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Il
secolo delle ferite, il mondo della speranza
Andrea
Riccardi
Fra
due giorni, varcando la soglia della Basilica di S.Pietro, il papa aprirà il più
grande Giubileo della storia contemporanea; giubileo che segna il passaggio, ad
un nuovo Millennio e reca con sé le attese di un secolo lacerato da grandi
ferite, percorso da trasformazioni apocali gravido di sogni infranti eppure non
scevro di speranze e di energie di bene che attendono di essere svelate. Homo
viator, il pellegrino che è giunto consapevolmente a questa soglia, riconoscerà
il profilo di una Chiesa che negli ultimi tre anni di preparazione, ha
interrogato se stessa sulla radice del messaggio evangelico che intende
consegnare alle prossime generazioni di cristiani. Messaggio che non sottace le
contraddizioni e le domande aperte con le quali ci apprestiamo ad entrare nel
Terzo Millennio, ma che piuttosto tali domande e contraddizioni illumina e
chiarisce. Penso che a ragione, parafrasando l'apostolo Paolo, si possa dire del
mondo contemporaneo, come "la creazione geme nelle doglie del parto",
e la genesi dolorosa del mondo di domani, passando attraverso il Giubileo,
ritrovi senso e prospettiva. Il Giubileo infatti contiene la proposta di una
umanità resa fertile dall'annuncio del Vangelo all'uomo e alla donna
contemporanei che non siano più solo frutto della ricerca esasperata del
proprio benessere, costretti dalla psicologia a trovare all'interno dei proprio
io, le risorse del proprio equilibrio e del modo di porsi in dialogo con gli
altri. Al contrario, il tema biblico della remissione del debito, della
misericordia, spingono a riscoprire la dimensione della gratuità e della carità
proprie della Chiesa e dei suoi figli a fronte di un mondo che conosce, anche
nelle sue fasce più ricche, la presenza di povertà dalle dimensioni
drammatiche. Giovanni XXIII ebbe a dire "la Chiesa è di tutti ma
soprattutto dei più poveri". L'icona della creazione è oggi sfigurata da
potenti disuguaguaglianze, che non chiedono altro che di essere sanate (penso al
rapporto sullo sviluppo umano del 1998, li dove su 4,4 miliardi di abitanti dei
paesi in via di sviluppo, quasi 3/5 mancano di infrastrutture igieniche, 1/3 non
ha accesso all'acqua potabile - pur vivendo in paesi ricchi di acque -, 1/4 non
dispone di strutture abitative, 1/5 dei bambini non va oltre la quinta classe,
1/5 non dispone di regime dietetico sufficiente....). Si potrebbe continuare, ma
è sufficiente ricordare l'appello che due giovanissimi guineani, morti
assiderati nel vano di un aereo proveniente da Conakrì e diretto a Bruxelles,
rivolsero nell'agosto scorso agli europei. Appello pregnante, per la sua dignità
e per il contenuto: quasi una preghiera, un'invocazione disperata perché a
tutti i giovani africani come loro fosse restituito il diritto al futuro ed alla
speranza. Quante sono le attese che attraversano con noi la soglia del Giubileo?
Ciascuna di esse delinea anche il cammino dei prossimi decenni. Se il Giubileo
è invito alla gioia ed alla riconciliazione, penso allora all'imperativo della
ricerca dell'unità fra i cristiani che ha conosciuto epoche di entusiasmo
sorgivo a seguito del Concilio Vaticano II, sottoposto poi alla prova delle
tendenze centrifughe dei nazionalismi e delle identità contrapposte, portato
drammatico degli ultimi anni di questo secolo. Eppure, proprio in un quadro di
accentuati conflitti e tensioni, non sono mancati grandi segni di speranza e di
unità. Penso - fra gli altri - al viaggio apostolico di Giovanni Paolo II in
Romania, come alla recente firma del documento congiunto Chiesa Cattolica e
Federazione Luterana mondiale, sulla dottrina della Giustificazione. L'unità
tra i cristiani è più vicina. In questa luce, almeno idealmente, credo pure
che si entri nel prossimo millennio meno soli, se solo si pone lo sguardo alla
nube immensa di "martiri" e testimoni della fede, che nel cuore del
totalitarismo nazista e di quello comunista, come ad altri crocevia drammatici
del XX secolo, hanno opposto un umanesimo cristiano pacifico e forte, radicato
nella fede, alle forze del male. E' una ricchezza ancora largamente inesplorata,
e che spinge a maggiore audacia e coraggio evangelici. Sento maggiore oggi la
responsabilità dei cristiani, di offrire occasioni di riconciliazione,
mettendosi al servizio della pace. Senza dubbio l'intuizione profetica della
Giornata Mondiale di preghiera per la Pace voluta da Giovanni Paolo II ad Assisi
nel 1986 e rievocata nel recente incontro promosso dal Pontificio Consiglio per
il Dialogo Interreligioso, è indicazione anche per il futuro. Lo "spirito
di Assisi", rappresenta una risorsa capace di suscitare nel rispetto delle
identità di ciascuno, le energie migliore proprie di ciascuna tradizione
religiosa. Da allora sino ad oggi il fiume di cercatori di pace si è
ingrossato, rispondendo all’anelito espresso allora dal Papa: "La pace
cerca i suoi artefici. La pace cerca i suoi profeti". Non sono che alcune
considerazioni sorgive, nate dalla mia storia e dall'esperienza della Comunità
di S.Egidio di amore per la preghiera e per i poveri, in oltre 35 paesi dei
mondo. Queste considerazioni mi sembra sottendano ad una più grande
aspettativa, quasi una sfida profonda al nostro essere cristiani nel Terzo
Millennio: come giungervi con un sogno, in un tempo in cui i "sogni"
sono sempre più rari, e si è schiacciati sul proprio presente dai media, dalla
struttura del nostro vivere da una globalizzazione che a volte spaventa. Il
sogno di un mondo nuovamente evangelizzato, raggiunto cioè da una Buona
Notizia. Ogni debolezza, in questo Giubileo e a partire da esso, può essere
accolta e divenire straordinaria opportunità per la Chiesa e per il mondo (tale
è stato il bellissimo richiamo dì
Giovanni Paolo II nella sua lettera agli anziani); e nella debolezza della
nostra umanità può abitare la forza della Parola che contiene il messaggio di
Cristo, Salvatore del mondo "Ieri, oggi
e sempre" .
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