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UFFICIO DELLE CELEBRAZIONI LITURGICHE 
DEL SOMMO PONTEFICE  

 

L’uso del pallio

 

Fra le insegne liturgiche del Sommo Pontefice, uno dei più evocativi è il pallio fatto di lana bianca, simbolo del vescovo come buon pastore e, insieme, dell’Agnello crocifisso per la salvezza dell’umanità. Come ha accennato Papa Benedetto XVI nell’Omelia nella Santa Messa per l’inizio del ministero petrino il 24 aprile 2005: “... la lana d’agnello intende rappresentare la pecorella perduta o anche quella malata e quella debole, che il pastore mette sulle sue spalle e conduce alle acque della vita”. 

Le prime notizie storiche sul pallio emergono dall’antichità cristiana. Il Liber pontificalis nota che Papa San Marco († 336) conferì il pallio al vescovo suburbicario di Ostia, uno dei consacratori del Romano Pontefice. Anche se non possiamo essere sicuri del valore storico di questa informazione, per lo meno riflette la prassi del V o VI secolo, quando il Liber pontificalis fu compilato nell’ambito della Curia Romana. 

Nel 513 Papa Simmaco concesse il privilegio del pallio a S. Cesario d’Arles e in seguito si moltiplicarono le concessioni del pallio, fatte dai Pontefici a vescovi d’Italia e fuori d’Italia. Nelle altre chiese d’Occidente non si evidenziava l’insegno del pallio, se non era stato concesso ai vescovi dal Romano Pontefice.  

Il pallio è il simbolo di un legame speciale con il Papa ed esprime inoltre la potestà che, in comunione con la Chiesa di Roma, il metropolita acquista di diritto nella propria giurisdizione. Secondo il diritto canonico (CIC can. 437), un metropolita deve chiedere il pallio entro tre mesi dalla sua nomina ed è autorizzato ad indossarlo solo nel territorio della propria diocesi e nelle altre diocesi della sua provincia ecclesiastica.  

L’omoforio, come paramento liturgico usato dai vescovi ortodossi e dai vescovi cattolici orientali di rito bizantino, consiste di una fascia di stoffa larga, incurvata al centro così da poterla far girare dietro il collo e appoggiarla alle spalle facendo scendere le estremità sul petto. Nella tradizione orientale, il “grande omoforio” (da distinguere dalla forma più piccola, che è portata dai vescovi in certe occasioni e assomiglia l’epitrachelion che corrisponde alla stola occidentale) ha subito un certo sviluppo e oggi è più largo e adornato nella forma. A differenza del pallio, l’omoforio non è riservato agli arcivescovi metropoliti, ma può essere indossato da tutti i vescovi.

 

Il pallio papale

Il pallio liturgico nelle rappresentazioni più antiche appare in forma di sciarpa aperta e disposta sopra le spalle. In tal modo lo vediamo nella figura dell’arcivescovo Massimiano (498-556) a S. Vitale in Ravenna (prima metà del VI secolo). Un lembo del pallio segnato da una croce pende anteriormente sul lato sinistro della figura, mentre l’altro lembo sale sulla spalla sinistra, gira attorno al collo e, passando sulla spalla destra, scende assai basso dinanzi al petto, per tornare infine sulla spalla sinistra e ricadere dietro la schiena.

Questa maniera di portare il pallio si mantenne fino all’alto medioevo, quando, mediante le spille, si cominciò a far in modo che i due capi pendessero esattamente nel mezzo del petto e del dorso. Sostituendo le spille con una cucitura fissa, si arriva alla forma circolare chiusa, che s’incontra comunemente dopo il IX secolo, come si vede nelle rappresentazioni in varie basiliche romane (Santa Maria Antiqua, Santa Maria in Trastevere, San Clemente). I due capi del pallio però mantennero sempre una considerevole lunghezza, finché, dopo il XV secolo, erano progressivamente accorciati.

L’ornamentazione del pallio, che si trova illustrata già sul mosaico di Ravenna, venne in seguito sempre più arricchita. Si ricamarono quattro, sei od otto croci rosse o nere; all’orlo furono talvolta attaccate delle frange. Nella forma sviluppata del pallio gli estremi lembi delle appendici terminano con piccole lastrine di piombo coperte di seta nera. Le tre spille gemmate, che in origine servivano a tenere il pallio fermo a suo posto, erano diventate già nel XIII secolo un elemento semplicemente decorativo.

Il pallio lungo e incrociato sulla spalla sinistra non è stato più indossato dal papa e dai vescovi in Occidente dopo l’epoca carolingia. Sembrerebbe che già nel medioevo si trovasse una consapevolezza di questo sviluppo storico: un’illustrazione di un manoscritto del secolo XI mostra san Gregorio Magno, che indossa il pallio nella forma contemporanea con i capi pendenti in mezzo, e l’Apostolo Pietro che lo indossa nello stile antico sulla spalla sinistra (Montecassino, Biblioteca dell’Abbazia, 73 DD). Quindi, il noto dipinto presente nel Sacro Speco di Subiaco, risalente al 1219 circa e raffigurante Papa Innocenzo III con il tipo antico di pallio, pare un “arcaismo” cosciente.

Dopo aver usato per sé un pallio più lungo e incrociato sulla spalla sinistra, Benedetto XVI ha ripreso, a partire della solennità dei santi Pietro e Paolo 2008, la forma del pallio usato fino Giovanni Paolo II, sebbene con foggia più larga e più lunga, e con il colore rosso delle croci. L’uso di questa forma del pallio intende sottolineare maggiormente il continuo sviluppo che nell’arco di oltre dodici secoli questa veste liturgica ha conosciuto.

Il pallio degli arcivescovi metropoliti, nella sua forma presente, è una stretta fascia di stoffa, di circa cinque centimetri, tessuta in lana bianca, incurvata al centro così da poterlo appoggiare alle spalle sopra la pianeta o casula e con due lembi neri pendenti davanti e dietro, così che – vista sia davanti che dietro – il paramento ricordi la lettera “Y”. È decorato con sei croci nere di seta, una su ogni coda e quattro sull’incurvatura, ed è guarnito, davanti e dietro, con tre spille d’oro e gioielli (acicula). La differente forma del pallio papale rispetto a quello dei metropoliti mette in risalto la diversità di giurisdizione che dal pallio è significata.

 

 

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