 |
UFFICIO DELLE CELEBRAZIONI LITURGICHE DEL SOMMO
PONTEFICE
Monsignor Guido Marini illustra la nuova
insegna
che Benedetto XVI indosserà dal prossimo 29 giugno
(© L'Osservatore Romano - 26 giugno 2008)
Il pallio papale
tra continuità e sviluppo

di Gianluca Biccini
Dal 29 giugno cambia il pallio indossato da Benedetto XVI
per le solenni celebrazioni liturgiche. Quello che il Papa adopererà per la
messa dei santi Pietro e Paolo sarà a forma circolare chiusa, con i due capi
che pendono nel mezzo del petto e del dorso. La foggia risulterà più larga e
più lunga, mentre sarà conservato il colore rosso delle croci che lo
adornano. "Si tratta dello sviluppo della forma del pallio latino utilizzato
fino a Giovanni Paolo ii" spiega il maestro delle Celebrazioni Liturgiche
Pontificie, monsignor Guido Marini, che illustra motivazioni storiche e
liturgiche della nuova insegna in questa intervista a "L'Osservatore
Romano".
Quali sono gli elementi di continuità e quelli di innovazione rispetto al
passato?
Alla luce di attenti studi, in merito allo sviluppo del pallio nel corso dei
secoli, sembra che si possa affermare che il pallio lungo e incrociato sulla
spalla sinistra non è stato più portato in Occidente a partire dal ix
secolo. Infatti, il dipinto presente nel Sacro Speco di Subiaco, risalente
al 1219 circa e raffigurante Papa Innocenzo iii con questo tipo di pallio,
pare un "arcaismo" consapevole. In questo senso l'uso del nuovo pallio
intende venire incontro a due esigenze: anzitutto quella di sottolineare
maggiormente il continuo sviluppo che nell'arco di oltre dodici secoli
questa veste liturgica ha continuato ad avere; in secondo luogo quella di
carattere pratico, in quanto il pallio usato da Benedetto XVI dall'inizio
del pontificato ha comportato diversi e fastidiosi problemi da questo punto
di vista.
Restano le differenze tra il pallio papale e quello che il Pontefice
impone agli arcivescovi?
La differenza rimane anche nel pallio attuale. Quello che sarà indossato da
Benedetto XVI a partire dalla solennità dei santi Pietro e Paolo riprende la
forma del pallio usato fino a Giovanni Paolo ii, sebbene con foggia più
larga e più lunga, e con il colore rosso delle croci. La differente forma
del pallio papale rispetto a quello dei
metropoliti mette in risalto la diversità di giurisdizione che dal pallio è
significata.
Da alcuni mesi è cambiato anche il pastorale che il Papa adopera nelle
celebrazioni. Quali sono le motivazioni di questa scelta?
Il pastorale dorato a forma di croce greca - appartenuto al beato Pio ix e
usato per la prima volta da Benedetto XVI nella celebrazione della Domenica
delle Palme di quest'anno - è ormai utilizzato costantemente dal Pontefice,
che ha così ritenuto di sostituire quello argenteo sormontato dal
crocifisso, introdotto da Paolo vi e utilizzato anche da Giovanni Paolo i,
Giovanni Paolo ii e da lui stesso. Tale scelta non significa semplicemente
un ritorno all'antico, ma testimonia uno sviluppo nella continuità, un
radicamento nella tradizione che consente di procedere ordinatamente nel
cammino della storia. Questo pastorale, denominato "ferula", risponde
infatti in modo più fedele alla forma del pastorale papale tipico della
tradizione romana, che è sempre stato a forma di croce e senza crocifisso,
perlomeno da quando il pastorale è entrato nell'uso dei Romani Pontefici.
Non bisogna poi dimenticare un elemento di praticità: la ferula di Pio ix
risulta più leggera e maneggevole del pastorale introdotto da Paolo vi.
E il pastorale realizzato da Lello Scorzelli per Papa Montini a metà
degli anni Sessanta?
Resta a disposizione della sagrestia pontificia, insieme a tanti oggetti
appartenuti ai predecessori di Benedetto XVI.
Lo stesso discorso vale per la scelta dei paramenti indossati dal Papa
nelle varie celebrazioni?
Anche in questo caso va detto che le vesti liturgiche adottate, come anche
alcuni particolari del rito, intendono sottolineare la continuità della
celebrazione liturgica attuale con quella che ha caratterizzato nel passato
la vita della Chiesa. L'ermeneutica della continuità è sempre il criterio
esatto per leggere il cammino della Chiesa nel tempo. Ciò vale anche per la
liturgia. Come un Papa cita nei suoi documenti i Pontefici che lo hanno
preceduto, in modo da indicare la continuità del magistero della Chiesa,
così nell'ambito liturgico un Papa usa anche vesti liturgiche e
suppellettili sacre dei Pontefici che lo hanno preceduto per indicare la
stessa continuità anche nella lex orandi. Vorrei però far notare che
il Papa non usa sempre abiti liturgici antichi. Ne indossa spesso di
moderni. L'importante non è tanto l'antichità o la modernità, quanto la
bellezza e la dignità, componenti importanti di ogni celebrazione liturgica.
Un esempio lo si ha nei viaggi in Italia e fuori Italia, dove i paramenti
papali sono predisposti dalle Chiese locali.
Certamente. Basti pensare a quello negli Stati Uniti o a quello in Italia,
prima a Genova e poi nel Salento. In entrambi i casi sono state le diocesi a
predisporre le vesti liturgiche del Papa, in accordo con l'Ufficio delle
Celebrazioni Liturgiche del Sommo Pontefice. Nella varietà degli stili e con
attenzione a elementi caratteristici locali, il criterio adottato è stato
quello della bellezza e della dignità, dimensioni tipiche dell'azione sacra
che si compie nella celebrazione eucaristica.
A questo punto potrebbe anticiparci qualche particolare aspetto liturgico
del prossimo viaggio internazionale?
Posso dire che il tempo della preparazione è stato molto
fruttuoso e la collaborazione trovata in Australia molto cordiale e
disponibile. Papa Benedetto XVI incontrerà ancora una volta i giovani di
tutto il mondo e tutti preghiamo perché di nuovo questo incontro possa
essere motivo di grande grazia per tutti, occasione per conoscere con più
intensità il volto di Gesù e il volto della Chiesa, stimolo per una risposta
pronta e generosa alla chiamata del Signore. L'augurio è che anche le
celebrazioni liturgiche, preparate con cura e davvero partecipate perché
vissute a partire dal cuore, siano occasioni privilegiate per l'accoglienza
di questa grazia.
Che cosa ci può dire dell'alto trono papale, utilizzato in occasioni come
il concistoro, e della croce ritornata al centro dell'altare?
Il cosiddetto trono, usato in particolari circostanze, vuole semplicemente
mettere in risalto la presidenza liturgica del Papa, successore di Pietro e
vicario di Cristo. Quanto alla posizione della croce al centro dell'altare,
essa indica la centralità del crocifisso nella celebrazione eucaristica e
l'orientamento esatto che tutta l'assemblea è chiamata ad avere durante la
liturgia eucaristica: non ci si guarda, ma si guarda a Colui che è nato,
morto e risorto per noi, il Salvatore. Dal Signore viene la salvezza, Lui è
l'Oriente, il Sole che sorge a cui tutti dobbiamo rivolgere lo sguardo, da
cui tutti dobbiamo accogliere il dono della grazia. La questione
dell'orientamento liturgico nella celebrazione eucaristica, e il modo anche
pratico in cui questo prende forma, ha grande importanza, perché con esso
viene veicolato un fondamentale dato insieme teologico e antropologico,
ecclesiologico e inerente la spiritualità personale.
È questo il criterio per capire anche la decisione di celebrare
all'altare antico della Cappella Sistina, in occasione della festa del
Battesimo del Signore?
Esattamente. Nelle circostanze in cui la celebrazione avviene secondo questa
modalità, non si tratta tanto di volgere le spalle ai fedeli, quanto
piuttosto di orientarsi insieme ai fedeli verso il Signore. Da questo punto
di vista "non si chiude la porta all'assemblea", ma "si apre la porta
all'assemblea" conducendola al Signore. Si possono verificare particolari
circostanze nelle quali, a motivo delle condizioni artistiche del luogo
sacro e della sua singolare bellezza e armonia, divenga auspicabile
celebrare all'altare antico, dove tra l'altro si conserva l'esatto
orientamento della celebrazione liturgica. Non ci si dovrebbe sorprendere:
basta andare in San Pietro al mattino e vedere quanti sacerdoti celebrano
secondo il rito ordinario scaturito dalla riforma liturgica, ma su altari
tradizionali e dunque orientati come quello della Sistina.
Nella recente visita a
Santa Maria di Leuca e Brindisi il Papa ha
distribuito la comunione ai fedeli in bocca e in ginocchio. È una prassi
destinata a diventare abituale nelle celebrazioni papali?
Penso proprio di sì. Al riguardo non bisogna dimenticare che la
distribuzione della comunione sulla mano rimane tuttora, dal punto di vista
giuridico, un indulto alla legge universale, concesso dalla Santa Sede a
quelle conferenze episcopali che ne abbiano fatto richiesta. La modalità
adottata da Benedetto XVI tende a sottolineare la vigenza della norma valida
per tutta la Chiesa. In aggiunta si potrebbe forse vedere anche una
preferenza per l'uso di tale modalità di distribuzione che, senza nulla
togliere all'altra, meglio mette in luce la verità della presenza reale
nell'Eucaristia, aiuta la devozione dei fedeli, introduce con più facilità
al senso del mistero. Aspetti che, nel nostro tempo, pastoralmente parlando,
è urgente sottolineare e recuperare.
Cosa risponde il maestro delle celebrazioni liturgiche a chi accusa
Benedetto XVI di voler imporre così modelli preconciliari?
Anzitutto mi piace sottolineare l'adesione cordiale e convinta che si nota
anche in merito al magistero liturgico del Santo Padre. Per quanto riguarda,
poi, termini come "preconciliari" e "postconciliari" utilizzati da alcuni,
mi pare che essi appartengano a un linguaggio ormai superato e, se usati con
l'intento di indicare una discontinuità nel cammino della Chiesa, ritengo
che siano errati e tipici di visioni ideologiche molto riduttive. Ci sono
"cose antiche e cose nuove" che appartengono al tesoro della Chiesa di
sempre e che come tali vanno considerate. Il saggio sa ritrovare nel suo
tesoro le une e le altre, senza appellarsi ad altri criteri che non siano
quelli evangelici ed ecclesiali. Non tutto ciò che è nuovo è vero, come
d'altronde neppure lo è tutto ciò che è antico. La verità attraversa
l'antico e il nuovo ed è a essa che dobbiamo tendere senza precomprensioni.
La Chiesa vive secondo quella legge della continuità in virtù della quale
conosce uno sviluppo radicato nella tradizione. Ciò che più importa è che
tutto concorra perché la celebrazione liturgica sia davvero la celebrazione
del mistero sacro, del Signore crocifisso e risorto che si fa presente nella
sua Chiesa riattualizzando il mistero della salvezza e chiamandoci, nella
logica di un'autentica e attiva partecipazione, a condividere fino alle
estreme conseguenze la sua stessa vita, che è vita di dono di amore al Padre
e ai fratelli, vita di santità.
Ancora oggi il motu proprio
Summorum Pontificum, sull'uso della
liturgia romana anteriore alla riforma effettuata nel 1970, sembra dare
adito a interpretazioni contrastanti. Sono ipotizzabili celebrazioni
presiedute dal Papa secondo la forma straordinaria, che è quella antica?
Si tratta di una domanda a cui non so dare risposta. Quanto al motu proprio
citato, considerandolo con serena attenzione e senza visioni ideologiche,
insieme alla lettera indirizzata dal Papa ai vescovi di tutto il mondo per
presentarlo, risalta un duplice preciso intendimento. Anzitutto, quello di
agevolare il conseguimento di "una riconciliazione nel seno della Chiesa"; e
in questo senso, come è stato detto, il motu proprio è un bellissimo atto di
amore verso l'unità della Chiesa. In secondo luogo - e questo è un dato da
non dimenticare - il suo scopo è quello di favorire un reciproco
arricchimento tra le due forme del rito romano: in modo tale, per esempio,
che nella celebrazione secondo il messale di Paolo VI (che è la forma
ordinaria del rito romano) "potrà manifestarsi in maniera più forte di
quanto non lo è spesso finora, quella sacralità che attrae molti all'antico
uso".
|