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DIPLOMA dell'imperatore Federico I

 

 

 

 

Pavia, 10 agosto 1164

Perg., mm 583x489 (plica mm 25), danni di origine biologica; sigillo d'oro pendente a fili di seta colore rosso ruggine.

A.A., Arm.  I-XVIII, 7 ; sigillo.

(C) IN NOMINE SANCTAE ET INDIVIDUE TRINITATIS. FREDERICUS DIVINA FAVENTE CLEMENTIA ROMANORUM IMPERATOR AUGUSTUS

Ex quo summa Dei prudentia super trhonum imperii sua nos miseratione constituit, hec fuit spetialis cordis nostri voluntas et intimum desiderium nostrum ut eos propensiori gratia et studio amplectamur quos ad servendum nobis et imperio constat esse promptiores. Quanto enim maiora beneficia [eis] ex munificentia nostra largimur tanto nostre corone devotiores redduntur. Eapropter cognoscant universi nostri imperii fídeles per Ytaliam constituti presentes et futuri, quod nos dilectum et fidelem principem nostrum comitem Ild(ebrandinum) et omnia bona et possessiones, quas nunc habet et alii per eum et in terra et in mari et quecumque de cetero Domino largiente rationabiliter adquirere poterit, sub nostram imperialem protectionem atque tutelam suscepimus. Ut autem habundatioris gratie nostre prerogativa letetur, concedimus ei suisque filiis et heredibus, nominatim quos domino concedente de ista presenti uxore Maria habet vel habiturus est vel de alia, et imperiali auctoritate donamus, quecumque modo habet tam in terra quam in mari et portus marinos vel alii per eum habent vel que legitime habiturus est, et nominatim castrum de Scerpena cum tota curte et districtu suo et cum sua argenti fodina quam ei donavimus. Ad maiorem quoque cumulum gratie nostre concedimus ei [et] largimus omnia regalia et omnem iurisdictionem nostram, quam in terris et posse[sion]ibus suis habemus. Hec omnia concedimus [et] confirmamus salvo iure et honer imperii. Statuentes igitur precipimus, ut de cetero predictum fidelem nostrum comitem Ild(ebrandinum) in hac nostra donatione nullus archiepiscoporum, non episcopus, non dux vel marchio, non civitas vel potestas nullaque persona magna vel parva molestare vel inquietare presumat. Si quis vero hanc nostram auctoritatem violare presumpserit, CCC auri libras pro pena se compositurum cognoverit, dimidium camere nostre et dimidium predicto fideli nostro comiti Ild(ebrandino). Huius autem rei testes sunt: Henricus Leocicensis episcopus, Christianus imperialis aule cancellarius, Adalgovs Gosslariensis prepositus, Otto palaticus comes, Marcualdvs de Grunbac, Conradus de Bellelusen et alii quam plures. Ut autem hoc verius credatur et ab omnibus inviolabiliter conservetur, presentem inde paginam scribi et aureo nostre maiestatis sigillo iniuximus premuniri.

SIGNUM DOMINI FREDERICI (M.) ROMANORUM IMPERATORIS INVICTISSIMI.

Ego Christianus cancellarius vicedomini Rainaldi Coloniensis archiepiscopi et Ytalie arcicancellarii recognitum.

Actum quoque est anno dominice incarnationis M°C°LX°IIII°, indictione XIIª, regante domino Frederico Romanorum imperatore serenissimo, anno regni eius XII°, imperii vero X°; dat. Papie IIII° idus aug.

 (B.) 

Il documento imperiale, in forma solenne, ha la prima riga (protocollo) in litterae elongatae, precedute dal chrismon (una C un poco ingrossata), che rappresenta l'ínvocazione simbolica della divinità, cui segue la intitulatio nella forma solita: FREDERICUS DIVINA FAVENTE CLEMENTIA ROMANORUM IMPERATOR AUGUSTUS.  Nella parte finale del documento (escatocollo) elementi della corroborazione: quasi al centro, sotto l'ultima riga del testo, il monogramma imperiale (composto dalle lettere del nome del sovrano e dal titolo imperiale: FREDERICUS ROMANORUM IMPERATOR AUGUSTUS); nelle ultime tre righe trova luogo la recognitio del cancelliere imperiale (Christianus, vice do[mi]ni Rolandi, Coloniensis archiepiscopi et Ytalie archicancellarii) e la datazione (Actum quoque est anno dominice incarnationis M°C°LX°III°, indictione XIIa, regnante domino Frederico Romanorum imperatore serenissimo, anno regni eius XII° imperii vero X°.  Datu[um] Papie IIII idus augusti).

Il sovrano concede al conte palatino Ildebrandino di Tuscia e ai suoi eredi la protezione imperiale su tutti i possedimenti fino a quel momento conseguiti e che potrà conseguire in futuro, in terra e in mare.  La volontà dell'imperatore è tecnicamente espressa nella notificatio (dalla riga quarta: Eapropter cognoscant universi nostri imperii fídeles per Ytaliam constituti presentes et futuri, quod nos dilectum et fidelem princípem nostrum comitem Ild[ebrandinum] et omnia bona et possessiones quas nunc habet et alii per eum et in terra et in mari et quecumque de cetero Domino largiente rationabiliter adquirere poterit, sub nostram imperialem protectionem atque tutelam suscepimus).

 

Ed.: APPELT, in MGH, Diplomata, pp. 362-363.

Bibl.: KEHR, Die Kaiserurkunden, p. 353; SILVESTRELLI, Città. castelli e terre, II, p. 807.

 

 

SIGILLO D'ORO dell'imperatore Federico Barbarossa (1155-1190)

 

Bolla d'oro, fortemente schiacciata: diametro nim 56-58, spessore mm 2-7, peso gr 20 circa.  Il sigillo è costituito da due sottili lamine ribattute su una fascetta circolare.  All'interno è munito di fermaglio con quattro anelli distanziatori, ben visibili, per il bloccaggio del cordoncino di appensione.

Il sigillo, secondo la definizione classica, è un'ímpronta ottenuta su una materia sufficientemente malleabile mediante l'impressione di una matrice che reca i segni distintivi di un'autorità o di una persona fisica o morale.  Se il supporto utilizzato è metallico si preferisce parlare di bolla.  La funzione principale del sigillo, che ne spiega l'uso generale e costante fin dalla più remota antichità, è quella di convalidare i documenti scritti: in connessione o anche in sostituzione della sottoscrizione dell'autore, il sigillo garantisce al documento il suo valore decisivo.  Ma oltre a questo il sigillo, specie nell'età medievale, è - al di là degli ambiti definiti dal suo impiego - una testimonianza preziosa del gusto e della mentalità delle persone, le quali al sigillo affidano la percezione che hanno di se stesse e l'immagine che di sé voglio trasmettere.  Ad esempio il sovrano, generalmente assíso in trono con le insegne proprie del suo potere, vuole ribadire e inculcare il concetto che è un essere umano a sé, fuori della scala della gerarchia sociale.

In questo sigillo d'oro si può ammirare tutta la potenza che emana la figura del Barbarossa, ergentesi a mezzo busto all'interno di una cerchia di mura merlate in cui si apre una porta a timpano triangolare.  L'impressione di ieraticità è resa, più che dal panneggio quasi evanescente, dall'espressione severa del viso, dalla fissità dello sguardo, dai simbolo del potere: la corona a pendenti, lo scettro gigliato, il globo crocigero.

La raffigurazione insolita del sovrano, non in trono bensì al centro di una città, quasi una presenza incombente e minacciosa, traduce plasticamente il sogno, perseguito con tutte le sue forze dall'imperatore svevo, di realizzare un impero universale nel quale non poteva esserci spazio per le autonomie dei comuni.

La sua concezione politica, e l'ambizione di restaurare un'autorità non solo idealmente collegata con il mondo romano, trova espressione nell'«Aurea Roma» del verso della bolla, in cui l'incisore ha raffigurato la città eterna mediante la veduta di un insieme di edifici, palazzi, torri, campanili disposti simmetricamente attorno al Colosseo.  La leggenda attorno alle figure del recto e del verso sottolinea e ribadisce ulteriormente la concezione imperiale ed il programma politico del Barbarossa: Fredericus Dei gratia Romanorum imperator augustus (Federico per grazia di Dio augusto imperatore dei Romani) e il verso leonino Roma caput munii regit orbis frena rotundi (Roma capitale del mondo regge le redini dell'orbe rotondo).

 

Bibl.: SELLA, Le bolle d'oro, n. 1, p. 41, tav. 1; MARTINI, I sigilli d'oro, n. 1, p. 41.

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