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UFFICIO DELLE CELEBRAZIONI LITURGICHE
DEL SOMMO PONTEFICE
 

 

La chiesa, casa di Dio e degli uomini

 

 

Benedetto XVI, Omelia II Domenica di Avvento, 10 dicembre 2006

Cari fratelli e sorelle, stiamo dedicando una Chiesa -un edificio in cui Dio e l'uomo vogliono incontrarsi; una casa che ci riunisce, in cui si è attratti verso Dio, ed essere insieme con Dio ci unisce reciprocamente. Le tre letture di questa liturgia solenne vogliono mostrarci sotto aspetti molto diversi il significato di un edificio sacro come casa di Dio e come casa degli uomini. Tre grandi temi, in queste tre letture che abbiamo sentito, ci stanno davanti: la Parola di Dio che raccoglie gli uomini, nella prima lettura; la città di Dio che, al contempo, appare come sposa, nella seconda ed infine la confessione di Gesù Cristo come Figlio di Dio incarnato, espressa per primo da Pietro, che ha posto così l'inizio di quella Chiesa viva che si manifesta nell'edificio materiale di ogni chiesa. Ascoltiamo ora un po’ più da vicino che cosa ci dicono le tre letture. 

C'è innanzitutto il racconto della riedificazione del popolo di Israele, della città santa Gerusalemme e del tempio dopo il ritorno dall'esilio. Dopo il grande ottimismo del rimpatrio, il popolo -arrivato - si vede davanti a un paese deserto. Come riedificarlo? La ricostruzione esterna, così necessaria, non può progredire, se prima non viene ricostituito il popolo stesso come popolo -se non diventa operante un criterio comune di giustizia che unisca tutti e regoli la vita e l’attività di ciascuno. Il popolo ritornato ha bisogno, per così dire, di una "costituzione", di una legge fondamentale per la sua vita. E sa che questa costituzione, se deve essere giusta e duratura, se in definitiva deve portare alla giustizia, non può essere frutto di una sua autonoma invenzione. La vera giustizia non può essere inventata dall'uomo: essa deve piuttosto essere scoperta. Deve, in altre parole,  venire da Dio, che è la giustizia. La Parola di Dio, quindi, riedifica la città. Ciò che la lettura ci racconta, è un richiamare alla mente l'evento del Sinai. Un rendere presente l’avvenimento del Sinai: la santa Parola di Dio, che indica agli uomini la via della giustizia, viene solennemente letta e spiegata. Così essa si rende presente come una forza che, dal di dentro, edifica nuovamente il Paese. Questo avviene nel giorno di capodanno. La Parola di Dio inaugura un nuovo anno, inaugura una nuova ora della storia. Sempre la Parola di Dio è forza di rinnovamento che dà senso ed ordine al nostro tempo. Alla fine della lettura sta la gioia: gli uomini vengono invitati al banchetto solenne; vengono esortati a far dono a coloro che nulla hanno e ad unire così tutti nella comunione della gioia che si basa sulla Parola di Dio. L’ultima parola di questa lettura è la bella espressione: la gioia del Signore è la nostra forza. Credo che non sia difficile vedere come queste parole dell'Antico Testamento siano per noi ora una realtà. L'edificio della chiesa esiste perché la Parola di Dio possa essere ascoltata, spiegata e compresa in mezzo a noi; esiste, perché la Parola di Dio operi fra noi come forza che crea giustizia ed amore. Esiste, in particolare, perché in esso possa cominciare la festa a cui Dio vuol far partecipare l'umanità non solo alla fine dei tempi ma già ora. Esiste, perché venga destata in noi la conoscenza del giusto e del bene, e non c’è altra fonte per conoscere e dar forza a questa conoscenza del giusto e del bene se non la Parola di Dio. Esiste, perché noi impariamo a vivere la gioia del Signore che è la nostra forza. Preghiamo il Signore di renderci lieti della sua Parola; di renderci lieti della fede, perché questa gioia rinnovi noi stessi e il mondo! 

La lettura della Parola di Dio, il rinnovamento della rivelazione del Sinai dopo l'esilio, servì, quindi, allora alla comunione con Dio e fra gli uomini. Questa comunione si espresse nella riedificazione del tempio, della città e delle sue mura. Parola di Dio e edificazione della città, nel Libro di Neemia, sono in stretta relazione: da una parte, senza la Parola di Dio non c'è né città né comunità; dall'altra parte, la Parola di Dio non resta solo discorso, ma conduce ad edificare, è una Parola che costruisce. I testi seguenti nel libro di Neemia sulla costruzione delle mura della città appaiono, ad una prima lettura nei loro particolari, molto concreti e persino prosaici. Tuttavia costituiscono un tema veramente spirituale e teologico. Una parola profetica di quell'epoca dice che Dio stesso fa da muro di fuoco intorno a Gerusalemme (cfr Zc 2,8s). Dio stesso è la difesa vivente della città, non solo in quel tempo, ma sempre. Così il racconto anticotestamentario ci introduce nella visione dell'Apocalisse che abbiamo ascoltato come seconda lettura. Vorrei mettere in luce solo due aspetti di questa visione. La città è sposa. Non è semplicemente un edificio di pietra. Tutto ciò che, in grandiose immagini, si dice sulla città rimanda a qualcosa di vivo: alla Chiesa di pietre vive, in cui già ora si forma la città futura. Rimanda al popolo nuovo che, nella frazione del pane, diventa un solo corpo con Cristo (cfr 1 Cor 10,16s). Come l'uomo e la donna nel loro amore diventano "una carne sola", così Cristo e l'umanità raccolta nella Chiesa diventano mediante l'amore di Cristo "un solo spirito" (cfr 1 Cor 6,17; Ef 5,29ss). Paolo chiama Cristo il nuovo, l'ultimo Adamo: l'uomo definitivo. E lo chiama "spirito datore di vita" (1 Cor 15,45). Con Lui diventiamo una cosa sola; insieme con Lui, la Chiesa diventa spirito datore di vita. La Città santa, in cui non esiste più un tempio perché è inabitata da Dio, è l'immagine di questa comunità che si forma a partire da Cristo. L'altro aspetto che vorrei menzionare sono i dodici basamenti della città, sopra i quali sono i nomi dei dodici Apostoli. I basamenti della città non sono pietre materiali, ma esseri umani -sono gli Apostoli con la testimonianza della loro fede. Gli Apostoli rimangono i fondamenti portanti della nuova città, della Chiesa, mediante il ministero della successione apostolica: mediante i Vescovi. Le candeline che accendiamo sulle pareti della chiesa nei luoghi dove saranno fatte le unzioni richiamano, appunto, gli Apostoli: la loro fede è la vera luce che illumina la Chiesa. E al contempo è il fondamento sul quale essa poggia. La fede degli Apostoli non è una cosa antiquata. Poiché è verità, è fondamento su cui stiamo, è luce per la quale vediamo. 

Veniamo al Vangelo. Quante volte l'abbiamo ascoltato! La professione di fede di Pietro è il fondamento incrollabile della Chiesa. Con Pietro diciamo a Gesù: "Tu sei Cristo, il Figlio del Dio vivente". La Parola di Dio non è soltanto parola. In Gesù Cristo essa è presente in mezzo a noi come Persona. Questo è lo scopo più profondo dell'esistenza di questo edificio sacro: la chiesa esiste perché in essa incontriamo Cristo, il Figlio del Dio vivente. Dio ha un volto. Dio ha un nome. In Cristo, Dio si è fatto carne e si dona a noi nel mistero della santissima Eucaristia. La Parola è carne. Si dona a noi sotto le apparenze del pane e diventa così veramente il Pane di cui viviamo. Noi uomini viviamo della Verità. Questa Verità è Persona: essa ci parla e noi parliamo ad essa. La chiesa è il luogo d'incontro con il Figlio del Dio vivente e così è il luogo d'incontro tra di noi. È questa la gioia che Dio ci dà: che Egli si è fatto uno di noi, che noi possiamo quasi toccarlo e che Egli vive con noi. La gioia di Dio realmente è la nostra forza. 

Così il Vangelo finalmente ci introduce nell'ora che stiamo oggi vivendo. Ci conduce verso Maria, che qui onoriamo come Stella dell'Evangelizzazione. Nell'ora decisiva della storia umana, Maria ha offerto a Dio se stessa, il suo corpo e la sua anima, come dimora. In lei e da lei il Figlio di Dio ha assunto la carne. Per mezzo di lei la Parola si è fatta carne (cfr Gv 1,14). Così Maria ci dice che cosa è l'Avvento: andare incontro al Signore che ci viene incontro. AspettarLo, ascoltarLo, guardarLo. Maria ci dice, per quale scopo esistono gli edifici delle chiese: esistono perché dentro di noi si faccia spazio alla Parola di Dio; perché dentro di noi e per mezzo di noi la Parola possa anche oggi farsi carne. Così la salutiamo come Stella dell'Evangelizzazione: Santa Maria, Madre di Dio, prega per noi, affinché viviamo il Vangelo. Aiutaci a non nascondere la luce del Vangelo sotto il moggio della nostra poca fede. Aiutaci ad essere, in virtù del Vangelo, luce per il mondo, perché gli uomini possano vedere il bene e rendere gloria al Padre che è nei cieli (cfr Mt 5,14ss). Amen!

  


Benedetto XVI, Omelia Santa Messa con dedicazione dell’altare, Cattedrale di Albano, 21 settembre 2008

L’odierna Celebrazione è quanto mai ricca di simboli e la Parola di Dio che è stata proclamata ci aiuta a comprendere il significato e il valore di quanto stiamo compiendo. Nella prima lettura abbiamo ascoltato il racconto della purificazione del Tempio e della dedicazione del nuovo altare degli olocausti ad opera di Giuda Maccabeo nel 164 a.C., tre anni dopo che il Tempio era stato profanato da Antioco Epifane (cfr 1 Mac 4,52-59). A ricordo di quell’avvenimento, venne istituita la festa della Dedicazione, che durava otto giorni. Tale festa, legata inizialmente al Tempio dove il popolo si recava in processione per offrire sacrifici, era anche allietata dall’illuminazione delle case ed è sopravvissuta, sotto questa forma, dopo la distruzione di Gerusalemme. 

L’Autore sacro sottolinea giustamente la gioia e la letizia che caratterizzarono quell’avvenimento. Ma quanto più grande, cari fratelli e sorelle, deve essere la nostra gioia sapendo che sull’altare, che ci accingiamo a consacrare, ogni giorno si offrirà il sacrificio di Cristo; su questo altare Egli continuerà ad immolarsi, nel sacramento dell’Eucaristia, per la salvezza nostra e del mondo intero. Nel Mistero eucaristico, che in ogni altare si rinnova, Gesù si fa realmente presente. La sua è una presenza dinamica, che ci afferra per farci suoi, per assimilarci a sé; ci attira con la forza del suo amore facendoci uscire da noi stessi per unirci a Lui, facendo di noi una cosa sola con Lui. 

La presenza reale di Cristo fa di ciascuno di noi la sua "casa", e tutti insieme formiamo la sua Chiesa, l’edificio spirituale di cui parla anche san Pietro. "Stringendovi a lui, pietra viva, rigettata dagli uomini, ma scelta e preziosa davanti a Dio -scrive l’Apostolo -, anche voi venite impiegati come pietre vive per la costruzione di un edificio spirituale, per un sacerdozio santo, per offrire sacrifici spirituali graditi a Dio, per mezzo di Gesù Cristo" (1 Pt 2, 4-5). Quasi sviluppando questa bella metafora, sant’Agostino osserva che mediante la fede gli uomini sono come legni e pietre presi dai boschi e dai monti per la costruzione; mediante il battesimo, la catechesi e la predicazione vengono poi sgrossati, squadrati e levigati; ma risultano casa del Signore solo quando sono compaginati dalla carità. Quando i credenti sono reciprocamente connessi secondo un determinato ordine, mutuamente e strettamente giustapposti e coesi, quando sono uniti insieme dalla carità diventano davvero casa di Dio che non teme di crollare (cfr Serm., 336). 

E’ dunque l’amore di Cristo, la carità che "non avrà mai fine" (1 Cor 13,8), l’energia spirituale che unisce quanti partecipano allo stesso sacrificio e si nutrono dell’unico Pane spezzato per la salvezza del mondo. E’ infatti possibile comunicare con il Signore, se non comunichiamo tra di noi? Come allora presentarci all’altare di Dio divisi, lontani gli uni dagli altri? Quest’altare, sul quale tra poco si rinnova il sacrificio del Signore, sia per voi, cari fratelli e sorelle, un costante invito all’amore; ad esso vi accosterete sempre con il cuore disposto ad accogliere l’amore di Cristo e a diffonderlo, a ricevere e a concedere il perdono. 

A tale proposito ci offre un’importante lezione di vita il brano evangelico che poc’anzi è stato proclamato (cfr Mt 5,23-24). E’ un breve, ma pressante e incisivo appello alla riconciliazione fraterna, riconciliazione indispensabile per presentare degnamente l’offerta all’altare; un richiamo che riprende l’insegnamento ben presente già nella predicazione profetica. Anche i profeti infatti denunciavano con vigore l’inutilità di quegli atti di culto privi di corrispondenti disposizioni morali, specialmente nei rapporti verso il prossimo (cfr Is 1,10-20; Am 5, 21\u201327; Mic 6, 6-8). Ogni volta quindi che vi accostate all’altare per la Celebrazione eucaristica, si apra il vostro animo al perdono e alla riconciliazione fraterna, pronti ad accettare le scuse di quanti vi hanno ferito e pronti, a vostra volta, a perdonare. 

Nella liturgia romana il sacerdote, compiuta l’offerta del pane e del vino, inchinato verso l’altare, prega sommessamente: "Umili e pentiti accoglici, Signore: ti sia gradito il nostro sacrificio che oggi si compie dinanzi a te". Si prepara così ad entrare, con l’intera assemblea dei fedeli, nel cuore del mistero eucaristico, nel cuore di quella liturgia celeste a cui fa riferimento la seconda lettura, tratta dall’Apocalisse. San Giovanni presenta un angelo che offre "molti profumi insieme con le preghiere di tutti i santi bruciandoli sull’altare d’oro posto dinanzi al trono" di Dio (cfr Ap 8, 3). L’altare del sacrificio diventa, in un certo modo, il punto d’incontro fra Cielo e terra; il centro, potremmo dire, dell’unica Chiesa che è celeste ed al tempo stesso pellegrina sulla terra, dove, tra le persecuzioni del mondo e le consolazioni di Dio, i discepoli del Signore ne annunziano la passione e la morte fino al suo ritorno nella gloria (cfr Lumen gentium, 8). Anzi, ogni Celebrazione eucaristica anticipa già il trionfo di Cristo sul peccato e sul mondo, e mostra nel mistero il fulgore della Chiesa, "sposa immacolata dell’Agnello immacolato, Sposa che Cristo ha amato e per lei ha dato se stesso, al fine di renderla santa" (ibid., 6).

 

Benedetto XVI, Omelia Santa Messa con Dedicazione della Chiesa della Sagrada Familia, Barcelona, 7 novembre 2010

Cosa significa dedicare questa chiesa? Nel cuore del mondo, di fronte allo sguardo di Dio e degli uomini, in un umile e gioioso atto di fede, abbiamo innalzato un’immensa mole di materia, frutto della natura e di un incalcolabile sforzo dell’intelligenza umana, costruttrice di quest’opera d’arte. Essa è un segno visibile del Dio invisibile, alla cui gloria svettano queste torri, frecce che indicano l’assoluto della luce e di colui che è la Luce, l’Altezza e la Bellezza medesime. 

In questo ambiente, Gaudí volle unire l’ispirazione che gli veniva dai tre grandi libri dei quali si nutriva come uomo, come credente e come architetto: il libro della natura, il libro della Sacra Scrittura e il libro della Liturgia. Così unì la realtà del mondo e la storia della salvezza, come ci è narrata nella Bibbia e resa presente nella Liturgia. Introdusse dentro l’edificio sacro pietre, alberi e vita umana, affinché tutta la creazione convergesse nella lode divina, ma, allo stesso tempo, portò fuori i “retabli”, per porre davanti agli uomini il mistero di Dio rivelato nella nascita, passione, morte e resurrezione di Gesù Cristo. In questo modo, collaborò in maniera geniale all’edificazione di una coscienza umana ancorata nel mondo, aperta a Dio, illuminata e santificata da Cristo. E realizzò ciò che oggi è uno dei compiti più importanti: superare la scissione tra coscienza umana e coscienza cristiana, tra esistenza in questo mondo temporale e apertura alla vita eterna, tra la bellezza delle cose e Dio come Bellezza. Antoni Gaudí non realizzò tutto questo con parole, ma con pietre, linee, superfici e vertici. In realtà, la bellezza è la grande necessità dell’uomo; è la radice dalla quale sorgono il tronco della nostra pace e i frutti della nostra speranza. La bellezza è anche rivelatrice di Dio perché, come Lui, l’opera bella è pura gratuità, invita alla libertà e strappa dall’egoismo. 

Abbiamo dedicato questo spazio sacro a Dio, che si è rivelato e donato a noi in Cristo per essere definitivamente Dio con gli uomini. La Parola rivelata, l’umanità di Cristo e la sua Chiesa sono le tre espressioni massime della sua manifestazione e del suo dono agli uomini. “Ciascuno stia attento a come costruisce. Infatti nessuno può porre un fondamento diverso da quello che già vi si trova, che è Gesù Cristo” (1Cor 3, 10-11), dice san Paolo nella seconda lettura. Il Signore Gesù è la pietra che sostiene il peso del mondo, che mantiene la coesione della Chiesa e che raccoglie in ultima unità tutte le conquiste dell’umanità. In Lui abbiamo la Parola e la Presenza di Dio, e da Lui la Chiesa riceve la propria vita, la propria dottrina e la propria missione. La Chiesa non ha consistenza da se stessa; è chiamata ad essere segno e strumento di Cristo, in pura docilità alla sua autorità e in totale servizio al suo mandato. L’unico Cristo fonda l’unica Chiesa; Egli è la roccia sulla quale si fonda la nostra fede. Basati su questa fede, cerchiamo insieme di mostrare al mondo il volto di Dio, che è amore ed è l’unico che può rispondere all’anelito di pienezza dell’uomo. Questo è il grande compito, mostrare a tutti che Dio è Dio di pace e non di violenza, di libertà e non di costrizione, di concordia e non di discordia. In questo senso, credo che la dedicazione di questa chiesa della Sacra Famiglia, in un’epoca nella quale l’uomo pretende di edificare la sua vita alle spalle di Dio, come se non avesse più niente da dirgli, è un avvenimento di grande significato. Gaudí, con la sua opera, ci mostra che Dio è la vera misura dell’uomo, che il segreto della vera originalità consiste, come egli diceva, nel tornare all’origine che è Dio. Lui stesso, aprendo in questo modo il suo spirito a Dio, è stato capace di creare in questa città uno spazio di bellezza, di fede e di speranza, che conduce l’uomo all’incontro con colui che è la verità e la bellezza stessa. Così l’architetto esprimeva i suoi sentimenti: “Una chiesa [è] l’unica cosa degna di rappresentare il sentire di un popolo, poiché la religione è la cosa più elevata nell’uomo”.

 

Altare - Logiké latreia – Partecipazione attiva

Benedetto XVI, Omelia Santa Messa con Dedicazione dell’Altare, Saint Mary's Cathedral di Sydney, 19 luglio 2008

Ci apprestiamo a celebrare la dedicazione del nuovo altare di questa veneranda cattedrale. Come il frontale scolpito ci ricorda in maniera potente, ogni altare è simbolo di Gesù Cristo, presente nel mezzo della sua Chiesa come sacerdote, altare e vittima (cfr Prefazio pasquale V). Crocifisso, sepolto e risorto dai morti, restituito alla vita nello Spirito e seduto alla destra del Padre, Cristo è divenuto il nostro Sommo Sacerdote, che intercede eternamente per noi. Nella liturgia della Chiesa, e soprattutto nel sacrificio della Messa consumato sugli altari del mondo, egli invita noi, membra del suo mistico Corpo, a condividere la sua auto-oblazione. Egli chiama noi, quale popolo sacerdotale della nuova ed eterna Alleanza, ad offrire, in unione con lui, i nostri quotidiani sacrifici per la salvezza del mondo. 

Nell’odierna liturgia la Chiesa ci rammenta che, come questo altare, anche noi siamo stati consacrati, messi “a parte” per il servizio di Dio e l’edificazione del suo Regno. Troppo spesso, tuttavia, ci ritroviamo immersi in un mondo che vorrebbe mettere Dio “da parte”. Nel nome della libertà ed autonomia umane, il nome di Dio viene oltrepassato in silenzio, la religione è ridotta a devozione personale e la fede viene scansata nella pubblica piazza. Talvolta una simile mentalità, così totalmente opposta all’essenza del Vangelo, può persino offuscare la nostra stessa comprensione della Chiesa e della sua missione. Anche noi possiamo essere tentati di ridurre la vita di fede ad una questione di semplice sentimento, indebolendo così il suo potere di ispirare una visione coerente del mondo ed un dialogo rigoroso con le molte altre visioni che gareggiano per conquistarsi le menti e i cuori dei nostri contemporanei. 

E tuttavia la storia, inclusa quella del nostro tempo, ci dimostra che la questione di Dio non può mai essere messa a tacere, come pure che l’indifferenza alla dimensione religiosa dell’esistenza umana in ultima analisi diminuisce e tradisce l’uomo stesso. Non è forse questo il messaggio proclamato dalla stupenda architettura di questa cattedrale? Non è forse questo il mistero della fede che viene annunciato da questo altare in ogni celebrazione dell’Eucaristia? La fede ci insegna che in Cristo Gesù, Parola incarnata, giungiamo a comprendere la grandezza della nostra stessa umanità, il mistero della nostra vita sulla terra ed il sublime destino che ci attende in cielo (cfr Gaudium et spes, 24). La fede inoltre ci insegna che noi siamo creature di Dio, fatte a sua immagine e somiglianza, dotate di una dignità inviolabile e chiamate alla vita eterna. Laddove l’uomo viene sminuito, è il mondo che ci attornia ad essere sminuito; perde il proprio significato ultimo e manca il suo obiettivo. Ciò che ne emerge è una cultura non della vita, ma della morte. Come si può considerare questo un “progresso”? Al contrario, è un passo indietro, una forma di regressione, che in ultima analisi inaridisce le sorgenti stesse della vita sia degli individui che dell’intera società. 

Sappiamo che alla fine -come sant’Ignazio di Loyola vide in modo così chiaro -l’unico vero “standard” su cui ogni realtà umana può essere misurata è la Croce ed il suo messaggio di amore non meritato che trionfa sul male, sul peccato e sulla morte, che crea vita nuova e perenne gioia. La Croce rivela che ritroviamo noi stessi solo donando le nostre vite, accogliendo l’amore di Dio come dono immeritato ed operando per condurre ogni uomo e ogni donna verso la bellezza di quell’amore e verso la luce della verità che sola reca salvezza al mondo. 

È in questa verità -il mistero della fede -che siamo stati consacrati (cfr Gv 17,17-19), ed è in questa verità che siamo chiamati a crescere, con l’aiuto della grazia di Dio, nella quotidiana fedeltà alla sua parola, entro la comunione vivificante della Chiesa. E tuttavia come è difficile questo cammino di consacrazione! Esige una continua “conversione”, un morire sacrificale a se stessi che è la condizione per appartenere pienamente a Dio, un mutamento della mente e del cuore che porta vera libertà ed una nuova ampiezza di visione. La liturgia odierna ci offre un simbolo eloquente di quella trasformazione spirituale progressiva alla quale ciascuno di noi è chiamato. Dall’aspersione dell’acqua, dalla proclamazione della parola di Dio, dall’invocazione di tutti i Santi, fino alla preghiera di consacrazione, all’unzione e al lavacro dell’altare, al suo essere rivestito di bianco e addobbato di luce -tutti questi riti ci invitano a ri-vivere la nostra propria consacrazione nel Battesimo. Ci invitano a respingere il peccato e le sue false attrattive, e a bere sempre più profondamente alla sorgente vivificante della grazia di Dio.
  

Altare - Logiké latreia – Partecipazione attiva

Benedetto XVI, Discorso nella Benedizione delle prime pietre delle Chiese dei Latini e dei Greco-Melkiti, Betania oltre il Giordano, Domenica, 10 maggio 2009

La prima pietra di una chiesa è simbolo di Cristo. La Chiesa poggia su Cristo, è sostenuta da Lui e non può essere da Lui separata. Egli è l’unico fondamento di ogni comunità cristiana, la pietra viva, rigettata dai costruttori ma scelta e preziosa agli occhi di Dio come pietra angolare (cfr 1 Pt 2,4-5.7). Con Lui anche noi siamo pietre vive costruite come edificio spirituale, luogo di dimora per Dio (cfr Ef 2,20-22; 1 Pt 2,5). Sant’Agostino amava riferirsi al mistero della Chiesa come al Christus totus, il Cristo intero, il pieno e completo Corpo di Cristo, Capo e membra. Questa è la realtà della Chiesa; essa è Cristo e noi, Cristo con noi. Egli è con noi come la vite è con i suoi tralci (cfr Gv 15,1-8). La Chiesa è in Cristo una comunità di vita nuova, una dinamica realtà di grazia che promana da Lui. Attraverso la Chiesa Cristo purifica i nostri cuori, illumina le nostre menti, ci unisce con il Padre e, nell’unico Spirito, ci conduce ad un quotidiano esercizio di amore cristiano. Confessiamo questa gioiosa realtà come l’Una, Santa, Cattolica e Apostolica Chiesa.

  

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