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“Aiutate a vedere lontano, fin dove ogni uomo conserva un
angolo esposto al sole di Dio”
L’omelia della Messa giubilare
presieduta dal Card. Etchegaray
Cari
amici giornalisti,
Questa
messa, e l’incontro con il Papa Giovanni Paolo II, chiudono il vostro
Giubileo. Eccovi, a vostra volta, pellegrini fra tanti altri a Roma. Eccovi,
anche voi chiamati a rifare il cammino del figlio che porta alla misericordia
del Padre, alla gioia nata dal perdono ricevuto da Dio o dato ai propri
fratelli. Questo cammino giubilare lo avete spesso osservato da un punto di
vista professionale e descritto negli aspetti esteriori in rapporto agli
altri; ma nessun media lo può cogliere nel suo percorso interiore come lo
provate personalmente oggi. Il vostro dialogo intimo con il Risuscitato di
Emmaüs è la notizia più grande ma anche più incomunicabile della vostra
carriera di giornalisti. Possiate, ciascuno di voi per suo conto, captarla e
assaporarla nel silenzio del cuore. Siate, con tenerezza, il miglior
giornalista di voi stessi e offritevi qui il migliore scoop della vostra
vita... il Padre dei cieli che vede nel segreto vi ricompenserà... (cf. Mt 6,
18). Ma chi siete pellegrini
giornalisti? A mia volta, di diventare il vostro intervistatore, il vostro
reporter, solo per comprendere
meglio - è mio compito- come il Vangelo possa illuminare e accompagnare la
vostra professione di cui il vecchio termine quasi artigianale di
“giornalista” rischia di mascherare una realtà complessa e in piena,
vertiginosa mutazione. La vostra tessera professionale è la stessa, ma
operate in settori del tutto diversi quali la stampa, la radio, la
televisione, la fotografia, la telematica, con
obiettivi che variano
secondo il paese e il pubblico e
che toccano tutti i settori dell’attività umana, generici o specialistici,
dalla politica agli sports, dalla giustizia agli spettacoli, dalla medicina
alla meteo, dalla pubblicità al giardinaggio. Mi capita di affondare
furtivamente la testa in un
chiosco scuro per indovinarvi il microcosmo del giornalismo con la profusione
e confusione dei titoli, con i manifestini sovrapposti come scaglie di un
pesce... “non è facile per un pesce, diceva André Malraux,
vedere il proprio acquario”! E quale è, esattamente, il vostro
mestiere? Esso non smette di cambiare sia nella natura che nelle condizioni di
lavoro, soprattutto dopo l’insorgere delle tecniche numeriche e multimediali
che annientano tempi e distanze:
degli “webtélés” investono la ragnatela e prefigurano un nuovo media, un
nuovo tipo di giornalista. Taluni arrivano fino a predire che entriamo in
un’era di informazione senza giornalisti. A volte, vi sentite frustrati,
addirittura spossessati della vostra funzione ancestrale di scegliere,
verificare, interpretare gli avvenimenti. Agli occhi dell’opinione pubblica
si sbiadisce la missione sociale del giornalista, questo “infaticabile
mediatore tra il rumore della storia e il significato che è incaricato di
dargli” ( François Furet). Eccovi confrontati ad un calo di identità e di
legittimità che provoca, nei vostri confronti, diffidenze, critiche, del
resto contradditorie, poichè scorgono in voi sia un “clericalismo
dominante...i giornalisti, questi nuovi curati” (Regis Debray), sia una
semplice ruota del gioco delle imprese che riducono l’informazione allo
stato di merce. Ma dobbiamo prestare attenzione alle questioni di deontologia,
soprattutto quando provengono
dall’interno stesso della vostra professione e sono, quindi, esenti da
compiacenze corporativistiche. L’esigenza etica che reclamate è tanto più
pressante in quanto esprime un’angoscia della stessa società di cui siete
lo specchio. Sì, rifiutate la “politica dell’agenda” che
consiste nello stabilire l’ordine del giorno di una stanza di redazione
esclusivamente a partire da temi maggioritari usciti sotto la pressione dei
sondaggi. Sì, reagite al conformismo dei media che praticano una copiatura
reciproca, si ripetono, si corrispondono al punto di non alimentare che una
sola fonte di informazione. Sì, lottate contro la dittatura dell’urgenza,
dell’istantaneità che non è, lungi da lì, una garanzia della verità:
controllate il riflesso mediante la riflessione, date una gerarchia ai vostri
messaggi invece di intasarli alla rinfusa. Pensate a tutti coloro che oggi non
sanno fare che lo “zapping” di fronte all’ingorgo di notizie, o il
“surfing” sulla cresta spumeggiante delle immagini. Guidate l’uomo del
terzo millennio fino alla sua propria frontiera, fino in fondo a se stesso ove
libertà e responsabilità, comunicazione e comunione gli danno accesso alla
sua piena umanità. Quando il
riflettore dei media si sposta su un mappamondo secondo le opportunità
politiche o commerciali, non si lascia nell’ombra
qualche miseria insabbiata, qualche guerra dimenticata, qualche solidarietà
perduta? Non esitate, a infrangere, con le vostre domande e le vostre
inchieste, le cerchia di miopia collettiva o di egoismo partigiano, per
aiutare a vedere lontano fin dove vi è un uomo. Vi spetta di essere i
guardiani di un mondo nuovo che spunta : rimanete desti alla finestra più
alta e più ampia del vostro media! L’uomo che esaltano i media è troppo
spesso l’uomo che possiede, che
domina. Non è tanto l’uomo che vive secondo le Beatitudini, che va
controcorrente delle idee ricevute. Il semplice gioco dell’offerta e della
domanda non saprebbe guidare la comunicazione. Non dovete, per amore della
verità dell’uomo, far scoprire di più ciò che vi è di meglio in lui,
poichè ogni uomo conserva un angolo, per quanto piccolo, esposto al sole di
Dio? Ben più, François Mauriac, il romanziere del peccato, ha scritto “La
santità del mondo non è diminuita... Un fiume di grazia circola senza fine
attraverso il mondo”... Questo fiume inesauribile, dai mille meandri della
vita quotidiana, in cui si bagnano tanti esseri umani, non è ancora sboccato
abbastanza sulla scena dei media: l’Anno Santo vorrebbe offrirgli un
estuario maestoso. Cari Amici, questo registro dell’esame di coscienza
(scusate questo termine poco
mediatico) potrebbe essere lungo, l’ho appena sfiorato ma si accorda bene
con una stagione giubilare. Vi è
anche il registro della fiducia
ai media, ancor più lungo in virtù degli sforzi ostinati del Pontificio
Consiglio delle Comunicazioni sociali che ci offre oggi la sua 34º Giornata
mondiale di preghiera e di azione. Chiesa e media si sono spesso tenuti il
broncio e resta ancora molto da fare, da una parte e dall’altra, per
addomesticarci a vicenda, secondo l’espressione di Saint-Exupery, senza
troppo chiedersi chi sia la Volpe e chi il
Piccolo Principe! Accordo che non potrà mai essere perfetto, poichè la
Chiesa, come il suo Signore, sarà sempre inchiodata alla gogna
dell’opinione pubblica. E se è vero che il Vangelo è una Novella, una
“Buona Novella” da affidare a tutti i media, il paradosso della Chiesa
rispetto ai media è che essa non è mai così fedele alla sua missione che
quando invita al mistero e porta all’interiorità, alla contemplazione; ma,
anche allora, ogni giornalista è chiamato ad essere in ogni circostanza
l’angelo dell’Altissimo. Ricordo una trasmissione di carattere non
religioso in cui è bastata una parola, un’immagine per dare un tocco di
insolito alla banalità di un avvenimento, per aiutare il telespettatore ad
aprirsi all’inquietudine, allo stupore, al sacro, al silenzio. Siamo in
un’epoca che, sentendosi tradita o delusa dal “progresso della razionalità
e il regresso del senso” (Paul Ricoeur), fa emergere il religioso e lo rende
presente, “trasversale” a tutta l’ attualità. Mi fermo: un’omelia
come una “breve” deve essere...breve! Nel terminare,
rendo omaggio ai giornalisti che, con il loro coraggio, hanno potuto
ottenere grandi vittorie contro la paura, l’ingiustizia, la violenza, la
fame, l’analfabetismo. Penso alle vostre famiglie che condividono le
incertezze e i rischi della vostra professione. Ricordo, nove anni fa, di
avere celebrato una messa in nome del Papa nella Slavonia
Orientale, alla cattedrale d’Osijek, crivellata da granate ancora
fumanti. Per ragioni di sicurezza non vi era nessuno attorno all’altare se
non un pugno di giornalisti: è per mezzo di loro che, quel giorno, ha potuto
essere espressa la solidarietà della Chiesa con tutto un popolo che soffriva.
Un ringraziamento a voi tutti, specialmente ai “vaticanisti” e alle reti
televisive di Roma grazie alle quali il Giubileo è veramente un
evento religioso, un evento che conta per l’umanità intera: certe
immagini di Giovanni Paolo II in Terra Santa hanno fatto sì che, senza dubbio
per la prima volta in 2000 anni, il
Vangelo della Pace e della Misericordia sia stato portato ovunque, e nello
stesso momento, fin alle estremità della terra. Cari giornalisti pellegrini,
tramite voi, pure grondanti della tenerezza di Dio, possa la Chiesa in questo
Anno Santo essere meglio scoperta come
quella “riserva di cuore” nella quale tutti gli uomini si sentono
riconosciuti, non etichettati, perdonati, amati alla follia.
Chiesa
di testimoni e non di parti in causa!
Chiesa
di martiri e non di superstiti!
Chiesa
di santi!
Amen.
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