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UFFICIO DELLE CELEBRAZIONI LITURGICHE DEL SOMMO
PONTEFICE
INTERVISTA CONCESSA DA MONS. GUIDO
MARINI A PAOLO RODARI PER “IL RIFORMISTA”
(Pasqua 2008)
«La primissima reazione è stata di grande sorpresa e di grande timore. Poi,
ho vissuto con una certa trepidazione la vigilia dell’inizio del mio servizio
e, insieme, ho sentito molto il distacco dalla mia diocesi e dalla mia città,
da mia sorella e dalla sua famiglia, dalle tante persone amiche, dagli
ambienti nei quali ho esercitato in modo particolare il mio sacerdozio: la
Curia, il Seminario, la Cattedrale. Al contempo, però, sono rimasto molto
onorato di essere stato chiamato dal Santo Padre a svolgere il servizio di
Maestro delle Celebrazioni Liturgiche. La possibilità che mi è stata data di
stare accanto al Santo Padre l’ho sentita da subito come una vera grazia per
il mio sacerdozio».
Monsignor Guido Marini, genovese, 42 anni, descrive così al Riformista,
il suo arrivo lo scorso ottobre in Vaticano per prendere il posto di Maestro
delle Celebrazioni Liturgiche del Papa. Una nomina che permette a monsignor
Marini di lavorare a stretto contatto con il Papa. «Ciò che ho percepito
all’inizio del mio nuovo mandato - racconta - ha trovato puntuale conferma
tutte le volte che ho avuto la grazia di incontrare il Santo Padre. Questi
incontri sono stati e sono sempre per me motivo di grande gioia e di grande
emozione. Mai avrei pensato, io attento lettore ed estimatore del cardinal
Ratzinger, di avere un giorno la grazia di essergli vicino come lo sono
adesso. E poi, ogni volta, insieme alla venerazione profonda che suscita in me
la figura del Papa, vivo l’esperienza del Suo tratto umano sereno, gentile,
fine e delicato che mi riempie il cuore di gioia e che mi invita a spendermi
con ogni energia per collaborare con generosità, umiltà e fedeltà per
l’attuazione del Suo Magistero in ambito liturgico, per quanto attiene alle
mie competenze».

Il posto di Maestro delle Celebrazioni Liturgiche del Papa è importante
perché, se è vero che lex orandi lex credendi (la Chiesa crede in ciò
che prega) allora dirigere le cerimonie papali con rigore e fedeltà alle norme
è un aiuto alla fede di tuta la Chiesa. «La Liturgia della Chiesa - spiega
Marini -, con le parole, i gesti, i silenzi, i canti e le musiche ci porta a
vivere con singolare efficacia questi diversi momenti della storia della
salvezza, in modo tale che ne diventiamo davvero partecipi e ci trasformiamo
sempre di più in discepoli autentici del Signore, ripercorrendo nella nostra
vita le orme di Colui che è morto e risorto per la nostra salvezza. La
celebrazione liturgica, quando è realmente partecipata, induce a questa
trasformazione che è storia di santità».
E un aiuto in questa “trasformazione” può essere quel riposizionamento
voluto nelle liturgie papali della croce nel mezzo dell’altare, come un
residuo dell’antico “orientamento a Oriente” delle chiese: verso il sole che
sorge, verso Colui che viene. «La posizione della Croce al centro dell'altare
- dice Marini - indica la centralità del crocifisso nella Celebrazione
Eucaristica e l'orientamento interiore esatto che tutta l'assemblea è chiamata
ad avere durante la liturgia eucaristica: non ci si guarda, ma si guarda a
Colui che è nato, morto e risorto per noi, il Salvatore. Dal Signore viene la
salvezza, Lui è l’Oriente, il Sole che sorge a cui tutti dobbiamo rivolgere lo
sguardo, da cui tutti dobbiamo accogliere il dono della grazia. La questione
dell’orientamento liturgico nella Celebrazione Eucaristica, e il modo anche
pratico in cui questo prende forma, ha grande importanza, perché con esso
viene veicolato un fondamentale dato insieme teologico e antropologico,
ecclesiologico e inerente la spiritualità personale».
Un riposizionamento, quello della croce, che evidenzia come le prassi
liturgiche del passato debbano vivere ancora oggi. «La liturgia della Chiesa -
dice Marini -, come d’altronde tutta la sua vita, è fatta di continuità:
parlerei di sviluppo nella continuità. Ciò significa che la Chiesa procede nel
suo cammino storico senza perdere di vista le proprie radici e la propria viva
tradizione: questo può esigere, in alcuni casi, anche il recupero di elementi
preziosi e importanti che lungo il percorso sono stati smarriti, dimenticati e
che il trascorrere del tempo ha reso meno luminosi nel loro significato
autentico. Quando questo avviene non si realizza un ritorno al passato, ma un
vero e illuminato progresso in ambito liturgico».
E in questo progresso non si può non menzionare il Motu proprio Summorum
Pontificum: «Considerando con attenzione il Motu proprio, come anche la
lettera indirizzata dal Papa ai vescovi di tutto il mondo per presentarlo,
risalta un duplice preciso intendimento. Anzitutto, quello di agevolare il
conseguimento di “una riconciliazione nel seno della Chiesa”; e in questo
senso, come è stato detto, il Motu proprio è un bellissimo atto di amore verso
l’unità della Chiesa. In secondo luogo, e questo è un dato da non dimenticare,
quello di favorire un reciproco arricchimento tra le due forme del Rito
Romano: in modo tale, ad esempio, che nella celebrazione secondo il Messale di
Paolo VI (forma ordinaria del Rito Romano) “potrà manifestarsi in maniera più
forte di quanto non lo è spesso finora, quella sacralità che attrae molti
all’antico uso”».
Sono giorni importanti per la Chiesa. Giorni in cui la Chiesa rivive la
passione, morte e risurrezione del Signore. Giorni di un tempo liturgico
importante per i fedeli, i giorni di Quaresima e della settimana Santa e
quindi della Pasqua: «La Quaresima - dice - è tempo di sincera conversione nel
clima spirituale dell’austerità. Un’austerità che non è fine a se stessa, ma
finalizzata ad agevolare il recupero di quanto è davvero essenziale nella vita
umana. E ciò che è davvero essenziale, al di là di tutto, è Dio. Ecco perché
la Quaresima è un tempo privilegiato di ritorno a Dio con tutto il cuore,
attraverso la triplice via della preghiera, del digiuno e dell’elemosina, come
ci ricorda la pagina evangelica del Mercoledì delle Ceneri. È il tempo nel
quale siamo chiamati a rivivere interiormente, nell’arco di quaranta giorni,
l’esperienza dell’antico popolo di Dio pellegrino nel deserto e l’esperienza
della tentazione provata da Gesù. In fondo, entrambe queste esperienze, ci
riportano a una lotta vissuta per incontrare Dio e rimanere in intima
comunione con Lui, conservare il primato della Sua volontà nella vita, non
permettere che altro da Lui abbia la capacità di fagocitare il cuore umano.
Con la Pasqua, invece, si aprono nuovi scenari di spiritualità, colorati di
gioia esultante, di vita sovrabbondante, di luminosa speranza: perché con
Cristo Risorto la morte è debellata, il peccato e il male non hanno più
l’ultima parola sulla vita dell’uomo, l’eternità felice è una prospettiva
reale, la vita trova un senso compiuto, si scopre che la Verità del volto di
Dio è Amore misericordioso senza fine».

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