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Il Giubileo viaggio nella
Storia 1350 II - L'anno di Santa
Brigida
a cura di Mario Sensi
La storia esterna di questo Giubileo è
ricca di episodi. Purtroppo conosciamo le tristi notizie assai meglio delle
liete, mentre scarseggiano quei dati che piú dovrebbero interessare lo storico
di un fatto religioso cosi importante. Oltre al Petrarca, sono fonti preziose la
Cronaca dei Villani (quella di Giovanni fu continuata dal fratello Matteo), gli
scritti di S. Brigida, alcuni cronisti e poeti italiani oltre, naturalmente, i
documenti ufficiali della curia pontificia. Matteo Villani, cronista e testimone
dal vivo di questo Giubileo, riferisce: “ Negli anni di Cristo della sua
Natività 1350, il dì di Natale, principiando
l'anno dal Natale precedente, cominciò la santa Indulgenza a tutti coloro che andarono in
pellegrinaggio a Roma, facendo la visitazione ordinata per Santa Chiesa alla
basilica di San Pietro, di San Giovanni Laterano e di San Paolo fuori le mura di
Roma; al quale perdono uomini e femmine d'ogni stato e dignità concorsero con
meravigliosa ed incredibile moltitudine. Essendo di poco tempo stata la generale
mortalità [la peste dell'anno 1348],
ancora essendo in diversi parti di Europa tra i fedeli cristiani che con tanta
devozione ed umiltà seguivano il romeaggio, che con molta pazienza portavano i
disagi del corpo, che era uno ismisurato freddo e ghiacci e acquazzoni
e le vie per tutto disordinate e rotte; i cammini pieni di dì e di
notte; gli alberghi e le case sopra
i cammini non erano sufficienti a tenere i cavalli e gli uomini al coperto. Ma i
Tedeschi e gli Ungheri in gregge e a torme grandissime stavano la notte a campo
stretti insieme per il freddo, aiutandosi con grandi fuochi. E per gli osti non
si poteva rispondere -non che a dare il pane e il vino e la biada- ma di
prendere i danari. E molte volte avvenne che
i romei, volendo seguire loro cammino, lasciarono i danari de' loro scotti sopra
le mense, loro viaggio seguendo [...]. La moltitudine dei cristiani che andavano
a Roma era impossibile a numerare; ma per istima di coloro ch'erano residenti
nelle città, fu che il dì di
Natale e de' dì solenni, appresso la Quaresima fino alla Pasqua della S.
Resurrezione, al continuo fosse in
Roma romei di mille migliaia alle XII centinaia di migliaia; e poi per
l'Ascensione e per la Pentecoste più di ottocento migliaia; essendo pieni i
cammini il dì e la notte, come si
è detto. Ma venendo l'estate cominciò a mancare la gente per le occupazioni
delle riccolte, e per lo disordinato caldo [...].
I Romei ogni dì della visitazione offerivano a catauna chiesa chi poco,
chi assai, come gli parea. E il Santo Sudario di Cristo si mostrava nella chiesa
di San Pietro per consolazione dei romei ogni domenica e ogni dì di festa
solenne; sicché la maggior parte dei romei il poterono vedere. E la pressa vi
era al continuo grande e indiscreta, perché più volte avvenne che quando due,
quando quattro, quando sei e talora fu anche dodici vi si trovarono morti dalle
strette e dallo scalpimento della gente". Ancorché il Villani sia un
cronista serio sarebbe un assurdo accettare i dati che egli riferisce: per la
Quaresima del 1350 sarebbero giunti a Roma 1.200.000 romei e per Pasqua 800.000.
Un biografo di Clemente VI accenna, invece,
a un movimento quotidiano di 5.000 pellegrini, che porterebbe a una stima
complessiva annuale abbastanza al di sotto di due milioni. Fu comunque unanime
la constatazione che frotte di pellegrini d'ogni età e condizione sociale
accorsero in numero superiore a qualsiasi previsione, cosí da far esclamare
l'anonimo autore della vita di Cola di Rienzo: “ in quell'anno senza
impedimento alcuno venne a Roma tutta la cristianitade ”.
Data l'enorme affluenza, qualche
inconveniente era inevitabile, e vi furono, infatti, le solite imprese
brigantesche lungo le vie di accesso, con spogliazione dei pellegrini,
violazione di donne, ferimenti o cadute, mentre in città si verificò qualche
caso di soffocamento per la calca. Nel complesso non si rilevarono incidenti
clamorosi o grosse disgrazie; per quei poveretti che morirono per strada e per
le donne che subirono strazio, meglio assai sarebbe stato non essersi mossi di
casa, osserva il cronista Pietro Azario di Novara aggiungendo: “ la nave che
non si muove dal porto per andare in altro porto non fa mai naufragio”, ma con
tale sistema non si farebbe piú nulla e la vita umana si ridurrebbe ad uno
statico vegetare. Gli ospizi disseminati lungo il percorso non riuscivano a dare
alloggio a tutta la massa dei viaggiatori, mentre le scarse osterie romane non
erano sufficienti ad albergare gli ospiti, anche se il Villani osserva che
durante il Giubileo “ tutti erano fatti albergatori ” e se anche c'era
abbondanza di carne, venne lamentata la scarsezza di fieno, paglia, legumi,
pesce, legno. I Romani avevano poi assolutamente vietato ai pellegrini
l'importazione del vino e del grano. Questo fatto valse loro di arricchirsi non
poco, dovuto anche al rapido lievitare dei prezzi: lo stallaggio di un cavallo,
tanto per fare un esempio, costava da uno a due tornesi grossi al giorno, cioè
la decima parte di un fiorino d’oro che pesava
gr. 3, 54 (valore approssimativo odierno di un tornese, 11. 000 lire); un
pane, da circa diciotto once, costava dodici denari; una piccola pinta di vino
si pagava da tre a cinque soldi; e il prezzo di una misura di avena arrivava
a costare anche cinque lire. Quella che doveva essere una “festa della
perdonanza”, nel concreto
appariva come un peregrinare a Roma tra misere rovine, tra osti e locandieri
rapaci, e, per di più, in una città priva della persona più importante,
il papa. Ai pellegrini restava impressa la visione desolante delle
conseguenze del terribile recente terremoto. Le grandi basiliche andavano in
rovina: San Pietro appariva deserta e trascurata; il Laterano in stato di
sporcizia e di desolazione; San Paolo, in un miserevole abbandono; le altre
chiese, cadenti, prive di tetto; gli altari, profanati ed imbrattati. Il
Vaticano, per quel poco che era rimasto in piedi, era permanentemente assediato
da migliaia di persone di ogni nazione che si accalcavano per chiedere di essere
“ sciolte dalla scomunica ”. Scomuniche d'ogni genere e d'ogni tipo, per
cose le più diverse e le più impensate. Quando Petrarca, il grande poeta
aretino, venuto anch'egli a Roma a lucrare il Giubileo, rivide la città in
quella situazione sottolineò così la sua indignazione: “Le case giacciono a
terra, le mura cadono, i templi crollano, i santuari sprofondano, le leggi sono
calpestate. Il Laterano giace al suolo e la madre di tutte le chiese è senza
tetto, aperta all'infuriare del vento e della pioggia. Vacillano le sante dimore
di San Pietro e Paolo e quello che prima era il tempio degli Apostoli è ora un
amorfo cumulo di rovine che indurrebbe a pietà i cuori di pietra”. Roma,
divenuta "come una
spelonca di ladri" e "come un covo di assassini", riacquistò,
almeno per un anno, l'antico splendore grazie all'affluenza di tanti pellegrini
venuti per il Giubileo. Un motivo di particolare consolazione per i pellegrini
fu dato dalla possibilità di vedere il celebre Sudario della Veronica che
veniva mostrato in San Pietro ogni domenica e ogni giorno festivo. Per vederlo
la gente si accalcava a tal punto che, nella ressa, non pochi finivano col
morire soffocati o calpestati a morte. La visione del Sudario suscitava
sentimenti di fede, di esaltazione religiosa e di profonda commozione. Papa
Giovanni XXII (1316-1334) da Avignone, ispirato
dalla visione della sacra immagine, aveva composto il seguente inno che i
pellegrini cantavano a gran voce:
Salve, sancta facies - nostri Redemptoris
in qua nitet species - divini splendoris
impressa pannicula - nivei candoris
dataque Veronicae - signum amoris.
Salve vultus Domini- imago beata
Salve nostra gloria - in hac vita dura.
(che tradotto significa: Salve, o Volto
santo del nostro Redentore, in cui brilla la figura del divino splendore, panno
candido come la neve effigiato e donato alla Veronica in segno di amore. Salve,
o volto del Signore, beata immagine, salve nostra gloria in questa dura
esistenza ).
E come non ricordare il sonetto del Petrarca?
Movesi il vecchierel canuto e bianco
Del dolce loco ov’ha sua età fornita
E da la famigliuola sbigottita
Che vede il caro padre venir manco;
Indi traendo poi l’antiquo fianco
Per l’estreme giornate di sua vita,
Quanto più col buon voler s’aita
Rotto dagli anni e dal cammino stanco;
E viene a Roma, seguendo ‘l desio,
Per mirar la sembianza di Colui,
Ch’ancor lassù nel Ciel vedere spera.
Durante
il Giubileo il denaro affluì abbondante. In parte rimase a Roma per il restauro
delle chiese e in parte si diresse verso Avignone. A differenza del precedente
Giubileo è stata rilevata a Roma la presenza di illustri personaggi della
migliore aristocrazia europea. Fra tutti, Ludovico, re d'Ungheria, con la sua
corte, e santa Brigida di Svezia (o Brigitta). Mentre costei si trovava in
preghiera ad Alvastra, dove aveva fondato
un nuovo Ordine religioso -l'ordine delle suore del Salvatore a cui diede la
Regola di sant'Agostino- che avrebbe dovuto riprodurre la Chiesa orante del
Cenacolo, adunata attorno a Maria, udì la voce del Signore che le disse:
"vai a Roma dove le piazze sono lastricate d'oro e rese vermiglie dal
sangue dei santi: quivi, per le indulgenze ottenute dai sommi pontefici grazie
alle loro preghiere, troverai la via più breve per giungere in paradiso" (Acta
et processus). Roma sacra, dove Brigida giunse per il Giubileo del 1350, era
la meta ideale del pellegrino che vi si recava per visitare e prostrarsi nelle
sue basiliche. Giunta a Roma in incognito, in segno di umilissima penitenza,
Brigida se ne stava tutto il giorno rannicchiata davanti alla porta della chiesa
di San Lorenzo in Panisperna a chiedere l'elemosina “ per il pane dei poveri
”. A chiusura del Giubileo, la santa donna decise quindi di non tornare nella
sua patria e di stabilirsi definitivamente a Roma dove, dopo di aver compiuto un
pellegrinaggio a Santiago de Compostela e un altro a Gerusalemme, morì al suo
ritorno nel 1373. Molti principi chiesero al papa l’indulgenza giubilare senza
recarsi a Roma: l’ottenne, per sé anche per i propri sudditi, il re di Cipro;
fu invece negata al re di Castiglia; mentre la regina Elisabetta di Ungheria si
vide accordato, dietro la corresponsione di una notevole somma di denaro, a
titolo di elemosina, il privilegio
di lucrare detta indulgenza dopo la confessione e dietro autorizzazione del
medesimo confessore. Fu concessa l’indulgenza giubilare a posteriori ai padri
capitolari dell’ordine agostiniano, riuniti a Basilea nel 1351; mentre al
popolo di Maiorca, attese le circostanze politiche e i pericoli del viaggio,
ottenne la dispensa dalla visita delle basiliche romane e il privilegio di
lucrare l’indulgenza giubilare a Maiorca, dietro il versamento di 30. 0000
fiorini a favore della Camera apostolica.
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