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UFFICIO DELLE CELEBRAZIONI LITURGICHE
DEL SOMMO PONTEFICE

 

RITORNO ALLE FONTI
A SERVIZIO DELLA LITURGIA

 

Il 23 marzo 2006 si è svolto a Roma presso l’Istituto Salesiano «S. Cuore» il simposio sulla collana Monumenta Liturgica Concilii Tridentini.

Nella occasione S.E. Mons. Piero Marini ha fatto un intervento dal Titolo Ritorno alle Fonti che viene qui riportato.

Cose nuove e cose antiche

La sposa del Verbo incarnato, la Chiesa, istruita dallo Spirito Santo, si preoccupa di raggiungere una intelligenza sempre più profonda delle sacre Scritture, per nutrire di continuo i suoi figli con le divine parole; perciò a ragione favorisce anche lo studio dei santi padri d'oriente e d'occidente e delle sacre liturgie[1].

Alla luce di questo auspicio del Concilio Vaticano II, formulato nella Dei Verbum, possiamo con una convinzione ancora più forte accogliere e apprezzare ogni sforzo che tenti di piegarsi sulla grande tradizione della Chiesa, per trarre dal suo tesoro "cose nuove e cose antiche (nova et vetera)" (cf. Mt 13,52). E' questa l'opera dello scriba sapiente, dice ancora Matteo, che si è "fatto discepolo del regno dei cieli"; un'opera che richiede di saper costantemente rileggere il nuovo nascosto in un tesoro tràdito, e lo sa mettere in luce.

Questo è lo spirito nel quale si è mosso il Concilio Vaticano II e il rinnovamento della Chiesa da esso suscitato. Non è un caso, infatti, se questo medesimo passo del vangelo di Matteo sia ricordato proprio a conclusione del proemio del nuovo Messale Romano, dove così si giustifica e si spiega la riforma di quell'importante fonte liturgica:

In questo modo, mentre la Chiesa rimane fedele al suo compito di maestra di verità conservando "ciò che è vecchio" cioè il deposito della tradizione, assolve pure il suo compito di esaminare e adottare con prudenza "ciò che è nuovo" (Mt 13,52)[2].

Vecchio e nuovo, dunque, se espressioni autentiche della fede e dell'esperienza umana non si affrontano in una contrapposizione insolubile, ma anzi si sostengono e si illuminano a vicenda.

Custodire e promuovere

Questo tesoro della Chiesa, lo sappiamo bene, è innanzitutto costituito dalla Scrittura, in cui è contenuta una Parola di Dio che chiede di essere costantemente portata alla luce del nostro oggi. Ma accanto alla Scrittura, la Chiesa ha anche il tesoro della tradizione patristica e della liturgia, cui pure attinge per ritrovare la sua dimensione più vera di comunità in cammino.

La Scrittura e, accanto ad essa, i padri e le fonti liturgiche non sono semplici testimonianze di una storia passata, oggetto di interessi archeologici, ma sono testimonia, nel senso più pregnante del termine, di una storia vissuta tra Dio e il suo popolo. Sono nodi di una tela di cui noi formiamo i fili più recenti che tentano di intrecciarsi per costituire nuovo tessuto.

La fatica della Chiesa è proprio questa: partorire una novità che sia radicata, riplasmare un deposito che è già acquisito. E per fare ciò essa ha bisogno di piegarsi sulle fonti della propria fede, avendo davanti agli occhi - o meglio nel cuore - i bisogni del mondo d'oggi.

Certo, in questo sguardo all'indietro, è necessario evitare qualsiasi archeologismo: le fonti non ci offrono modelli preconfezionati da riproporre. Noi non siamo figli di un passato mitico ma, credendo nel ritorno del Signore Gesù, attestiamo che il compimento ci sta davanti e non alle spalle. Dall'altra parte tuttavia dobbiamo guardarci con altrettanta attenzione dal rischio di una fuga in avanti senza radici e, quindi, anche senza meta.

Nessuno sguardo all'indietro, dunque! E infatti riscoprire il tesoro delle fonti della propria fede, non è un cammino all'indietro, come la profezia autentica non è un cammino in avanti. Andare alle fonti non è, a ben considerare, un itinerario temporale verso il passato, ma è piuttosto un cammino che va in profondità, che va all'essenziale. E' un cammino che ci aiuta a vagliare l'ecclesialità della nostra fede, delle nostre idee, delle nostre risposte alle sfide di oggi.

La fede vissuta dalla Chiesa

Solo una fede vissuta, una fede che ha una storia, seppure travagliata, è una fede davvero cattolica, dove questo termine non indica solo un carattere sincronico ma anche uno diacronico, altrettanto importante.

È necessario uno sguardo che osa andare al di là del nostro passato più prossimo, come ricorda ancora il proemio del nuovo Messale Romano che dice:

La "tradizione dei santi Padri" esige dunque che non solo si conservi la tradizione trasmessa dei nostri predecessori immediati, ma che si tenga presente e si approfondisca fin dalle origini tutto il passato della Chiesa e si faccia un'accurata indagine sui modi molteplici con cui l'unica fede si è manifestata in forme di cultura umana e profana così diverse tra loro, quali erano quelle in uso nelle regioni abitate da Semiti, Greci e Latini. Questo approfondimento più vasto ci permette di constatare come lo Spirito Santo accordi al popolo di Dio un'ammirevole fedeltà nel conservare immutato il deposito della fede, per grande che sia la varietà delle preghiere e dei riti[3].

Andare alle fonti è un modo per riscoprire e vivere una ricchezza che è il primo tratto della cattolicità. Una ricchezza di forme, di idee, di soluzioni tentate. Nessuna di queste sarà probabilmente quella adatta al nostro oggi. Ma è l'itinerario che ci interessa, e la varietà degli approcci. Questo è il dono più grande che la tradizione può offrirci. Per questo essa è innanzitutto maestra di intelligenza, maestra di libertà, maestra di alterità. Il più delle volte non ci offrirà soluzioni pronte, ma ci accompagnerà - se in nostro spirito sarà attento - come sulla soglia; ci indicherà una via, senza sostituirsi alla nostra creatività, ma piuttosto stimolando la nostra intelligenza.

Luogo di comunione

Questo tesoro della Chiesa sarà anche luogo di incontro e di comunione, come ricorda già il prologo della prima lettera di San Giovanni Apostolo:

Ciò che era fin da principio, ciò che noi abbiamo udito, ciò che noi abbiamo veduto con i nostri occhi, ciò che noi abbiamo contemplato e ciò che le nostre mani hanno toccato ... noi lo annunciamo anche a voi, perché anche voi siate in comunione con noi (1Gv 1,1-3).

Luogo di comunione, dunque, tra i testimoni del Risorto e noi, uomini di oggi, e tra noi e coloro ai quali abbiamo la responsabilità di trasmettere la fede e il deposito ricevuti.

E quando i cristiani faranno l'esperienza della divisione, è ancora lì che dovranno ricorrere per tentare di ricostruire la comunione lacerata. Proprio il concilio di Trento, invitando i cristiani aderenti alla Confessione di Augusta a partecipare al concilio, promette e auspica:

che i problemi controversi siano trattati secondo la sacra Scrittura, le tradizioni apostoliche, i legittimi concili, il consenso della Chiesa cattolica e le affermazioni dei santi padri[4].

È lì che possiamo incontrarci: sulla Scrittura e sulla grande tradizione. Lì possiamo riconoscerci e ritornare a camminare insieme, in quell'essenziale che solo uno sguardo ampio, rivolto a tutta la tradizione antica, di ogni tempo e di ogni luogo, può offrirci.

Lex orandi, lex credendi

Ma è soprattutto nella liturgia, che il rinnovamento non può fare a meno di un sincero e profondo ritorno alle fonti: fonti di quello che si celebra e fonti di quello che si crede (lex orandi, lex credendi). Scavando nelle fonti, il teologo e il liturgista, tentano semplicemente di entrare in profondità nel mistero della fede quale si è rivelata nella vita concreta della Chiesa lungo la sua storia.

Piero Marini



[1] Concilio Vaticano II, Costituzione dogmatica sulla divina rivelazione (Dei Verbum) 23; in Decisioni dei concili ecumenici, a cura di G. Alberigo, UTET, Torino 1978, p. 1000.

[2] Messale romano, riformato a norma dei decreti del Concilio ecumenico vaticano II e promulgato da Papa Paolo VI, proemio 15.

[3] Messale romano, riformato a norma dei decreti del Concilio ecumenico vaticano II e promulgato da Papa Paolo VI, proemio 9.

[4] Concilio Tridentino, Sessione XV, 25 gennaio 1552; in Decisioni dei concili ecumenici, a cura di G. Alberigo, UTET, Torino 1978, pp. 622-623.

 

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