"E VOI, CHI DITE CHE IO SIA?"
«DATEMI UN PUNTO D'APPOGGIO...»
Sabino M. Palumbieri
«E voi, chi dite che io sia?». Che è quanto dire: per
te, che da sempre godi del dono della mia familiarità, chi sono Io?
Il direttore della rivista «Tertium Millennium» mi ha sollecitato ad
una risposta quanto più possibile personalizzata. Ci proverò.
Come servizio. Come confessio laudis.
Il Signore Gesù è per me Colui davanti al quale
vedevo, quando ero piccolo, che mio padre ogni giorno si inginocchiava prima di
recarsi a scuola, per poi riceverlo nell'Eucaristia. E nella mia logica di
bambino pensavo: «Se il babbo, che è così grande, si
inginocchia davanti a Lui, dev'essere infinitamente bello questo Gesù»
E poi cominciai anch'io, accanto al babbo, a ricevere ogni giorno la santa
Comunione.
Il Signore Gesù è per me Colui il cui amore funzionò
sul mio cuore di adolescente come la calamita vincente. Grazie alla felice
unione dei miei genitori, spontaneamente si affacciava al mio sguardo il
progetto di una bella famiglia futura, ma ad un certo punto vinse il magnetismo
più forte di una sequela radicale.
Il Signore Gesù è per me Colui che mi diede il dono di
riscoprirlo a ventiquattro anni, dopo una profonda crisi del significato
esistenziale di ogni uomo, a causa della prospettiva della morte che mi pareva
rendesse insignificante ogni impresa. Potevo imboccare la strada di Leopardi.
Imboccai, invece, quella della Pasqua. Molto contribuì l'ausilio del
Servo di Dio don Giuseppe Quadrio, insigne Maestro e Amico incomparabile. E fu
la svolta. Fu la scelta decisiva. A che serve - mi chiedevo durante la crisi -
la corsa della vita, se poi essa deve concludersi nell'abisso? «Il nulla
annulla», mi ricordava Heidegger. È, la vita, un intervallo tra due
notti eterne?
Stavo ratificando delle scelte contro corrente. Urgeva rivedere le
fondamenta della mia fede in Dio e della mia fiducia nel valore della vita. La
fede è un ossequio ragionevole, sia pure iper-razionale. Ma non
può essere irrazionale. Un'autoillusione continuata sarebbe risultata
come una follia procurata. Tuttavia, nessuna filosofia mi dava risposte
adeguate. Nessuna ideologia colmava la mia vita. Mi rimisi sulle tracce dei
Vangeli non come letture scontate, bensì come libri storici
caratterizzati da un originale tipo di storicità. Andai subito al loro
DNA: le esperienze pasquali. Mi soffermai sui narratori, sullo stile di
realismo del racconto senza mai indulgenza allo spettacolare. Non riferivano se
non esperienze dirette o direttamente attinte da gente abituata al ruvido delle
reti, al conteggio dei pesci, alle cose di ogni giorno non accettate se
prima non accertate. Pietro dirà a Cesarea, in casa del Centurione: «Gesù
si è manifestato ai testimoni prescelti da Dio, cioè a noi, che
abbiamo mangiato e bevuto con Lui, dopo che fu risuscitato dai morti
(Atti 10,41). Questa dichiarazione la trovavo documentata nei dettagli
impressionanti nel brano del vangelo di Luca successivo al racconto di Emmaus.
Esso registra la pedagogia finissima del Cristo risorto, che visita i suoi
seguaci nel cenacolo mentre essi sono sotto la sensazione di terrore nel «vedere
un fantasma» (Lc 24,37). Gesù li porta piano piano
all'accettazione della sua reale presenza e consistenza anche corporea. Usa il
verbo pselapháo (pizzicare). Rimasi quasi spiazzato. Questa
espressione fu quasi folgorante, Mi spazzò ogni dubbio di interpretazione
metaforica. «Palpatemi e osservate: un fantasma non ha né carne né
ossa, come vedete che invece ho io» (Lc 24,39). E poi, a conferma,
chiede qualcosa da mangiare. Concludevo: il Risorto non è un fantasma.
Dunque, la risurrezione non è un mito. Il bello del cristianesimo
qui diventa vero: l'autentica veri-fica del messaggio.
Fu, per me, come un ritoccare le piaghe ed esclamare con Tommaso: «Tu
sei il mio Signore. Tu sei il mio Dio» (Gv 20,28). Se è il
mio Dio - pensavo - è il Signore della mia mente: devo dunque fidarmi di
Lui. Egli è la verità. Se è il mio Dio, è il Signore
del mio cuore. Egli è la mia vita. Devo dunque lasciarmi amare e amarlo
con tutto l'essere. Se è il mio Dio, è il Signore del mio cammino.
È dunque il mio significato. Con il Risorto, io so perché
vivo. Con Lui, io so per chi vivo.
Da allora, Gesù risorto non fu più per me la statuina di gesso
con la bandiera del trionfo, ma l'Amore vivente. Non un monumento visitabile, ma
una presenza adorabile. E la vita si ricaricò di significati. La corsa
riacquistò una meta. E fu così che, nonostante la mia miseria,
accettai di avanzare verso di Lui che mi consegnava il potere di consacrare e di
assolvere, di essere dispensatore della grazia pasquale nella sua Chiesa.
Questi sentimenti mi riesplosero nel cuore dopo anni, quando visitai, con
amici a cui predicavo esercizi itineranti, il santo Sepolcro a Gerusalemme. Fu
come una grande sensazione di approdo a casa. Scrissi allora un giornale di
bordo dell'anima: Sulle tracce di Gesù di Nazareth. E titolai
questo momento di grazia: Presso la casa mia.
Sono qui, presso la tomba vuota. / Sono qui nel centro della storia. / Sono
qui col cuore gonfio: / qui è la Pasqua, sempre. / Sono arrivato dopo
anni a casa. / Casa è luogo dove tu respiri. / E solo qui si respira
pienamente. / Solo qui si spera fondatamente / che la morte è veramente
morta / e la vita è definitivamente viva. / Queto sepolcro di vita / è
la vera casa mia. / La casa dei miei sogni più grandi. / La casa dei miei
significati più veri. / Penso a tutti i sepolcri senza nome / che hanno
ingoiato le speranze senza fine. / E so, sul fondamento di questa pietra /
dissuggellata dall'interno, / contro ogni attesa e pretesa / che ormai ogni
sepolcro è fecondo di vita / e diventa la culla di una nuova creatura.
La riscoperta di Gesù risorto, come punto di riferimento e di
rifornimento dello homo viator, dà anche la chiave di
lettura della storia globale. Essa sarebbe stata infausta, se quella tomba
avesse continuato a trattenere il Giusto seppellito. L'ultima parola sarebbe
rimasta quella del nulla e non dell'essere, delle tenebre e non della luce.
Questo assurdo, piantato nel cuore della storia, avrebbe reso assurda tutta la
storia. E così sarebbero stati irredenti gli assurdi degli innocenti che
soffrono e degli oppressi dei sotterranei della storia, mai ammessi a vedere la
luce. Viceversa, grazie alla risurrezione che Paolo chiama dynamis (Fil
3,10), ci si sente impegnati a lottare contro ogni forma di male, a servizio
specialmente della libertà, della giustizia, della pace, per gli ultimi
della terra, ai quali il Messia dichiara di annunciare in forma privilegiata la
lieta notizia (cf. Lc 5,18). Grazie alla risurrezione, la storia non è
più sotto l'egida di un destino, bensì sotto lo stimolo di
una destinazione.
La centralità della risurrezione non è trionfalismo. Non è
l'attenuazione drogata delle tragedie del mondo. Non è uno snobbare la
croce, bensì un evidenziarne l'approdo. Cristo non si è
fermato al venerdì. La sua stazione di arrivo è il terzo
giorno. Il Golgota è tappa indispensabile, ma tappa. È la
sottolineatura che ogni dolore ha uno sbocco. Che la sofferenza non è un
urlo di agonia, ma un travaglio di parto. Come il venerdì santo è
l'epifania di un amore di un Dio non crocifiggente l'uomo, ma crocifisso per
l'uomo, così il terzo giorno è la prova della fecondità
di questo amore totale. La passione e la morte stimolano la carità
come risposta: amore con amore si paga. La risurrezione suscita la speranza
e accentua la presenza del senso direzionale, perché c'è
l'approdo. La speranza non è che l'amore che si protende. E che attende
il compimento. Oggi il mondo è asfittico, perché privo
della speranza, che è il respiro della storia.
Il Signore Gesù è per me Colui che ha continuato a
sorreggermi nelle mie indefinite insufficienze, per farmi annunciare Lui
vivente. E vivo perché è risorto. Nessun buddista crede che Buddha
sia vivo. Nessun islamico lo crede di Maometto. Essi possono entrare in contatto
con la forza del messaggio pur tanto valido, ma mai presumere di poterlo fare
con la persona integrale vivente. Personalmente - grazie a questa svolta di fede
- ho potuto continuamente annunciare il Risorto e così proporre, come
diceva Paolo VI, il cristianesimo come gioia, come tensione continua a superare
lo stallo di un dolore senza sbocco.
Il Signore Gesù è per me Colui che mi ha fatto
incontrare sul mio cammino centinaia di fratelli e di sorelle, giovani e adulti,
perché insieme facessimo memoria di questo prodigio centrale che è
la risurrezione dalla morte in una comunità in cammino. In essa è
stata imbastita, per grazia sua, una forma nuova di pietà popolare. È
la Via lucis, prosieguo fisiologico della Via crucis, che ormai
va diffondendosi nei cinque continenti. Momenti di grazia speciale sono stati la
sua celebrazione a Gerusalemme, a Mosca, sul suolo dei martiri delle catacombe
di san Callisto. Tanti sofferenti e lungodegenti mi scrivono dicendo che fanno
ogni giorno una stazione della Via lucis, traendone forza, gioia e pace.
Così anche comunità molto povere del Madagascar, del Brasile, del
Perù. Non si tratta di abolire la Via crucis, che è lo
specchio dei dolori dei calvari senza fine del mondo. Si tratta soltanto di
completarla con la Via lucis, che è lo specchio delle speranze
del mondo, specialmente dei suoi più autentici titolari, i poveri.
Il Signore Gesù è per me Colui che mi ha fatto
incontrare Alfonso, Fabio ed Elenio, fratelli di sangue e di comune calvario,
nonché Davide e Patrizia, e tantissimi altri giovani come loro provati a
vita. E lo irradiano come testimoni credibili nella gioia, pur fra le spine di
un terribile quotidiano. La spiritualità pasquale si verifica soprattutto
nel mondo della sofferenza. I suoi rappresentanti, nella misura in cui
assimilano le vitamine della pasqua, sono quelli che cantano con tutta la loro
vita l'acclamazione eucaristica: «Annunciamo la tua morte nella nostra
carne, proclamiamo la tua risurrezione nella nostra pace».
Il Signore Gesù è per me Colui che mi ha fatto
raccogliere da Silvia, ventiquattrenne prossima alle nozze, improvvisamente
trovatasi davanti al muro della morte per una galoppante leucemia, questo
messaggio: «Il Signore mi ha preso tra le braccia, mi ha consolata, mi ha
fatto capire che non è importante che io viva o che io muoia perché
qualsiasi cosa accada nel grande disegno di Dio sarà la cosa giusta. Non
voglio sapere perché proprio a me. Gli dico: io mi fido di Te, Signore.
Io mi affido a Te, Signore. Io confido in Te, Signore».
Ed Elena, un'altra ragazza diciannovenne, autentica testimone del Risorto, a
me che l'assistevo nelle ultime ore lasciò questo messaggio: «Bella è
la vita che sto lasciando. Più bella è la Super-vita che sto
aspettando».
E Alfredo, un venticinquenne atleta del trampolino, immobilizzato per una
caduta che poi lo portò alla tomba, dopo un itinerario di riscoperta
pasquale mi diceva: «Non pregare più per me, ma prega per coloro che
ancora non hanno capito che Gesù è risorto».
Il Signore Gesù è per me Colui che mi ha offerto il
dono dell'incontro frequente con Madre Teresa, nei cui occhi ho visto crepitare
la fiamma di un amore investito in servizio. E mi ha fatto incontrare con i
poveri delle sue tante opere sparse in Italia. E, ancora, con i suoi
collaboratori laici, ai quali lei ha voluto che mensilmente porgessi un
messaggio formativo sull'amore, ma i quali mi offrono continuamente il magistero
di una gratuità senza riserve.
Il Signore Gesù è per me Colui che si fa incontrare in
tanti giovani, miei allievi nella scuola, miei maestri nella vita. Quante volte,
a contatto con alcuni di loro, volontari entusiasti e pieni di spirito di
sacrificio, soprattutto se perseveranti in un cammino vocazionale radicale, mi
ritrovo a pregare così: «Congratulazioni, Signore Gesù, hai
fatto ancora centro. Attiri a te in forma così totale anche i figli di
questa generazione edonista e consumista. Sei proprio risorto. Sei proprio vivo.
Un morto non affascina. Sei proprio grande, Signore Gesù. Colpisci
ancora. E vai diritto al centro. Che, secondo la tua creazione, è il
cuore dell'uomo. Niente arriva al cuore - diceva Goethe - se non parte veramente
da un cuore. La chiamata ad un amore radicale ha come sua fonte Te, cuore del
mondo.
Il Signore Gesù è per me il Leitmotiv della
mia vita, che testimoniai a due brigatisti rossi dissociati, già da me
visitati nel carcere dopo che avevano letto un mio libro sulla speranza.
Vollero, poi, restituirmi la visita in una pausa consentita loro dalla legge.
Qui mi chiesero: «Ora che siamo diventati amici, dicci: ma perché
hai fatto questa scelta di vita?». Non avrei mai pensato, nei giorni del
terrore, di parlare della mia ragione di vita, che è Cristo, a due
rappresentanti di quello schieramento per un intero pomeriggio.
Il Signore Gesù è, dunque, il salvatore. È
il significato. È la salvezza. Egli ti prende. Ti
comprende. Soprattutto ti sorprende ogni giorno. Basta dialogare con Lui con
immensa fiducia.
Il Signore Gesù è Colui che ci offre un'icona della
vita umana ed è la strada di Emmaus. Qui procediamo oggi quasi
schiacciati sotto il peso delle nostre tristezze. E abbiamo in mano il nostro
biglietto di andata verso il paesello della monotonia ove il verbo sperare si
coniuga al passato: è il tempo di coloro che sono segnati dalla
rassegnazione. Che è come una morbida disperazione. Il Risorto ci dà
in mano il suo biglietto di ritorno verso Gerusalemme. Qui, il verbo
sperare si apre al futuro, qualunque sia la nostra condizione. Egli ci cambia
dentro, anche se fuori tutto resta intatto. Egli opera il trapianto del
suo sguardo nel nostro apparato visivo. Ci dà un'ottica nuovo. Ci dà,
soprattutto, il sensorio nuovo.
Emmaus è crocevia tra la rassegnazione dell'uomo e il rilancio di
Dio. Emmaus è là, dove i passi stanchi degli uomini si incrociano
con quelli luminosi del Risorto. Emmaus è là, dove tutto diventa
nuovo. Ma ad una condizione: che si abbia il coraggio di dire: «Resta con
noi, Signore, perché si fa sera». È la sera del mio dubbio
della mente. È la sera della mia ansia del cuore. È la sera del
mio peso su me stesso. Il dirgli con sincerità «Resta con noi»
significa decidere di accoglierlo in tutte le forme in cui Lui arriva: nelle
spoglie del piccolo e del povero, del solo e del triste, dell'umiliato e dello
schiacciato. Solo a questa condizione i nostri occhi si apriranno nella frazione
del pane (cf. Lc 24,31) Cioè, solo allora le nostre eucaristie
raggiungeranno il loro pieno obiettivo. Gli diremo, dunque: «Resta con noi,
Signore: ti daremo una casa. Ti daremo un piatto. Ti daremo il calore. Ti daremo
l'amore».
Chi è, dunque, Gesù per me? È il vivente. Perché
è il Risorto. È la leva che fa sollevare il mondo: il
microcosmo della mia esistenza e il macrocosmo della storia dell'universo. Come
mi sono ritrovato nelle parole di Dietrich Bonhoeffer che scriveva dal carcere
poco prima di morire, parlando della risurrezione. «Qui c'è la
risposta al principio di Archimede: dammi un punto d'appoggio e io solleverò
il mondo. Se un po' di persone lo credessero veramente e si lasciassero guidare
da questo nel loro agire terreno, molte cose cambierebbero. Vivere partendo
dalla risurrezione: questo significa Pasqua». Gesù è
l'Emmanuele sicuro dei nostri quotidiani incerti.
Per tutti è l'imprescindibile dalla storia: i presupposti di
ogni civiltà sono i cardini del suo messaggio (Perché non
possiamo non dirci cristiani?, di Benedetto Croce). Per i credenti è
l'indispensabile alla vita. È, cioè, il pane per la nostra
fame. È la luce per la nostra mente. È l'amore per il nostro
cuore. È la vita per le nostre morti: da quelle quotidiane all'interno
dell'esistenza a quella definitiva del capolinea. Il Risorto è la
risposta alle nostre domande. Ed è la domanda ad ogni nostra risposta.
Noi siamo la debolezza. Lui è la fortezza.
Noi siamo
l'incostanza. Lui è la perseveranza.
Noi siamo la notte. Lui è
la luce.
Nonostante tutto, noi siamo la stasi. Al di sopra di tutto, Lui è
la Pasqua.