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Una vita fraterna e solidale
Card. Roger Etchegaray
Dal 6 al 9 aprile i francescani di tutto il mondo hanno celebrato il loro
Giubileo. Tre sono i significati
che i seguaci di Francesco hanno identificato con il Giubileo: fare memoria;
celebrare il dono della riconciliazione - lasciarsi riconciliare; proclamare la
pace e il bene. Alla luce dell’esperienza di san Francesco la celebrazione del
dono della riconciliazione si è svolta in due momenti specifici. Prima ad
Assisi e poi a Roma. Sabato 8 un pellegrinaggio penitenziale partito dalla
Porziuncola ha raggiunto la Tomba di San Francesco. Domenica la celebrazione
giubilare si è spostata a Roma dove fr. Giacomo Bini, Ministro Generale Ofm, ha
presieduto la Celebrazione Eucaristica. La meditazione sull’Anno Santo è
stata tenuta da fr. Raniero Cantalamessa. Nel pomeriggio il Cardinale Roger
Etchegaray ha celebrato la Messa nella Basilica di San Giovanni in Laterano.
Pubblichiamo di seguito l’omelia del cardinale.
Care Sorelle e cari Fratelli della “famiglia francescana” Pace e Bene! Con
quale gioia- direi francescana- accolgo il vostro pellegrinaggio giubilare a San
Giovanni in Laterano! (...) Stasera, non trattengo della vostra famiglia che il
segno che mi sembra meglio vi
definisca e meglio raggiunga lo sforzo giubilare della Chiesa: la fraternità. Al seguito
di Cristo, inviato dal Padre per servire e non per essere servito (Mt. 20,28),
educare l’umanità ad una vita veramente fraterna fu il sogno folle, il
progetto audace, il programma ostinato di Francesco e dei suoi primi compagni.
La loro vita brulica di esempi e di fioretti che testimoniano come la fraternità
evangelica, lungi dall’essere un’utopia, può essere vissuta giorno per
giorno: uomini di condizione diversa che abitano insieme, liberi da ogni
rapporto di dominio. Ma nella fraternità che essi provano, San Francesco
introduce il senso della responsabilità per l’esigenza di ciò che chiama una
“reciprocità di servizi” e anche una “mutua obbedienza” fino in seno ad
una comunità religiosa. Il contatto immediato con il Vangelo, un Vangelo
applicato “alla lettera e senza glossa,” ha provocato attorno a San
Francesco un’esplosione di fraternità contagiosa e di
gioia vibrante. La fraternità francescana è apparsa come l’immagine
profetica di un’umanità in cui tutti si riconoscono pienamente fratelli; con
essa il Vangelo ha ritrovato un soffio messianico, giubilare, è ridiventato la
speranza del mondo. San Francesco non si è accontentato di scrivere
una lettera di pace “a tutti gli abitanti del mondo” o di correre
audacemente verso il Sultano, a mani vuote in piena Crociata armata. Niente dà
tanto la misura del suo orizzonte fraterno che il Cantico delle Creature che
allarga la fraternità umana fino ad una fraternità cosmica, rivelando
non solo un sentimento ecologico ma una reale consanguinità con tutta la
Creazione. E oggi, all’alba di un nuovo millennio, l’avventura francescana
ha ancora un senso, ha ancora qualche probabilità di successo? Mai la vera
fraternità è stata al tempo stesso tanto auspicata e così poco vissuta. Mai
il carisma francescano è stato più attuale per offrire il Cristo totale a un
mondo scoppiato che ha paura di una fraternità solidale di tutti gli uomini
senza esclusione. A fraternità universale, solidarietà universale e non
selettiva secondo i propri interessi o comodità: si scelgono gli amici ma non i
fratelli e le sorelle, ciò che rende, per
il suo carattere indelebile, la fraternità assai onerosa. Non vi è alcuna
ricetta, alcun piano che possa assicurare la solidarietà con tutti. Ma la
Chiesa offre una chiave che ci
introduce alla solidarietà universale, paradossalmente, attraverso una
solidarietà particolare la più sorprendente e la più pressante: la solidarietà
con i poveri. Cristo ne aveva fatto la chiave d’oro del Vangelo nella sua
missione inaugurata a Nazareth (Lc 4, 16-21) e nella sua parabola del giudizio
finale (Mt 25, 39-46) ed è con questa chiave che il Poverello ha letto la sua
propria vita e quella di tutta la Chiesa. Non solo l’incontro del povero ma la
condivisione della vita del povero risvegliano e garantiscono la nostra
disponibilità ad essere solidali con tutti: chi non conosce il morso della
povertà nella sua carne rischia di addormentarsi in un conforto solitario, di
non potere più affinare lo sguardo per scoprire nuovi spazi aperti ad una
solidarietà continuamente elargita. Così vita fraterna e vita povera si
spalleggiano vicendevolmente al punto di essere insieme la grande leva capace di
sollevare e issare l’umanità intera fino a una vita di giustizia e di pace.
Così è reso meglio visibile uno dei grandi segni indicati da Giovanni Paolo II
per il Giubileo: il segno della carità. (cfr. “Incarnationis mysterium”,
n.12). La grande lezione che ci dà san Francesco è di avere illustrato nella
sua vita il comandamento evangelico dell’amore dal duplice volto: amare Dio e
il suo prossimo e testimoniare che Dio e il prossimo non sono intercambiabili.
Amare i propri fratelli non è una semplice ripetizione dell’amare Dio. Amare
i propri fratelli è più di amare Dio nei propri fratelli, è
amare l’uomo trovando
nell’amore di Dio per l’uomo il modello e il fondamento. Ogni uomo è mio
fratello, mia sorella e questo uomo deve essere amato per se stesso, non deve
essere confuso con Dio. Cari pellegrini giubilari della famiglia francescana, mi
fermo lì con la mia piccola omelia, perchè so che il Santo di Assisi non cessa
di trascinarvi lui stesso sui cammini del Grande Giubileo, di farvi respirare a
pieni polmoni il Vangelo della fraternità e della riconciliazione. La grazia
francescana è di irradiare il giubilo, il vero giubilo, il giubilo nato dal perdono che riceviamo da Dio, il giubilo nato dal perdono che
diamo ai nostri fratelli. Il mondo è un immenso campo di lotta per la potenza e
la ricchezza. E le troppe sofferenze e atrocità gli nascondono il volto di Dio.
Un Giubileo che affonda le sue radici nelle piaghe gloriose del Cristo di San
Damiano deve scaturire tutto grondante della “gioia perfetta”. Essere
gioiosi è una maniera di amare i fratelli. La gioia è proprio un atto
fraterno, un atto comunitario, un atto missionario. Con Giovanni Battista, la
Chiesa vi ripete: “Convertitevi e credete alla Buona Novella”. Così san
Francesco accolse il Vangelo come
la novella più straordinaria e più semplice. Sì, “convertiamoci e crediamo
alla Buona Novella”. Amen.
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