulla croce per puro amore, sapendo che mai si sarebbe possibile di
ricambiare nell'intensità. Questo amore diventa paradigma di ogni amore
credente in cui l'oblatività non è un accessorio, ma la natura
stessa. Di conseguenza, anche il perdono vive della stessa unilateralità.
Il passaggio del testimone
Ha ragione Giovanni Paolo II, comunque, quando scrive: "Riconoscere i
cedimenti di ieri è atto di lealtà e di coraggio che ci aiuta a
rafforzare la nostra fede, rendendoci avvertiti e pronti ad affrontare le
tentazioni e le difficoltà d'oggi" (tma 33). La confessione del
proprio peccato, infine, è per i credenti testimonianza di gioia per il
perdono. La conversione è pur sempre momento del ritorno al Padre e,
quindi, di esperienza della sua misericordia e del suo amore. Esperienza a cui
tutti sono chiamati almeno per sperimentare la gioia della speranza. Spiace, a
questo punto, constatare che alcuni passaggi della Lettera apostolica Tertio
Millennio Adveniente siano stati dimenticati dagli osservatori. In prima
istanza, infatti, il Santo Padre chiede che a fare l'esame di coscienza siano
anzitutto i responsabili delle nazioni: "Dopo il 1989 sono emersi, però,
'nuovi pericoli e nuove minacce'. Nei Paesi dell'ex blocco orientale, dopo la
caduta del comunismo, è apparso il grave rischio dei nazionalismi, come
mostrano purtroppo le vicende dei Balcani e di altre aree vicine. Ciò
costringe le nazioni europee ad un serio 'esame di coscienza', nel
riconoscimento di colpe ed errori storicamente commessi, in campo economico e
politico, nei riguardi di nazioni i cui diritti sono stati sistematicamente
violati dagli imperialismi sia del secolo scorso che del presente" (tma
27). Questo passaggio non mi sembra che abbia mai trovato una eco presso quanti
si sono impegnati a rincorrere le colpe dei cristiani, chiedendo a gran voce che
la Chiesa riconosca le sue colpe. E' sintomatico che questi personaggi non
provino almeno un po' di imbarazzo dinanzi a simili manomissioni dei testi. Ad
ognuno, comunque, le sue responsabilità
La richiesta di perdono per gli errori del passato, comunque, non deve far
perdere di vista ai cristiani la vita del presente. Purificare la memoria
equivale a raggiungere una verità che provoca a vivere conformemente con
essa il presente. Lo sguardo del credente deve essere rivolto anche alle diverse
zone d'ombra che offuscano il nostro tempo: l'indifferenza religiosa, il
relativismo etico, il secolarismo, la ricezione dell'insegnamento del concilio
Vaticano II, le diverse forme di emarginazione e di ingiustizia, la violazione
dei diritti fondamentali delle persone
l'elenco potrebbe essere facilmente
allungato. Ciò che preme considerare è se la nostra mancanza di
impegno possa corrispondere a una oggettiva responsabilità per il
dilagarsi di culture che non hanno più alcun riscontro con la nostra
fede.
Nei prossimi mesi, durante la celebrazione del Giubileo, che per sua natura
richiama in primo luogo alla gioia per la conversione e il perdono dei peccati,
penso che il Papa potrà compiere un gesto di grande valore significativo
riguardo la necessità del perdono. Giovanni Paolo II non è
estraneo a porre gesti di grande spessore profetico; ne ha compiuti già
diversi nel corso del pontificato e ognuno di essi ha suscitato sempre
meraviglia. La fede, dunque, è ancora capace di stupire e aprire a sempre
nuova conoscenza. Un segno profetico, d'altronde, è sempre criterio di
discernimento, ma insieme segno di contraddizione. Più che mai esso è
sottoposto alla critica e all'incomprensione di chi preferisce rimanere chiuso
in se stesso e rifiuta di aprirsi al nuovo. La sfida, pertanto, è rivolta
a chiunque voglia vivere, ancora oggi, la bella avventura cristiana, frutto
della grazia e della decisione personale. Il millennio che ci sta dinanzi non
invoca l'impegno delle future generazioni, chiede in modo impellente che noi
oggi abbiamo a raccogliere la testimonianza di fede del passato e, rinvigorita
dallo Spirito, la possiamo presentare come un vero testimone nella staffetta
della storia che corre incontro al Signore, "unico salvatore del mondo ieri
oggi e sempre".