The Holy See
back up
Search
riga

SANTA MESSA PER LA PACE PRESIEDUTA A GERUSALEMME
DALL’INVIATO SPECIALE DEL SANTO PADRE

OMELIA DEL CARDINALE ROGER ETCHEGARAY

1° gennaio 2001

 

Ogni nuovo anno, il Papa invita la Chiesa a una Giornata Mondiale di preghiera per la pace, perché ovunque nel mondo la pace è sempre minacciata, spesso ferita, talvolta mortalmente. Questa stessa mattina Papa Giovanni Paolo II, in piazza San Pietro, celebra una messa per la pace mondiale con una folla di pellegrini giubilari. Ma, se ha voluto inviarmi tra di voi a Gerusalemme e a Betlemme, è perché qui più che altrove, e oggi più che mai, la pace è una aspirazione pressante che rende anche la preghiera pressante.

Gli anni di angoscia che vivete hanno raggiunto in questi tempi il parossismo dell'esasperazione. Nessun turista, nessun pellegrino, nessun reporter potrebbe indovinare tutto, descrivere tutto, capire tutto della vostra vita quotidiana. In questa terra di Cristo in cui la pace e la preghiera prendono il significato più espressivo, le radici più profonde, eccoci riuniti per testimoniare a quale punto pace e preghiera sono legati in modo vitale l’una all'altra.

La pace? Chi non ne parla? Chi non la desidera? Ma quanti credono ancora che sia possibile? Quanti la vogliono veramente con tutte le loro forze?

La preghiera? Quale cristiano non prega "Dio onnipotente"? E tanto più quando tocca il fondo della propria miseria. Ma quanti vedono nella preghiera un'altra cosa che un rifugio nelle ore di panico? Un'altra cosa di un semplice alibi ad ogni impegno umano?

Pregare per la pace nel vicino Oriente è il test al tempo stesso più sicuro e più arduo affinché prendiamo sul serio la preghiera e la pace, l'una con l'altra, l'una per mezzo dell'altra.

Quale pace solida da costruire, costi quel che costi, tra popoli con memorie strazianti per una storia segnata da rivolte, da umiliazioni, da vendette!

Quale pace feconda attende come la rugiada questa terra straordinaria in cui tutte le contraddizioni che dilaniano il mondo trovano un'espressione e un simbolo!

Quale pace esemplare deve abitare Gerusalemme, questa Città che è al contempo unica e universale! Gerusalemme, Gerusalemme. Se è facile cantarla con l'arpa di David, è difficile coglierla nella complessità e nella pienezza della sua vocazione. Ci occorre comprendere meglio il senso dell’appartenenza a Gerusalemme delle tre famiglie discese da Abramo, ebrea, cristiana e musulmana: ciascuna vi si ritrova a titoli diversi ma egualmente inviolabili. Tutti si rifanno ad essa, ma nessuno può reclamarla escludendo gli altri. Non è un luogo che si possiede, ma un luogo che ci possiede nella cittadinanza di Dio.

Certo, la pace in questo vicino Oriente non può essere differente da quelle che si cercano dappertutto nel mondo: è semplicemente impastata di giustizia e di fraternità, del mutuo rispetto dei diritti di ciascun popolo e dello spirito di fiduciosa cooperazione tra tutti i popoli. Ma qui le ragioni di pace si rivelano più pregnanti perché nutrite di quella visione profetica, di quella visione messianica descritta da Isaia, che deve sostenere ogni passo, ogni ascesa verso la pace. Perché, niente è meno utopistico di una profezia, niente anche è più concreto: essa impegna a vivere già in anticipo qualcosa di quel regno di pace e di beatitudine che ci è promesso. Su questa terra dei profeti, ogni ricercatore di pace più che un artigiano deve essere un profeta della pace, pioniere lucido ed intrepido che va fino in fondo alle esigenze di una pace vera e duratura.

E su questo cammino, ripido ma il solo praticabile, ben grande, insostituibile, è la nostra responsabilità di cristiani, ravvivata dalla preghiera. Perché sappiamo che Dio è già venuto ad abitare fra noi per darci un nuovo avvio alla "pace sulla terra"; è lì tutto il senso del Giubileo. Sappiamo che la pace di Cristo ci rivela le vere radici della pace ricordandoci la necessità di lottare contro il male che è in noi stessi: così il cristiano non sbaglia il combattimento della pace. Soprattutto sappiamo - e là è la nostra forza - che non soltanto Cristo ci dà la pace, ma che lui stesso è la pace. Personificando la pace, san Paolo ne ha fatto una vita più ancora di un messaggio di colui che, distruggendo il muro dell'odio, ha creato con la croce nella sua propria carne, a partire dai fratelli nemici, un solo uomo nuovo. (cf Ef 2, 11-17). Chi dice meglio, chi fa meglio, per la causa della pace? Arrivare alla pace è più che arrivare all’uomo, è arrivare a Dio stesso.

Pensiamo tutti stamane a Giovanni Paolo lI e preghiamo anche per lui il cui pellegrinaggio in Terra Santa dal Monte Nebo a Nazareth, a Betlemme, a Gerusalemme, è stato una scia luminosa di gesti profetici, semplicemente di verità e di coraggio. Ha così potuto dichiarare di fronte al mondo la disperazione dei palestinesi al campo dei rifugiati di Deheisheh come il dolore degli ebrei al memoriale della Shoah a Yad Yashem. Ha potuto, come in una dissolvenza incrociata, concatenare il cammino che attraversa la spianata delle Moschee, il Muro del Pianto e il Santo Sepolcro. Ha potuto accostare il Monte Sinai e il Monte delle Beatitudini per confidare ai giovani in Galilea il segreto della vera pace che custodiscono quelle due sommità, e chiamarli ad essere "le pietre vive per edificare la civiltà dell'amore" e a "ricostruire l'unità originaria della famiglia umana, la cui sorgente è Dio, Padre, Figlio e Spirito Santo" (messaggio per il Nuovo Anno 2001).

Sì, lo ripeto, molto grande è la responsabilità della Chiesa per la pace nel vicino Oriente, poiché la sua propria missione, il suo carisma, che supera ogni strategia, è di essere educatrice delle coscienze, come una madre dolce e premurosa con i suoi figli. In questa educazione ripresa instancabilmente come la tela di Penelope, il minimo strappo alla tunica della pace rischia di fare rompere tutto sotto la spinta degli estremismi più violenti e più ciechi. Nessuna pace definita tramite accordi durerà, se non si accompagna alla pace degli animi e alla pace dei cuori. La pace non ha bisogno solo di esperti, è anche nelle mani di tutti noi e passa attraverso i mille gesti della vita quotidiana. Ogni giorno, con il nostro modo di vivere con gli altri scegliamo per o contro la pace. Cristiani della Terra Santa, Chiese del vicino Oriente, in quest'ora cruciale, siete più che mai necessari per l'avvenire pacifico del vostro paese. Rinforzando la vostra testimonianza di unità, di comunione fraterna, resisterete a tutte le tentazioni o minacce di lasciare una terra che non può fare a meno di voi, in tutta giustizia e verità. Questa terra è anche la vostra e voi avete il diritto di viverci, il dovere di lavorarci per la pace.

La Chiesa è innanzi tutto educatrice come sa esserlo ogni madre. Ma, il nuovo Anno, la Chiesa stessa ci fa volgere lo sguardo verso Maria, "Madre di Dio", "Theotokos".

Ho riletto l'omelia di Giovanni Paolo II , pronunciata il 25 marzo scorso nella basilica dell’Annunciazione a Nazareth. Sono stato colpito dal parallelo che ha stabilito tra Abramo e Maria presentata come "la più autentica figlia di Abramo." E cita le ammirabili parole di sant'Agostino: "Dio scelse la madre che aveva creato; creò la madre che aveva scelto". Eccoci immersi nel cuore del mistero dell'Incarnazione celebrato nel corso di tutto l'Anno Santo. In questo mondo di violenza in cui tutto secerne la disperazione, ecco Maria "Madre di Dio" che avanza come una polena, annunciatrice e perfino anticipatrice della salvezza degli uomini. Questo pezzetto di umanità, questa piccola figlia di Abramo, scampata intatta dalla rovina universale provocata dall'irruzione del peccato, realizza pienamente l'idea dell'uomo che Dio aveva e che ha voluto ristabilire tra noi in Cristo.

Come Maria potrebbe non essere, sulla propria terra che ha percorso dalla Galilea alla Giudea, il migliore atout per tutti coloro che cercano, senza perdersi d'animo, di rifare del paese natale un'oasi di giustizia e di pace? Coraggio, non siete soli!

         

top