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Quale
pastorale del lavoro per l'Italia
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Fernando Charrier
La
pastorale sociale e del lavoro, nel suo continuo impegno di animazione, di
studio e di coordinamento si propone per l’anno giubilare di dare vita ad una
verifica del cammino percorso in questi venticinque anni di vita dell’Ufficio
per i problemi sociali e il lavoro in vista dell’estensione dei compiti ad
esso fin ad oggi affidati. Una rivisitazione storica dei compiti, del metodo e
delle attività dell’ufficio di pastorale impone di ripercorrere le tappe
dalla sua fondazione sino a oggi, dando rilievo agli eventi che lo hanno
caratterizzato dal suo inizio; richiede, inoltre, che si pongano in risalto sia
i contenuti faticosamente individuati sia la ricaduta di questi sulle Comunità
diocesane e parrocchiali e sulle Aggregazioni laicali di evangelizzazione che di
impegno sociale. Ogni attività pastorale che, per natura sua, si adegua alla
linea metodologica del Vangelo, ha l’obbligo di verificare di tanto in tanto
il suo cammino per appurare la sua fedeltà al mandato di evangelizzare e per
aggiornarsi alla luce dei mutamenti che in campo culturale e sociale emergono
con una velocità sorprendente. Il Giubileo, come tempo di grazia e di
conversione, offre una provvidenziale occasione per una tale verifica; e, al
tempo stesso, stimola le Chiese locali nelle loro articolazioni e le
Aggregazioni laicali ad ulteriore e proficuo impegno perché la pastorale
sociale e del lavoro si radichi sempre più e possa essere valido mezzo per
evangelizzare la presente società marcata dal lavoro e dai fattori economici e
politici. Porre, così, Cristo Signore al centro il quale “non solo ha
proclamato, ma prima di tutto ha compiuto con l’opera il Vangelo a lui
affidato, la parola dell’eterna Sapienza” (cfr. LE n. 26). I primi passi di
questo cammino di evangelizzazione sono stati rivolti a conoscere, alla luce del
“progetto di Dio” la “fondamentale verità sul lavoro” e il suo impatto
sull’uomo, la famiglia e la società. Conoscere il valore e la collocazione
del lavoro nella vita dell’uomo, la sua importanza come “diritto-dovere”
è imprescindibile, se si vuol operare pastoralmente con risultati concreti; non
si deve dimenticare che bisogna non solo conoscere il Vangelo, ma anche essere
“scientificamente competenti, tecnicamente capaci, professionalmente
esperti” (PT n. 77) per incidere sulla cultura e sulla vita dell’uomo,
dando, così, compiutezza all’evangelizzazione. Il momento cosiddetto
sociologico non è estraneo al momento dell’annuncio evangelico: il Signore
stesso che ci ha chiamati ad annunciare la “buona novella” oggi e nel mondo
sociale e del lavoro, ci sollecita ad essere semplici come le colombe e prudenti
come i serpenti (cfr. Mt 10, 14), cioè a conoscere gli uomini di oggi e la loro
vita, la società e la sua cultura e le sue tendenze, e non come spettatori ma
come coloro che condividono difficoltà e aspirazioni. Nel considerare il lavoro
come “luogo” di evangelizzazione, si è scoperto l’influsso che su di esso
hanno l’economia e la politica; ci si è convinti, in conseguenza di ciò, che
bisognava dare spazio anche a queste altre due dimensioni della vita privata e
sociale. Tale è la ragione che ha spinto ad affidare all’ufficio anche questi
“problemi sociali”. Ma la missione affidata alla Chiesa non è d’ordine
temporale, ma spirituale; è chiamata ed inviata, infatti, ad annunciare la
parola di Dio; come l’apostolo Paolo anche noi affermiamo: “Annunziare il
Vangelo non è per me un vanto; infatti è una necessità che mi si impone: guai
a me se non annunzio il Vangelo!” (1 Cor 9, 16). Al dovere di conoscere e di
condividere si associa, perciò, quello di evangelizzare. Di questo comando del
Signore tutti siamo convinti; anzi lo riteniamo il compito primario a noi
affidato; ciò che, tuttavia, ci pone difficoltà è il “come
evangelizzare”. Nell’attuale società complessa e pluralista, e per di più
investita dal fenomeno della “globalizzazione” che non risparmia ambito del
vivere umano, trovare la metodologia e lo strumento che renda il Vangelo
appetibile all’uomo e alla sua cultura, è opera ardua. Forse la via è porre
all’uomo d’oggi le domande fondamentali della vita quali il senso
dell’esistenza umana, le ragioni per le quali si è in questo mondo, il motivo
del dolore e della gioia, il significato del futuro, ecc. Anzi pare necessario
spingere l’uomo stesso a porsi tali domande in modo da poter offrire le
risposte soddisfacenti e razionali che vengono solo dall’unico e universale
salvatore: Gesù Cristo. Questo cammino ce lo propone il Giubileo del
duemillesimo dalla nascita di Gesù; cammino di interiorizzazione, al di là di
tutte le esteriorità proposte o temute dai mass media, poiché dal cuore
dell’uomo “provengono propositi malvagi, omicidi, adulteri, impurità,
furti, false testimonianze, calunnie” (Mt 15, 19). Di qui la presenza di
strutture di peccato, cioè “la somma dei fattori negativi, che agiscono in
senso contrario ad una vera coscienza del bene comune universale e
all’esigenza di favorirlo” (SRS n. 36). La metodologia deve tener presente
anche questa realtà collettiva. I tre documenti in preparazione ai giubilei
rispettivamente degli artigiani il 19 di marzo, dei lavoratori dipendenti, degli
imprenditori e dirigenti, degli uomini della finanza, della cooperazione e del
commercio il 1° di maggio e dei lavoratori della terra e della custodia del
creato il 12 di novembre, sono un valido aiuto per comprendere come gli
appuntamenti giubilari non sono, e non possono essere, solo delle celebrazioni;
si richiede una vera e propria “contemplazione”, così espressa dal Papa:
“Sì, cari Fratelli e Sorelle, diciamolo ad alta voce, con vera convinzione
del cuore: non c’è rinnovamento, anche sociale, che non parta dalla
contemplazione. L’incontro con Dio nella preghiera immette nelle pieghe della
storia una forza misteriosa che tocca i cuori, l’induce alla conversione e al
rinnovamento, e proprio in questo diventa una potente forza storica di
trasformazione delle strutture sociali (Palermo, 23 novembre 1995). Un Giubileo
di contemplazione; e, quindi, una pastorale di contemplazione al fine di entrare
nel cuore dell’uomo ed aiutarlo ad interiorizzare anche la sua esperienza
lavorativa. I cinque sussidi per l’evangelizzazione dei lavoratori del mondo
rurale, dei lavoratori dipendenti, dei lavoratori artigiani e della piccola
impresa, dei lavoratori delle pubbliche amministrazioni e degli imprenditori e
dirigenti, offrono itinerari e iniziative per una educazione e una formazione
personale e sociale a partire dalla loro esperienza lavorativa e dalla vita
concreta di ogni giorno; ed aiutarli ad essere essi stessi evangelizzatori come
auspicava Pio XI: “I primi e immediati apostoli degli operai, devono esser gli
operai; industriali e commercianti gli apostoli degli industriali e degli uomini
di commercio” (QA n. 141). Per la pastorale sociale e del lavoro si apre oggi
una nuova stagione; non solo perché verrà ampliato il campo del suo agire
dovendosi far carico dell’encomiabile attività della “Commissione Giustizia
e pace” e dell’attenzione alla “salvaguardia del creato”, quanto perché
le novità in campo economico e del mondo del lavoro aprono capitoli fin ad oggi
impensabili. Il convegno “La questione lavoro oggi: nuove frontiere
dell’evangelizzazione” ha rilevato il grande cambiamento che sta emergendo
nei rapporti tra uomo e lavoro, e tra lavoro e società; cambiamenti che esigono
una nuova e più immediata esegesi di ciò che sta avvenendo per “tradurre
l’annuncio del Vangelo in discernimento, orientamento e stimolo in relazione
alle realtà del lavoro e le sue problematiche”. In una parola, aprire la
tensione a discernere il presente per intuire il futuro del lavoro; orientare la
Chiesa italiana con linee di azione pastorale appropriate alle nuove realtà;
stimolare la Comunità cristiana a dare sempre maggior attenzione al lavoro
perché ogni uomo lo accolga con “il significato che esso ha agli occhi di
Dio” (LE n. 24), e si convinca che Cristo Signore “guarda con amore il
lavoro, le sue diverse manifestazioni, vedendo in ciascuna una linea particolare
della somiglianza dell’uomo con Dio, Creatore e Padre” (ib. n. 26).
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