Tutti divisi
di fronte all'indipendenza
del Kosovo


di Pierluigi Natalia

L'ormai certa proclamazione unilaterale dell'indipendenza del Kosovo trova la comunità internazionale divisa e pone interrogativi soprattutto all'Unione Europea. Tra l'altro, l'Ue non ha raggiunto al proprio interno un pieno consenso sulla posizione da adottare nella vicenda, che rischia di frenare il processo di integrazione dei Balcani. Tutte le parti coinvolte escludono il ricorso alla forza e ciò consente ragionevolmente di non temere nella regione una nuova, tragica stagione come quella degli anni Novanta. Ma non si può avere la stessa la sicurezza riguardo a possibili nuove violenze di gruppi radicali legati ai nazionalismi più esasperati.
Il Governo kosovaro guidato da Hashim Thaci si accinge a questo passo unilaterale, dopo che il Parlamento locale di Pristina ha approvato, venerdì 15, una mozione che permette di adottare in 24 ore le leggi necessarie alla proclamazione dell'indipendenza, sulla base delle raccomandazioni contenute nel piano a suo tempo presentato dal mediatore dell'Onu, Martti Ahtisaari e ritenuto inaccettabile dalla Serbia. Thaci - che ha promesso uno Stato in cui verranno rispettate tutte le minoranze - non ha ancora dichiarato ufficialmente la data, ma il Parlamento di Pristina è già stato convocato per domenica 17.
L'opposizione della Russia
Come noto, la Russia, aveva prospettato il veto in sede Onu ad ogni decisione che privasse la Serbia, sua tradizionale alleata, della sovranità sul Kosovo. Lo schema si è ripetuto in queste ultime ore. Sempre venerdì, il Consiglio di sicurezza dell'Onu ha concluso senza aver trovato un accordo una riunione a porte chiuse sul Kosovo durata due giorni e convocata su richiesta della Serbia, appoggiata dalla Russia. Solo cinque dei quindici Paesi del Consiglio - Belgio, Francia, Gran Bretagna, Italia e Stati Uniti - hanno appoggiato la prospettata dichiarazione di indipendenza, mentre tutti gli altri ritengono necessario proseguire i negoziati sullo status finale per il Kosovo perché - come ha detto il ministro degli esteri serbo Vuk Jeremic - "sono convinti che solo tramite le trattative e in modo pacifico si può risolvere un problema così complicato".
Già il giorno prima, il Governo di Belgrado aveva stabilito un punto fermo nei rapporti con la comunità internazionale, con una dichiarazione di "annullamento" a priori di tutti gli effetti della secessione kosovara e di illegittimità della missione civile che l'Ue si prepara a inviare in Kosovo senza l'avallo dell'Onu. Tale missione - che sabato 16 ha avuto il via libera - era stata decisa nel vertice dei capi di Stato e di Governo dell'Ue dello scorso dicembre a Lisbona, e aveva avuto la scorsa settimana l'assenso giuridico formale dei Paesi membri dell'Ue, con l'eccezione di Cipro che si è astenuta.
Tornando alla posizione di Belgrado, il testo dell'atto di annullamento definisce il passo unilaterale di Pristina "una violazione grossolana del diritto internazionale", che sarebbe condivisa da qualsiasi Paese si presti a riconoscere il fatto compiuto. Il premier serbo Vojislav Kostunica ha spiegato che "l'annullamento" della secessione è una decisione assunta "di fronte alla storia". Pur avvicinandosi alle posizioni del filoeuropeista presidente serbo Boris Tadic - dal quale nelle ultime settimane lo aveva diviso proprio il radicalismo sulla questione kosovara - Kostunica ha puntualizzato che con l'Ue "esiste ora un problema, ma non c'è rottura", ma ha aggiunto che i rapporti con i singoli Governi europei saranno graduati a seconda che questi si pongano "al traino di Washington o si attengano invece al diritto internazionale". Da parte sua, Tadic, che proprio venerdì, festa nazionale serba, ha giurato per il suo secondo mandato presidenziale davanti al Parlamento di Belgrado, ha dichiarato che "non rinuncerò mai a che il Kosovo rimanga nostro e dedicherò tutti i miei sforzi perché la Serbia entri nell'Unione Europea".
Al tempo stesso, il Governo serbo rivendica "il diritto" di tutti i cittadini kosovari di respingere la secessione, in una sorta di preventivo avallo delle eventuali controsecessioni che le residue comunità serbe in Kosovo potrebbero mettere in atto per restare a far parte della madrepatria. In questo senso, dopo una riunione tenuta sempre venerdì a Kosovska Mitrovica, dove c'è la comunità serba più numerosa, è stato annunciato, come segnala l'Ansa, che "l'Associazione dei municipi e delle località serbe ha deciso di organizzare, in collaborazione con Belgrado, le elezioni per un proprio Parlamento", che verranno tenute l'11 maggio, in coincidenza con le elezioni amministrative in Serbia.
La risposta dell'Ue
La risposta dell'Ue alle ultime mosse dei diversi attori della complessa partita è attesa dal consiglio dei ministri degli Esteri fissato per lunedì 18. Nell'occasione ci si dovrebbe limitare a una "una presa d'atto" della proclamazione di indipendenza del Kosovo, una formula diplomatica nettamente meno rilevante di un riconoscimento, sul quale all'interno dell'Ue permangono divisioni. Thaci e il suo Governo si dicono comunque certi che la proclamazione d'indipendenza avrà il riconoscimento sicuro "di cento Paesi", compresi gli Stati Uniti e la gran parte degli Stati dell'Unione Europea. Inoltre, sempre venerdì si è appreso che l'Ue e la Banca Mondiale stanno preparando una conferenza - da tenere probabilmente in giugno - dei donatori per il Kosovo, dove l'Ue prevede di restare impegnata "per un lungo periodo" per contribuire alla creazione di uno Stato di diritto e multietnico e al rilancio dell'economia locale.


(©L'Osservatore Romano 17 febbraio 2008)
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