A proposito
della dichiarazione unilaterale
di indipendenza del Kosovo

di Federico Lombardi
Direttore Generale della Radio Vaticana


In occasione della proclamazione unilaterale di indipendenza del Kosovo, molti si domandano quale sia l'atteggiamento della Santa Sede, che ha seguito e segue la vicenda con grande attenzione e con il più vivo auspicio che in questo momento delicato il senso di responsabilità e lo spirito di pace prevalgano su ogni altro atteggiamento sia nei governanti sia nei popoli coinvolti. Ma per mettere bene a fuoco l'atteggiamento della Santa Sede è bene cominciare facendo qualche passo indietro.
Anzitutto, è bene ricordare quante volte la Santa Sede sia intervenuta già durante la crisi del 1999, sia a livello diplomatico sia a livello umanitario, per richiamare i principi a cui devono ispirarsi i rapporti fra i popoli e per promuovere l'assistenza a sfollati e rifugiati in conformità agli strumenti internazionali vigenti.
In seguito la Santa Sede si è impegnata attivamente per la stabilità e la pace nella regione, sostenendo un approccio che mirasse a evitare soluzioni imposte, e favorisse quindi negoziati diretti fra Belgrado e Pristina, per giungere a una soluzione realistica e rispettosa delle aspirazioni delle diverse parti. Durante i negoziati degli ultimi due anni, si è preso atto con soddisfazione dell'accordo raggiunto su diverse questioni tecniche, continuando d'altra parte ad auspicare che volontà politica e flessibilità permettessero di trovare una soluzione consensuale definitiva sullo status giuridico del Kosovo.
La dichiarazione unilaterale di indipendenza kosovara - che poggia sulla base delle raccomandazioni contenute nel piano del mediatore delle Nazioni Unite, Martti Ahtisari - crea una situazione nuova, che naturalmente verrà seguita con grande attenzione dalla Santa Sede, la quale dovrà anche valutare le eventuali richieste che le possano giungere in merito.
Ma in questo momento la Santa Sede sente anzitutto la responsabilità della sua missione morale e spirituale, che riguarda anche la pace e il buon ordine nei rapporti fra le nazioni, e quindi invita tutti, in particolare i responsabili politici della Serbia e del Kosovo, alla prudenza e alla moderazione, e chiede un impegno deciso e fattivo per scongiurare reazioni estremiste e derive violente, in modo che si creino fin d'ora le premesse per un futuro di rispetto, di riconciliazione e di collaborazione.
Inoltre occorrerà dedicare particolare attenzione alla salvaguardia della democrazia e dello stato di diritto, e anche in Kosovo andranno applicati gli standard internazionali di rispetto dei diritti delle minoranze e di tutti gli abitanti, senza distinzioni di etnia, di religione, di lingua o nazionalità, come pure bisognerà vigilare per la protezione del prezioso patrimonio artistico-culturale cristiano. La stabilità nella regione andrà promossa con ogni impegno, e perciò è da auspicare anche l'importantissimo contributo della Comunità internazionale.
Per parte sua il Santo Padre continua a guardare con affetto le popolazioni della Serbia e del Kosovo, è loro vicino e assicura loro le sue preghiere in questo momento cruciale della loro storia.



(©L'Osservatore Romano 18-19 febbraio 2008)
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