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Il Giubileo Viaggio nella Storia 1350

Alle origini del secondo Giubileo della storia del cristianesimo vi sono circostanze che rimandano al primo. Bonifacio VIII proclamò il primo Giubileo, non di sua iniziativa, ma per venire incontro alle aspettative  e alle speranze dei romani e dei pellegrini; Clemente VI,  lo fece per soddisfare le aspettative del popolo romano. Clemente VI (Pietro Roger, incoronato pontefice in Avignone il 19 maggio 1342),  pochi mesi dopo la sua elezione,  ricevette  ad Avignone  l'ambasciata dei Romani, composta di 18 membri e capeggiata da due senatori, Stefano Colonna il Giovane e Bertoldo Orsini, e da Iacopo,  precettore di Santo Spirito, i quali avevano ricevuto  l'incarico di rendere il rituale omaggio al neo eletto pontefice offrendogli i titoli di "senatore, sindaco, capitano e difensore del popolo romano”. All'epoca Roma, priva della presenza del romano pontefice, stava vivendo un grande disagio sia dal lato spirituale, sia sotto l'aspetto economico. Gli ambasciatori se ne fecero portavoce presso Clemente VI  provando,  "per dodici rascioni, che esso era tenuto de venire a visitare lo suo vescovato,  la citate romana"; e una di queste ragioni era la concessione del "quinquagesimo iubileo in Roma, generale remissione de' peccati, pena et colpa alli pentuti et  confessi".  Anche Francesco Petrarca si fece portavoce degli stessi sentimenti e in una sua epistola metrica, rivolta al papa Clemente VI, così faceva parlare la stessa città di Roma: "Concedi adunque quel che Roma piangendo e in ginocchio ti chiede. E quando tutti i regni della terra invieranno a Roma schiere di pellegrini e accorreranno le città intere a visitare le soglie dei santuari e a rivedere la madre desiderosa di riabbracciare i figlioli, allora mi parrà di stringere al seno anche il mio signore [Clemente VI] sebbene lontano, come sposa che vedendo presso di sé i figli, nella lontananza del marito, li stringe al petto e sospira, tacendo il suo desiderio. E consolerò me e la casa triste contemplando quelli dei quali siamo entrambi genitori e allevierò l'amarezza di quanto ho perduto attenuando la tristezza con la gioia". Caratteristica dell’esegesi allegorica è la convinzione che nella Scrittura nulla è casuale e anche i numeri del testo biblico hanno un significato ben preciso. Per i Padri della Chiesa il numero della remissione e dell’indulgenza è cinquanta. Scrive Origene, scrittore cristiano greco del III secolo:“che il numero cinquanta abbia un senso nascosto di remissione e di indulgenza, lo abbiamo mostrato spesso e diffusamente in molti passi della Scrittura. Infatti è il cinquantesimo anno ad essere chiamato Giubileo, nel quale si ha la remissione dellle proprietà, dei debiti e degli schiavi (Lv 25, 10). Inoltre il cinquantesimo giorno dopo la pasqua è tramandato nella Legge come festivo (Lv 23, 15). Ma anche il Signore nel Vangelo, illustrando la parola della remissione e dell’indulgenza, dice che i debitori che mette in scena erano colpevoli uno di cinquanta, l’altro di cinquecento denari (Lc 7, 41). Cinquanta e cinquecento sono numeri legati da parentela;  infatti cinquanta decine fanno cinquecento. Ma anche per un altro verso questo numero possiede un senso misterioso: se infatti si aggiunge il completamento di una sola unità a sette settimane, si ottengono cinquanta giorni. Parimenti se si aggiunge la perfezione di una sola decina a settanta settimane,  si ottengono cinquecento giorni (Omelie sui Numeri, 5, 2, 2). L’intervallo di cento anni, stabilito da Bonifacio VIII per indire il Giubileo, non tovava  dunque conforto nella tradizione giudaica, dove l’anno della remissione aveva  una scadenza cinquantennale, né teneva conto della brevità della vita umana: per non privare intere generazioni dell'indulgenza giubilare, era giusto che il pontefice indicesse per il 1350 un nuovo Giubileo. Furono queste motivazioni,  suggerite dall’esegesi allegorica della Scrittura e dall’indubbio vantaggio per le anime, che spinsero Clemente VI, derogando a quanto aveva stabilito Bonifacio VIII,  a decretare che il Giubileo non avesse più una scadenza secolare,  ma fosse ogni cinquant'anni;  lo fece il 27 gennaio 1343,  aggiungendo alla visita delle basiliche di S. Pietro e di S. Paolo anche quella di S. Giovanni in Laterano. La bolla, data in Avignone il 27 gennaio 1343, fu però pubblicata solo molto più tardi, quando fu incorporata nella lettera circolare inviata il 18 agosto 1349 per l'indizione del Giubileo a 50 arcivescovi  e, tramite loro, ai rispettivi suffraganei; da qui il gemipunctus al posto dei nomi dell'arcivescovo e della sua diocesi. In apertura della circolare il pontefice dichiara che egli da tempo -cioè almeno sei anni- aveva  ritenuto di dover ridurre a cinquant'anni  la concessione del pienissimo perdono dei peccati,  l'indulgenza che Bonifacio VIII aveva promulgato per il Giubileo del 1300 e che, ferme restando le modalità per ottenere detta indulgenza, aveva  esteso la visita anche alla basilica del Laterano,  allora detta del Santissimo Salvatore e di San Giovanni. Segue quindi il testo della bolla ‘Unigentius Dei filius’. Nell'arenga si fa un lungo preambolo su Cristo Redentore, fonte dell'indulgenza la quale viene dispensata da Pietro e dai suoi vicari. E' questa la dottrina del merito di cui non fa cenno la bolla di Bonifacio VIII. Alla base di questo Giubileo, come del primo, sta il motivo devozionale: la remissione completa della pena viene concessa “perché possa crescere la pietà del popolo romano e di tutti i fedeli”; tuttavia Clemente VI introduce una novità rispetto al Centesimo, operando uno stretto legame tra il Giubileo ebraico (Lv 25, 10)  e il nuovo Giubileo, pur con la continuità e la diversità fra i due Testamenti. Quello che Bonifacio VIII chiamò Centesimo ora è indicato con il solo nome di Giubileo e dovrà celebrarsi ogni cinquantesimo anno. Intenzione di Clemente VI è quella di alimentare la devozione a san Pietro in un momento particolare della vita della Chiesa. E' in questo contesto che va letta l'aggiunta, fra le condizioni per l'acquisto dell'indulgenza, della basilica Lateranense,  dandone giustificazioni non di ordine ecclesiologico -S. Giovanni era la cattedrale di Roma e quindi l'ecclesia per eccellenza del pontefice- ma devozionale.  A S. Giovanni, papa Silvestro I (314-337), stando alla Legenda sancti Silvestri,  rigenerò l'imperatore Costantino "rinato nel fonte battesimale e mondato dal contagio della lebbra". Inoltre, sulle pareti di questa basilica, eretta da Costantino in onore del Salvatore e consacrata dallo stesso papa Silvestro, "apparve visibilmente, per la prima volta, a tutto il popolo romano un'immagine dipinta del predetto Salvatore". Da ciò si evince che il Giubileo rimaneva pur sempre un fatto devozionale.  Si aggiunga che tale era stato il fascino di questa jerofania da spingere Nicolò IV (1288-92) a  far apporre, mezzo secolo prima, un’epigrafe, sul mosaico absidale di S. Giovanni, a perpetua  memoria. I pellegrini, da parte loro, partecipavano all'indulgenza nella misura in cui, confessati e pentiti dei loro peccati,  adempivano le visite prescritte: i romani erano tenuti a visitare le basiliche di S. Pietro, S. Paolo e S. Giovanni una volta al giorno, per un periodo di trenta giorni; mentre per  i pellegrini venuti da fuori erano sufficienti quindici giorni. In forza poi della "plenitudo apostolicae potestatis" il pontefice estese l'indulgenza a quanti, per impedimento, non potevano assolvere totalmente alle visite d'obbligo, e persino ai pellegrini mai giunti a Roma, perché morti durante il viaggio. A ritardare la pubblicazione era stato Cola di Rienzo, uno dei diciotto membri della delegazione romana ad Avignone, il quale peraltro, tornato a Roma, aveva esortato i Romani a prepararsi al Giubileo: "Romani, egli diceva, voi non avete pace. Le vostre terre non si arano. Per buona fede che lo Giubileo si approssima; voi non siete provveduti dell'annona e delle vettovaglie e se accumulare derrate e se la gente che verrà a Roma al Giubileo, vi trovarà sforniti, le pietre porterà a Roma per rabbia di fame. Le pietre per tanta moltitudine non basteranno". Ma quando nel 1347 Cola divenne tribuno del popolo romano e governò da padrone la città mettendosi in  urto coi nobili e col clero, Clemente scrisse al suo legato che non avrebbe pubblicato le lettere del Giubileo se i cittadini non avessero abbandonato il loro capo rientrando nell'obbedienza alla Chiesa. Questa minaccia e altre ragioni provocarono l'insurrezione contro Cola. Subito dopo tutta l'Europa fu percorsa dal terribile flagello della peste costituendo un forte ostacolo agli spostamenti collettivi e alle riunioni delle folle a motivo del contagio. E tuttavia il pontefice il 18 agosto 1349 pubblicò la bolla del Giubileo. Neppure un mese dopo, il 9 settembre 1349,  un disastroso terremoto - il più grande che la storia di Roma ricordi- devastò una vasta area dell'Italia centro-meridionale. Roma subì danni notevoli; documentati i crolli di 4 basiliche -scoprì il tetto alla basilica Lateranense e danneggiò seriamente quella di S. Paolo- e di 3 torri fra cui quella delle Milizie che precipitò per metà. Quello del 1350 fu un Giubileo "senza il papa" che, da parte sua, acquistò l'indulgenza tramite il cardinal legato. Seppure da lontano, Clemente VI seguì però il Giubileo e ne ebbe a cuore la riuscita, disponendo che tutto si svolgesse con precisione. Il Giubileo fu aperto dal cardinal Annibaldo Caetani da Ceccano, vescovo di Tuscolo, in rappresentanza del papa, il giorno di Natale del 1349, nella basilica di San Pietro. Durante il Giubileo, accanto alla bolla ufficiale, ne circolarono altre due, di incerta origine, ambedue tramandateci dal giurista Alberico da Rosciate, che insieme alla sua famiglia si era fatto pellegrino a Roma. La prima bolla, ‘Militantis Ecclesiae’,  aggiunge alle tre basiliche, prescitte dalla ‘Unigenitus, la visita alle basiliche di S. Maria Maggiore e di S. Lorenzo fuori le mura; precisa poi che anche i religiosi, con il consenso dei loro superiori, si sarebbero potuti recare a Roma per il Giubileo. Nella seconda bolla, ‘Ad memoriam reducendo’,  datata 28 giugno 1344, un bello scritto dove  però non viene  rispettato lo stile curiale, tipico della cancelleria papale,  figurano prescrizioni singolari: i  religiosi, ad esempio, avrebbero potuto recarsi a Roma anche contro la volontà dei loro superiori; mentre le religiose avrebbero potuto compiere il pellegrinaggio giubilare solo dietro assenso delle superiori. Mentre tipica della religione popolare, che si diffonde sul topos agiografico del santo pellegrino, è la seguente asserzione: “se un pellegrino muore durante il viaggio, dopo una buona confessione, egli viene  liberato da tutti i suoi peccati; gli angeli ordinano di introdurre nel paradiso celeste l’anima liberata integralmente dal purgatorio”. Combattuta da Wyclif, che però non conobbe direttamente il testo, Sant’Antonino da Firenze ritenne questa bolla un falso, inventato di sana pianta.

Clemente VI

(1343 - 1352)

Dopo la morte di Bonifacio VIII, la potenza di Filippo il Bello aumenta a dismisura e l’influenza del re di Francia sul papato diventa determinante. Per 70 anni i pontefici sono francesi e risiedono ad Avignone. Il quarto dei sette papi nati in Francia è Pietro Rogers di Beaufort, monaco benedettino, che viene eletto ad Avignone  l’8 maggio 1343. Politico energico ed accorto, uomo di cultura, protettore degli ebrei, sperpera con incredibile prodigalità il tesoro lasciato dal suo predecessore. Spende un occhio della testa per l’incoronazione;  dona una fortuna (mezzo milione di fiorini d’oro) a Filippo ed acquista per 18 mila fiorini, dalla regina di Napoli, la città di Avignone. I critici lo accusano di nepotismo. Ma Clemente VI non pensa soltanto  ai parenti e alle grandi cerimonie.  Durante la peste  che colpisce larga parte dell’Europa tra il 1347 e il 1348 aiuta centinaia di migliaia di poveri e di malati. Al suo tempo Roma vive uno dei momenti più difficili della sua storia. La “Città Eterna” è ridotta al rango di un borgo con poco più di 20 mila abitanti. Praticamente abbandonata cade facilmente in mano  al tribuno Cola di Rienzo che cerca invano di riportare il papa in città. Clemente VI lo nomina notaio della Camera Urbana,  ma, venuto  in secondo tempo a conoscenza dei suoi eccessi, lo scomunica e lo fa tradurre ad Avignone  dove lo fa processare  ed arrestare.  Lo stesso Papa ordina che il Giubileo si celebri ogni 50 anni.

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