Una testimonianza diretta da Nairobi

Il Kenya non è il Rwanda del '94

Giuseppe Caramazza


La violenza che attanaglia il Kenya da alcuni giorni ha sorpreso i più, anche tra gli osservatori abituali del Paese africano. Ci si domanda come sia possibile che in Kenya, paese tra i più pacifici del continente, si sia giunti ad un'esplosione tale di odio. Odio subito tacciato di razziale da osservatori che ormai guardano agli eventi africani con gli occhiali del genocidio rwandese del 1994. È bene sottolineare subito che il Kenya non è il Rwanda e che le dinamiche sono molto diverse.
Cinque anni fa, alla fine della presidenza di Daniel Toroitich arap Moi, i kenyani hanno fatto una scelta chiara. Hanno detto addio al Governo del Kanu, che li aveva guidati sin dall'indipendenza, e abbracciato la novità dell'opposizione. Chi era presente non può dimenticare la paura e la gioia di quei giorni. Paura di un colpo di mano da parte di un regime dittatoriale che difficilemente accettava di essere messo da parte. Gioia nel vedere che il sogno democratico pareva avverarsi.
Allora i kenyani scelsero Emilio Mwai Kibaki come presidente, ma occorre dire che furono portati a questa scelta soprattutto dal grande lavorio del populista Raila Odinga. Il nuovo governo fece subito una impressione favorevole:  buoni programmi, cambiamenti visibili (scuola gratuita per tutti, sanità al servizio della popolazione, seri passi in avanti nell'efficenza dell'amministrazione pubblica). Ma la politica fa fatica a cambiare, ad accogliere il nuovo. Nei ministeri rimanevano molti dei vecchi fedeli al Kanu, e quindi ad un modo clientelare di gestire il potere. Quasi tutti i politici eletti erano sì di un nuovo schieramento, ma avevano fatto parte del vecchio sistema fino a poco prima delle elezioni. I risultati, sulla lunga distanza, non potevano farsi attendere. Il governo di Kibaki non ha brillato per lotta alla corruzione. È invece stato al centro di molti scandali.
Se c'è stata una novità, questa è stata la libertà dei media nazionali nel portare allo scoperto contratti poco chiari, spese esorbitanti e veri e propri latrocinii fatti alle spalle dei cittadini. Alla fine del quinquennio, il governo Kibaki poteva senz'altro vantare grandi passi avanti dell'economia, e la ricostruzione delle infrastrutture fondamentali del paese, ma doveva anche ammettere di essere stato battuto dalla corruzione rampante, dal non essere stato capace di distribuire equamente la crescita. Serve poco poter dire di essere cresciuti del 7%, quando i poveri (60% della popolazione) non hanno visto un solo beneficio raggiungerli nelle baraccopoli che ingolfano tutte le città del paese. Se c'è un momento che ben fotografa questo quinquennio questo è il referendum per l'approvazione della nuova Costituzione del novembre 2005. Il governo, che sosteneva la nuova legge fondamentale (gruppo della Banana), venne battuto in maniera netta. Il gruppo contrario all'approvazione (il gruppo dell'Arancia) raccolse ampi consensi in tutto il paese, in maniera trasversale.
Da quel gruppo è nato il partito dell'Arancia che si è opposto a Kibaki alle elezioni del 27 dicembre scorso. Sin dall'inizio era apparso chiaro che Raila Odinga - ex alleato di Kibaki e capo del movimento dell'Arancia - era in grado di mettere in serie difficoltà il presidente in carica. Tutti pensavano ad una transizione pacifica del potere in caso di vincita dell'opposizione. Così non è stato.
La reazione di Raila Odinga non poteva tardare. Già all'indomani del voto aveva chiesto che Kibaki ammettesse di aver perso. Non poteva accettare di buon grado che la vittoria gli sfuggisse di mano. Raila è figlio di quell'Odinga che fu il primo vice-presidente del Kenya che per tutta la vita ha lavorato per divenirne il presidente. La violenza per le strade ha sorpreso tutti. Non a caso è stata alimentata da chi abita nelle baraccopoli, i poveri e i dimenticati da questo paese che ama mostrare un'immagine patinata di sé. Va sottolineato poi che la maggior parte degli oltre 500 morti erano persone che stavano saccheggiando negozi e case private, non attivisti politici.
Se la violenza ha assunto anche un carattere etnico, questo è dovuto a vari fattori. È chiaro che i kikuyu della regione centrale hanno sostenuto il loro presidente, così come i luo dell'ovest hanno dato la loro preferenza a Odinga. Non è vero però che questa sia stata la scelta ovunque. La larga maggioranza data all'opposizione nella Rift Valley non potrebbe spiegarsi senza il voto di almeno parte dei kikuyu che vi vivono. La lettura etnica è stata una lettura semplicistica fatta da chi ha voluto far quadrare i fatti all'interno del pregiudizio tipico che si ha verso l'Africa. La dimensione etnica è vera e presente, ma non preponderante. Rischia di diventarlo se i messaggi mediatici continuassero a spingere in quella direzione. L'esperienza di Radio Mille Collines insegna.
Assolutamente atipico è stato l'attacco ad una chiesa gremita di donne e bambini. Non è mai successo, in Kenya, che ci fosse una mancanza di rispetto tale verso un gruppo rifugiatosi in un luogo sacro. I kenyani hanno punte di secolarismo simili a quelle europee, eppure Dio, il sacro, la preghiera sono sempre rispettati. L'attacco a Eldoret, nella Rift Valley, ricorda la tecnica usata dalle milizie sostenute dal governo agli inizi degli anni novanta, quando uomini armati attacavano i cittadini mettendo a fuoco le loro case per poi sparire velocemente nella boscaglia. Chi siano i mandanti, e quale sia il loro obiettivo, è difficile dirlo. Certo è che le comunità religiose - cattolica e protestanti - hanno lavorato molto nel passato per sostenere la crescita di una sensibilità sociale e politica non sempre ben vista dagli schieramenti politici.
Quale futuro si apre per il Kenya? È difficile dare risposte sicure. A questo punto tutto può succedere. Eppure, se il Kenya resterà fedele alla sua identità, si arriverà al dialogo. Già stamane i temuti scontri tra manifestanti e polizia non sono avvenuti. È subito parso chiaro che ambedue le parti si sono scontrate ma senza attaccarsi in maniera decisa. Raila Odinga si è incontrato con Desmond Tutu, l'arcivescovo premio Nobel per la pace, persona capace di preparare la via al dialogo e di far breccia anche presso il presidente Kibaki, che ha rifiutato una mediazione politica da parte dell'Unione Africana. Se la via del dialogo sarà imboccata, una soluzione pacifica diventerà una certezza.



(©L'Osservatore Romano 5 gennaio 2008)
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