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UFFICIO DELLE CELEBRAZIONI LITURGICHE DEL
SOMMO PONTEFICE
Il sacerdote nella celebrazione eucaristica del Natale in Oriente e Occidente
Come non si possono dividere nella Sacra Scrittura le parole e
i gesti, così non si può separare la Parola dall’Eucaristia, la catechesi dai
sacramenti, l’adorazione dalla comunione, perché significa separare la natura
divina di Cristo da quella umana, quasi il Verbo non si fosse incarnato. La
fede cattolica si propone nell’incontro sacramentale, fatto di gesti e parole,
di segni, di bellezza, di luci, di immagini, di splendore, come è
particolarmente evidente nelle liturgie orientali. Accade nei misteri, secondo
tempi e modi diversi per ognuno, l’incontro col Signore, un’esperienza che san
Paolo descrive come un processo di percezione della forma e di rapimento,
diremmo di estetica ed estasi: «Noi tutti, che, a faccia svelata, rispecchiamo
la gloria del Signore, siamo trasformati nella stessa immagine salendo di
gloria in gloria, conforme all’operazione del Signore che è spirito» (2Cor
3,18).
La ricerca costante del sacro descrive l’ampio spazio del
mistero nel quale il sacerdote si muove quando celebra la sacra liturgia:
l’uomo può essere rapito e portato ad esso con la contemplazione o più
semplicemente può aderirvi con l’intelletto e la volontà grazie alla
rivelazione. Sono alcuni sintomi dello scambio mirabile tra il cielo e la
terra, tra il divino e l’umano inaugurato dall’incarnazione del Verbo. Gesù
Cristo «il più bello tra i figli dell’uomo» (Sal 44,3), il paradosso di colui
che è il più bello e nello stesso tempo «non ha apparenza né bellezza per
attirare il nostro sguardo» (Is 53,2): è lui, secondo la celebre frase di
Dostoevskij, la bellezza redentrice che ci salverà. Niente riesce nel contatto
meglio dell’arte creata dalla fede e del volto dei santi da cercare ogni
giorno, come esorta la Didachè. Per imparare a vedere e conoscere la
bellezza divina, secondo Giovanni Damasceno, non servono i concetti che creano
idoli, ovvero la gnosi, ma è necessario lo stupore: si può dire che
dall’adorazione abbia inizio l’intelligenza del mistero cristiano. I teologi
mistici, da Dionigi Areopagita a Giovanni della Croce, sono partiti dalla
forma dell’essere per giungere allo spirito interiore, secondo il metodo
dell’incarnazione del Verbo: «la luce vera che illumina ogni uomo che viene
nel mondo» (Gv 1,9); hanno mostrato la coincidenza, in certo modo, tra la
mistica e l’estetica. Dio si è rivelato, ha manifestato la sua forma all’uomo;
questi, attraverso il di Lui visibile nella liturgia, è attratto a partecipare
alla gloria di Dio: «perché conoscendo Dio visibilmente, per mezzo suo siamo
rapiti all’amore delle cose invisibili» [1]. Infatti nel Credo si
professa la fede in Dio creatore di tutte le cose visibili e invisibili: si
noti l’attributo invisibili al sostantivo cose che usualmente è
riferito alla materialità, mentre qui riguarda anche la sfera dell’invisibile.
Bisogna domandarsi: l’uomo moderno è capace di capire la
liturgia cattolica? Di comprendere che in essa il “Cielo scende sulla terra”,
il mistero si fa incontrare e toccare? Romano Guardini dubitava della capacità
dell’uomo moderno di comprenderla [2]. L’uomo moderno vive nell’immanentismo,
nel materialismo, ma nello stesso tempo avverte l’insoddisfazione, il bisogno
di uscire da tale morsa, di trovare una soluzione a tale situazione e allora
bisogna fargli intravedere una possibilità di risposta alla domanda che porta
dentro di sé. La liturgia è la risposta al bisogno di incontrare il senso
della vita, di avvicinarsi al mistero, quasi di avvertirlo ed esserne in
qualche modo avvolto, coinvolto: è questo ciò che tocca l’essere umano, ciò
che evoca nell’animo umano la nostalgia di assoluto, di divino. Gesù ha
rivelato a Nicodemo la sua duplice natura, divina e umana, nell’unità della
Persona: «Nessuno è asceso al cielo, se non colui che è disceso al cielo, il
Figlio dell’uomo» (Gv 3,13). Nello stesso tempo ha rivelato il fine
della sua venuta nel mondo: donare la vita eterna e la salvezza (cf. Gv
3,15-17), far sì che l’essere umano e il cosmo raggiungano Dio; per questo,
quindi, doveva aprire un varco, offrire una scala per salire, per compiere
l’ascensione verso Dio.
Nella discesa del Verbo si avvera la condivisione, da parte
del Logos eterno, della vita dell’essere umano; quindi il mistero si è fatto
carne, è entrato nella nostra quotidianità e perciò non dobbiamo avere paura.
L’angelo disse a Maria: Non temere, non avere paura. Gesù lo ricordava ai
discepoli: non abbiate paura, sono io.
Il ministero del sacerdote, specialmente nella sacra liturgia
natalizia, è simile a quello degli angeli: annunciare la Presenza del
Salvatore che vince ogni paura. L’essere umano ha paura quando non apre gli
occhi sul fatto che il mistero si è fatto carne, è diventato uno di noi.
Infatti, se grande è quello che ci è stato promesso, secondo sant’Agostino,
ancor più grande è quello che è accaduto: il fatto inaudito di Dio che scende
nel mondo assumendo la nostra umanità, condividendola totalmente dall’interno
e quindi svelando alla storia il suo significato e imprimendole la direzione
finale.
La concezione “cosmica” adorante di Dio presente nel mistero
sacramentale era propria di padri come Agostino; di monaci come Nicodemo,
della santa montagna dell’Athos; di teologi come Tommaso d’Aquino. Essi si
sentivano perciò responsabili dell’introduzione dei fedeli al mistero,
vedevano il sacerdote quale amministratore dei misteri, quindi interprete o
mistagogo del mistero divino-umano, che è la luce della verità venuta nel
mondo. La luce è essa stessa una realtà misteriosa, ed è umile, perché vuol
far vedere non se stessa ma tutto il resto; è trasparenza della realtà; è
composta di tutti i colori, sì da riuscire trasparente. In modo magistrale,
sant’Ambrogio insegna che «La luce dei misteri riesce più penetrante se
colpisce di sorpresa anziché arrivare dopo le prime avvisaglie di qualche
trattazione previa» [3].
Nella liturgia bizantina acclama il coro dopo la
comunione: «Abbiamo visto la vera luce, abbiamo ricevuto lo Spirito celeste,
abbiamo trovato la vera fede, adorando la Trinità indivisa, poiché essa ci ha
salvati». Per comprendere questo, bisogna seguire l’itinerario che essa compie
e che ha come il suo fulcro nella frase del salmo «Nella tua luce noi vediamo
la luce» (Sal 36,10). Da quando Dio si è fatto uomo e la forma ha irradiato la
divinità, la liturgia comunica quella luce, perché l’essere umano guardando la
luce veda, percepisca la luce di Dio. Ecco perché la liturgia è sinonimo di
bellezza, di luce – i testi liturgici romani del Natale hanno a tema la luce
apparsa, manifestata in Cristo –: come la luce fisica fa funzionare i nostri
occhi, che altrimenti al buio, pur perfetti, non funzionerebbero, così è Gesù
Cristo, che ha detto: «Io sono la luce del mondo, chi mi segue non cammina
nelle tenebre» (Gv 8,12); cioè, io faccio vedere, faccio funzionare gli occhi
del vostro spirito; senza di me l’essere umano non vede, resta cieco perché la
luce fa essere gli occhi e fa esistere le cose. Se il mondo fosse
permanentemente nel buio, tutte le cose del mondo non avrebbero forma ed
esistenza, dunque la luce è sinonimo di vita. «Nella tua luce vediamo la luce»
vuol dire: nella contemplazione di te noi capiamo, comprendiamo il senso della
vita. Siamo al centro del mistero di Dio uno e trino, manifestato in Gesù
nell’Epifania, nel Battesimo, nella Trasfigurazione. Cristo comunica
attraverso la forma umana trasfigurata lo splendore del Padre, la gloria di
Dio. La carne di Cristo è il sacramento del Padre, la carne di Cristo è
sacramento della divinità. La discesa (catabasi) e l’abbassamento (kenosi)
di Dio va dal mistero dell’incarnazione al mistero della redenzione. Il Natale
è l’inizio, anche se la sua celebrazione nell’anno liturgico si è affermata
solo dopo che la Chiesa aveva posto al centro del tempo annuale il mistero
della Pasqua.
Nel rito bizantino per la preparazione dei doni (proskomidia),
in cui la Chiesa commemora gli anni trascorsi da Gesù prima della vita
pubblica, si adoperano degli strumenti sacri che ricordano la Natività, come
la stella o asterisco, formata da due semicerchi di metallo prezioso,
incrociati uno sull’altro, alla cui sommità è posta una croce e, nella parte
inferiore, una stelletta, sulla patena o disco del pane – la mangiatoia dove è
stato adagiato il Dio bambino –, a simboleggiare l’astro che guidò i Magi alla
grotta.
Il luogo della preparazione (protesi) è come la grotta
misteriosa in cui il Salvatore si degnò di nascere quando il Cielo venne
portato sulla terra: esso divenne grotta e questa si cambiò in cielo [4], in
essa fu confezionato per la prima volta il pane del sacrificio. Poi, quanto
annunciato nell’ouverture della protesi, la liturgia lo dispiega
come in una sinfonia: nella liturgia dei catecumeni il rito del “piccolo
ingresso” con l’evangeliario, che sta a significare l’incarnazione con cui il
Verbo ha fatto il suo ingresso nel mondo.
Sebbene tale allegoria sia tardiva, il realismo dell’immagine
o icona da proporre alla venerazione attraverso gli atti liturgici, al
contrario dello spiritualismo simbolico e per certi versi “iconoclasta”,
corrisponde all’essenza del cristianesimo che è il mistero presente nel fatto
storico della Persona e della vita di Gesù Cristo. La liturgia latina, che
pure possedeva analoghe espressioni, dovrebbe recuperarle onde evitare il
simbolismo astratto che non attrae l’uomo al mistero. Simbolismo e
raffigurazione non sono la stessa cosa, nell’arte come nella liturgia. Dunque,
la liturgia manifesta il suo nesso causale con i misteri della vita di Cristo,
in cui l’economia salvifica passa dalla cosmicità alla storicità.
Note
[1] Messale Romano, prefazio di Natale I.
[2] Liturgie und liturgische Bildung, Würzburg 1966, pp. 9-18.
[3] Sant’Ambrogio, De mysteriis, 2: SCh 25bis, 156.
[4] Cf. N. Cabasilas, Esposizione della Divina Liturgia,IV:
PG 150, 377D-380A.
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